RubriCate: Viene la morte che non rispetta

Riflessioni sul romanzo “Viene la morte che non rispetta”

di Alessandro Defilippi (Einaudi Stile Libero).

defUn animo scisso, quello dello scrittore, che immagina una città bagnata dallo scintillante mare di Genova e impregnata, nelle zone interne, della misteriosa penombra di Torino. In questa Genova ibridata, trasfigurata, scagliata negli anni cinquanta, sulla linea di confine tra gli orrori della seconda guerra mondiale e la modernità, si muovono personaggi che si dibattono tra la volontà di dimenticare e la necessità di pareggiare i conti con oltraggi inammissibili. Ciascuno di essi è reduce da una trasformazione a cui evita persino di alludere. Una serie di sinistri, efferati delitti li obbliga a guardare indietro, a riannodare i lacci spezzati dalla dimenticanza. Un anziano liberale, docente universitario in pensione mandato a picco nella propria casa dal dolore per la perdita dei suoi cari, viene incomprensibilmente assassinato. Sul corpo violato una scritta incisa in punta di bisturi, che inneggia all’arrivo della morte in una lingua misteriosa, forse arcaica. E’ il primo di altri omicidi, tanto sadici quanto apparentemente inesplicabili, di cui si occuperà il colonnello dei carabinieri Enrico Anglesio, coadiuvato dal maresciallo Medardo Vercesi e dal brigadiere Mattia Ferrari, suoi antichi compagni di brigata.

Un’indagine condotta sul filo dell’intuizione trattenuta sotto la soglia del pensiero, e poi lasciata affiorare come affiorano i ricordi sapientemente evocati. Un’arte in cui Anglesio è maestro, neanche fosse uno psicanalista, e che fortemente richiama un’immagine cara allo scrittore, e spesso descritta nelle sue pagine: l’immagine di un pescatore paziente chino sull’acqua. Ed ecco che Anglesio, frastornato da perplessità sentimentali e vagamente pervaso da un’ossessione per la buona cucina, collateralmente alle sue attività, mentre abbraccia, o sorseggia o sfiletta e soffrigge, e siede a tavola, dialoga con le parti più informi e aggrovigliate di sé, ben sapendo che forniranno le risposte che cerca. Perché la soluzione dei delitti è intrecciata al suo stesso passato. Un Defilippi diverso, questo di “Viene la morte che non rispetta”, da quello conosciuto attraverso i suoi strepitosi thriller metafisici come “Angeli”, o “Locus Animae” e “Le perdute tracce degli dei”, intrisi della cupa ossessione di scandagliare il male o di individuare lo sfuggente innesco dell’anima nella carne, punto di fusione tra la vita e lo spirito. Il Defilippi di questa irriguardosa morte che viene, racconta la crudeltà e la vendetta con una prosa nuova, meno drammatica, spesso divertita, che indugia nei giochi di parole, nelle raffinate battute ad effetto. Più forti, in questo romanzo, la fame di vita, l’afflato sentimentale, il sorriso. Pervasivo il tema del cibo, come fonte di piacere, consolazione, nutrimento, intermezzo e sottofondo. Cucinano quasi tutti in queste pagine, e tutti si raccolgono attorno a una mensa per celebrare amicizie, riconciliazioni, ma anche dirimere contrasti. E se l’intreccio narrativo è perfettamente calibrato, e il mistero è un nero climax che ingigantisce di pagina in pagina, inquietando, sconcertando, la scrittura di questo grande autore torinese osa sfumature inedite. Si fa, ad esempio, scrittura olfattiva. Giacché è l’olfatto il senso che precede tutti gli altri, nell’individuazione di una pista. E il colonnello Anglesio si affida alla percezione degli odori e dei profumi come gli è stato insegnato. Ogni scena del crimine, ogni luogo chiuso in cui sia avvenuto un delitto, ha una sua traccia olfattiva. Compreso un sottile sentore di viole, fragranza attribuita in altri libri di Defilippi alla presenza o al passaggio di un Angelo caduto. E questo mi fa pensare a una cosa scritta da Tiziano Sclavi, anni fa. C’era un personaggio anosmico, non ricordo in quale sua storia, che non percepiva neppure i sapori, perché pare che gusto e olfatto siano interconnessi. E mi viene in mente anche un’altra cosa, ascoltata in una lezione di psicologia a cui assistetti da studentessa. Il professore, tipo gioviale e a modo suo geniale, affermava che tutta la vita passa per la bocca. Vi entra, e ne esce. Poiché nella bocca entra il cibo ma, soprattutto, da essa fluiscono le parole. Le parole che Defilippi padroneggia con impareggiabile sapienza ed eleganza, dimostrando, ancora una volta, che narrativa di genere e alta letteratura non sono affatto incompatibili.

Recensione di Caterina Falconi

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