LICIA GIAQUINTO

giacquinta

ATTIVITÀ: Ho un residence che in attesa di scrivere un bestseller mi da da vivere.

SEGNI PARTICOLARI: Mi piace la solitudine, ma quando esco e sto con gli altri sembro un vulcano.

Le tue origini e la formazione

Sono nata, per benevolenza del destino in un in un piccolo paese dell’Irpinia, ancora impregnato di una profonda cultura pagana, da due genitori non sposati che, come predicava il parroco, vivevano nel peccato e nella colpa. Non c’erano strade asfaltate e la luce elettrica è arrivata tardi, così ho potuto vivere in mezzo ai boschi che si estendevano ovunque, tutto intorno, come un piccolo animale selvatico.

Cosa rispondevi da piccola, quando ti chiedevano che lavoro volevi fare?

Non me lo chiedevano. In una società come quella in cui vivevo le donne che lavoravano facevano le contadine o le montanare. Pochissime studiavano e, quelle, avrebbero fatto le mogli di uomini ricchi. Tutto già deciso dagli inizi.

E adesso cosa rispondi?

Adesso che guardo dall’alto del futuro verso il passato dico che il destino mi ha piantata in un terreno propizio a far germogliare in me l’amore per la narrazione. Infatti i luoghi in cui ho trascorso l’infanzia custodivano ancora l’arte dell’antico racconto orale, e così ho avuto la fortuna di poter ascoltare per ore e ore le donne che, intrecciando e reintrecciando fra di loro fili di storie accadute chissà quando e chissà dove con altre accadute di recente, lì e in paesi vicini, hanno costruito dall’inizio dei tempi il grande arazzo dei miti e delle fiabe.

Basile ha pescato moltissimo nel grande mare della tradizione orale dei paesi dell’Irpinia per il suo “Lu cuntu de li cunti”. E la stessa cosa ha fatto De Simone in tempi recenti prima che la cultura sedimentata nei millenni venisse cancellata nel giro di pochi anni dalla modernità.

Ero destinata a diventare una Sherazade, e mi sarebbe piaciuto girare per le piazze dei paesi a raccontare storie fiabe miti, ma per mille ragioni ho dovuto chiudermi nel chiuso di una stanza a raccontare a me stessa, per iscritto e in totale solitudine, le storie che mi sarebbe piaciuto raccontare a voce a un pubblico in carne e ossa.

La scrittura è comunicazione separata. C’è uno che racconta, e uno che in tempi diversi, in luoghi diversi, legge. I due poli fanno ciascuno il proprio percorso nel proprio privato. Tra il lettore e lo scrittore non c’è comunicazione diretta e immediata.

Oggi sono molto di moda gli scrittori che non amano le trame. Che raccontano se stessi, che fanno considerazioni sul mondo, sulla vita. Io non amo queste scritture . Io amo le narrazioni dove le azioni dei protagonisti si intrecciano liberamente all’inizio, ma che costringono poi il narratore a percorrere certi percorsi e non altri, in relazione cioè a chi ha messo in scena.

Come lettrice amo le storie che non si possono abbandonare , per la cui lettura devi equipaggiarti come per un viaggio. Le storie dove ogni parola è importante, ed è importante il ritmo della farse, che io chiamo respiro. Non si può andare random di qua e di là, come avviene nelle scritture, praticate soprattutto da scrittori maschi che il filo che ha dato loro Arianna lo hanno usato per uscire dal caos del labirinto dopo aver ucciso il toro, custode della femminilità.

La Briganta e lo sparviero è da qualche mese uscito per Marsilio: un sottotitolo al libro.

Prendo in prestito, parafrasando, da Il Gattopardo: tutto cambiò affinché nulla cambiasse. 

Sullo sfondo, una realtà storica che hai costruito con precisione, inserendo nel narrato sia i grandi eventi che i piccoli dettagli di vita quotidiana, dal cibo alle canzoni, ai detti popolari. Per quanto riguarda la parte documentativa, come hai proceduto?

Essendo amante del mito la mia concezione del tempo e sempre stata di tipo circolare, per questo a scuola non ho ma mai amato la storia fatta da un rincorrersi lineare di eventi, più o meno catastrofici che vedevano protagonisti solo maschi: eroi, generali e re . E mai avrei pensato di scrivere un romanzo che necessitasse di ricerche di tipo storico. Poi un giorno in modo del tutto magico in internet è apparsa una pagina: Filomena Pennacchio, brigantessa irpina. E’ stata una scoperta sorprendente. Infatti io non sapevo niente né di briganti né di brigantesse. E anche la storia dell’Unità d’ Italia mi sfuggiva alquanto. A me piacevano le storie non la storia. Mi sono incuriosita molto e ho cominciato a fare conoscenza con lei. E’ stato così che attraverso documenti d’archivio e atti di processi sono venuta a conoscenza di una grande tragedia vissuta dalle popolazioni del sud durante l’unità d’Italia e ignorata nei libri di storia, scritti , come sempre, dai vincitori.

La nascita della figura della Briganta: c’è un personaggio storico in particolare cui ti sei ispirata?

Si tratta come ho detto di Filomena Pennacchio, una donna bellissima nata a San Sossio Baronia, un paese dell’Irpinia, da una madre pazza che pensava di essere la Madonna e che partoriva i figli nei campi scavando delle buche nel fango.

Licia

Lo stile. Premesso che stiamo parlando di un libro stilisticamente ineccepibile, uno di quei pochi romanzi in cui la punta dell’iceberg è minima, non dà affatto ingombro e tutto ciò che sta sotto arriva al lettore nella misura in cui l’autrice l’ha deciso, ti chiedo qual è stato il tuo metodo. Una volta mi dicesti che butti giù in prima stesura, poi passi a sfrondare.

È ancora così. La prima stesura la faccio quasi in trance, mi immagino i personaggi che vivono si muovono agiscono amano uccidono davanti ai miei occhi. Vivo le loro vite, insomma. Poi leggo quello che ho scritto e aggiusto, tolgo, riscrivo.

Senza nulla togliere a una storia avvincente che ci lascia in bocca il sapore del senso della rivolta, della fatica e, anche, dell’amore, vorrei citare un breve brano, invitando il lettore a soffermarsi sullo stile. Perché anche lì, in alcune espressioni dell’oralità, si riversa un’essenza storica ottocentesca che tu restituisci al lettore con sapienza, mantenendo un narratore onnisciente pur attraverso il punto di vista di colui/colei sul/sulla quale, in quel momento, hai scelto di puntare i riflettori. E faccio un esempio: «Lei proprio non capiva come mai le cose erano andate a finire in quel modo che, proprio quelli che più si ammazzavano di fatica, morivano di fame, mentre i ricchi, che se ne stavano a pancia all’aria, ingrassavano come sanguette». E partendo da qui ti chiedo: tu l’hai capito? (come mai le cose sono andate a finire così, intendo).

Ho capito che le cose vanno sempre a finire così: a rimetterci sono sempre i pezzenti. Dopo l’Unità d’Italia a comandare sono rimasti gli stessi che comandavano prima. Possedevano strumenti economici e culturali per continuare a mantenere e ad accrescere ricchezze e potere.

Adesso estendiamo il discorso. Una cosa che non capisci del mondo editoriale

E’ un mondo alieno per me., e quindi non ci capisco niente.

Una cosa che ti piace (sempre dell’editoria/scrittura )

Che ogni tanto viene pubblicato qualche bel libro. Peccato che sono i più brutti che ci assediano e ci fanno perdere di vista i buoni.

Una cosa che fai malvolentieri.

Tacere quando vedo una ingiustizia.

Una volta che hai perso la testa.

Per amore, tante volte.

L’ultima volta che hai rinunciato.

Se una cosa mi interessa molto non rinuncio mai. Se non mi interessa non è una rinuncia.

Raccontaci un successo.

Aver salvato il mio gatto Aleph, dal burrone dove era precipitato, e dove mi sono calata dopo che neanche i pompieri erano riusciti a salvarlo.

E ora una sconfitta.

Non me ne ricordo, ma non perché non abbia avuto sconfitte, ma perché penso che ogni sconfitta poi produca i suoi frutti. Spesso inaspettati.

L’ultima incertezza.

Sono della bilancia e ho molte incertezze. Ma riguardano sempre cose piccole. Per le grandi ho spesso le idee molto chiare.

L’ultimo sorriso. Non me lo ricordo. Ma è da un po’ che non sorrido.

Cosa ti spaventa?

Il fanatismo religioso, le ideologie politiche e le sette culturali, vere corazze che imprigionano intelligenza e libertà.

A cosa stai lavorando ora?

A un romanzo ambientato in Romagna. Una storia di follia. Il protagonista è uno schizofrenico.

Salutaci come ci saluterebbe la Briganta.

Stateve bbuone.

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Una risposta a LICIA GIAQUINTO

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    grazie

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