CARMEN PELLEGRINO

Carmen 1

ATTIVITA’:  cerca posti morti rimorti e scampati, poi ne scrive

SEGNI PARTICOLARI:  Lenta ma lenta, ha una visione dilatata del tempo.

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Quando da piccola ti chiedevano che lavoro avresti voluto fare, cosa rispondevi?

Il muratore, perché mi sembrava incredibile che un uomo riuscisse a tirar su case dal niente, solo sovrapponendo mattoni che poi s’incollavano con un impasto lattiginoso. Una magia. A un certo punto mi ero convinta di potermela costruire io stessa la casa che non avevo, solo impastando latte e biscotti che nel tazzone di ceramica sbreccata facevano una poltiglia simile alla calce.

E quando te lo chiedono ora?

Sempre il muratore, ma ho deciso di limitarmi a descriverle le case, quasi sempre abbandonate. Latte e biscotti restano il mio pasto preferito, soprattutto di notte. Il tazzone di ceramica sbreccata ce l’ho ancora.

È da poco uscito per Giunti  “Cade la terra”. Un sottotitolo al libro.

‘E’ una pazzia pensare che basti aggrapparsi a chi è restato’

Aracataca è stato per Marquez lo spunto per la partenogenesi di Macondo. E per Alento, da quale suggestione sei partita?

Da Roscigno Vecchia, borgo cilentano abbandonato dal principio del ‘900. Nelle forme, nella geografia Alento lo ricorda molto da vicino. Questo antico borgo è noto come il paese che cammina, la sua terra infatti slitta, sobillata senza requie dalla frana.

I luoghi, come le case, le piante, le foglie vengono accarezzati dalla mano tiepida della morte. Si posa su di loro come un velo. Il fogliame piomba la strada, le case “dirupano addosso”, i pipistrelli si “suicidano contro le rovine”. E’ come se tutto dovesse partecipare di questo anticipo di funerale: sei d’accordo?

E’ come se i mondi, se di mondi possiamo parlare, fossero contigui. Credo fortemente nella vicinanza fra i vivi e i morti. La morte, diceva Alfonso Gatto, non è terra, non è sepolturail nostro silenzio avrà una voce di là, di là, e non son cupole, non son chiese, ma bambini, bambini che gridano.

Ti definisci “abbandonologa” e “Cade la terra” è un po’ un omaggio a questa tua propensione all’evanescente, al rudere, alle ombre, a tutto ciò che sta svanendo ma lascia ancora una traccia. Cosa c’è, di prezioso, in queste tracce?

Un canto alla durata, o semplicemente un residuo di vita nascosto nella perdita. In quel che resta di ciò che ormai non ha più una destinazione d’uso, là dove ogni utilità è svanita, sono intessute le vite – e tutti i parti e le morti – di chi c’è stato. Questi scampoli di mondo fuori da ogni possibile rispondenza non conoscono più la fine, perché se la fine è venuta è anch’essa passata.

Carmen2A un certo punto parli dei vivi come di coloro che sono “abbastanza morti”: la morte ci appartiene comunque, anche se la rifuggiamo?

La vita e la morte si mescolano di continuo. Partecipo spesso a funerali di sconosciuti per dire due parole al morto, non eterni riposi. Chi lo dice che i morti vogliono restare accasati in un riposo eterno e sconfinato? Nel romanzo ho provato a immaginare la morte come un convito che splende in un deserto.

Sono stata molto colpita anche dalla scelta dei nomi. Nomi evocativi e particolarissimi: Maccabeo, Custoda, Estella… sono nomi cilentani? Come li hai scelti?

Estella mi ricordava un’altura cilentana, il monte Stella, e poi la Estella di Grandi Speranze, che è un po’ crudele ma solo perché non ha conosciuto altro che una forma subdola di crudeltà trasmessa in via ereditaria. Consiglio era il nome di mio nonno, mentre Maccabeo è una ‘rivisitazione’ di un nome trovato in un archivio, Vincenzo Maffei. Custoda è un nome cilentano, mentre Cola e Apollonia li ho trovati nelle cronache del ventennio fascista.

Una cosa che ti piace del mondo della scrittura.

Mi piace la possibilità di inventare mondi, di invertire il corso di esistenze che si sono consumate nella desolazione. Mi piace pensare che il mondo della scrittura – proprio perché si sta fra le parole e le parole possono addirittura salvare – sia un mondo bello.

Una cosa che invece non sopporti.

Scoprire che non è sempre un mondo bello.

Due tuoi difetti e due pregi

Sono un po’ solitaria e certe volte faccio fatica a parlare. I due pregi non mi vengono in mente e forse questo è un pregio. Dimentico in fretta ciò che è meglio dimenticare, questo sì.

L’ultima volta che hai mentito. Ce la racconti, la bugia?

Ho detto a mio padre che non è poi tanto male la vita che mi sono scelta, che si vive benone e che ce la faccio a provvedere a me stessa. Non lo so se ci ha creduto.

L’ultima volta che ti hanno ingannata

Mi hanno venduto semi di fiori che dovevano fare corolle tanto belle, ma è venuta su solo erbaccia. Tuttavia quando l’ho vista nella fioriera, così labile eppure invincibile, quell’erba mi è parsa provvidenziale.

Abbiamo detto che sei un’abbandonologa. Ma tu hai mai abbandonato qualcosa?

Ho abbandonato il paese dove sono nata, e quella casa che in verità aveva abbandonato me. Poi però sono tornata e di colpo mi sono ritrovata più vecchia. Pare che sia proprio per una legge della fisica che in montagna s’invecchi più rapidamente che altrove, ma questo noi montanari lo sapevamo già.

L’ultimo sogno realizzato

Pubblicare un libro che parlasse di abbandono e di morti, ritenuto difficile e perciò non preso in considerazione per un certo tempo. Scoprire poi che questo libro difficile, questo libro che parla di abbandono e morte, un po’ piace alla gente.

L’ultima volta che hai pensato ne valesse la pena 

Quando ho creduto di poter parlare di abbandono, di perdita, di fragilità, con parole anche desuete. Un azzardo. Eppure…

L’ultimo sorriso

Poca fa. Sto imparando a usare il touch screen del telefonino ma sono goffa: volevo inviare un messaggio con una faccetta sorridente, ho inviato una faccia con un occhio pestato.

Progetti?

Sto lavorando a una mappa dell’abbandono e al secondo romanzo, che ancora toccherà l’abbandono (che mi sembra la radice stessa del mio scrivere), ma stavolta sarà un abbandono appena un po’ più intimo.

Salutaci con una citazione dal libro

‘Nella polvere di queste rovine, in questa polvere che il tempo ha sparpagliato posso riconoscere volti oggetti capelli rimasti fra i sassi, lacci di scarpe confusi con le piccole nervature delle foglie, giunture schiantate e sedie e tavoli e abiti transitori, e una parola per volta, finché avrò vita, imbastirò la storia di questo paese’.

 

 

 

 

 

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Una risposta a CARMEN PELLEGRINO

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    gracias, bacio

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