ILARIA PALOMBA

ATTIVITA’: scrittrice

SEGNI PARTICOLARI: veste tendenzialmente di nero – con al massimo qualche fantasia maculata o scozzese

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Ilaria

Le tue origini e la tua città

Vado di dieci anni in dieci anni. I miei primi dieci anni, pur essendo nata a Bari, li ho trascorsi a Canosa di Puglia, allora tutto era campagna,  tramonti, spazi sconfinati, case abbandonate. Poi i miei si sono trasferiti per lavoro. I miei dieci anni (o poco più) a Bari sono stati tragici, ho odiato quella città e le sue logiche di dominio, con tutta me stessa. Ora che vivo a Roma da cinque anni torno ad amare la mia terra, proprio la distanza mi ha insegnato che esistano i ritorni e le riconciliazioni.

Cosa rispondevi, da piccola, quando ti chiedevano che lavoro volevi fare?

L’astronauta

E adesso cosa dici?

Vorrei che lavoro non fosse una parola sporca, vorrei  venisse riconsegnata dignità al mondo della cultura, vorrei dedicarmi solo allo studio e alla scrittura e poterne vivere.

Partiamo dal tuo secondo romanzo, “Homo homini virus”, uscito da poco per Meridiano Zero. Un sottotitolo al libro.

Ovvero la storia del futuro negato.

Uno dei temi conduttori è la virulenza della strumentalizzazione dell’altro, al fine di assecondare un sistema dove i media e la rincorsa al successo la fanno da padroni. Come ne esce l’arte?

Se l’arte ha ancora un senso, se l’arte non si è completamente dissolta nelle reti di comunicazione, se l’arte abita ancora i vuoti e le mancanze, allora l’Arte deve vincere la tentazione a trasformarsi in merce, solo così possiamo accostarci a lei, riconoscendola in quanto tale.

A tal proposito, una delle arti da cui è attraversato il romanzo (oltre a quella, inseguite e mai braccata, del giornalismo e della sopravvivenza) è quella della body art, incarnata da Iris, che è pura rivolta, istinto selvaggio, “gioca con il sangue come fosse un colore a olio e la sua pelle una tela da profanare”. La mia sensazione è che Iris sia metafora anche di altro: anelito di libertà, comunione con l’altro, passione.

Iris è una bambina ferita, e continua a esserlo anche da adulta, io l’ho ascoltata, forse aveva solo bisogno di essere ascoltata, e invece nella sua storia, nella sua vita, ha trovato tutt’altro, ha trovato la ragione strumentale, la mercificazione, la brama, il giudizio, l’invidia, un’invidia cieca, forse proprio a causa della sua diversità, della sua luce, fortissima, nonostante le tenebre da cui è irretita. Iris è quella fragilità, quella mancanza, quell’anelito incommensurabile da cui sgorga la creazione artistica. Lei è potenza, non potere, al di là del bene e del male.

virusSe non fosse che è una domanda che odio, mi verrebbe da chiederti quanto c’è di te, in Iris.

Tutta la sua rabbia.

Hai già affrontato il mondo dei performer e degli spettacoli di body art nel tuo saggio, uscito l’anno scorso per Edizioni Dal Sud “Io sono un’opera d’arte, viaggio nel mondo della performance art”. Ci puoi spiegare in poche righe cosa rappresenta per te la body art?

La body art è il tentativo di costruire un mondo altro rispetto a quello della ragione strumentale e calcolatrice, una costruzione che include ogni forma di diversità a partire dai sensi. È un transitivizzare gli intransitivi, lasciarsi abitare dalla luce, spingersi oltre il corpo attraverso un abuso del corpo. È una forma d’espressione non verbale che prende le mosse da pratiche antichissime e tribali di riconoscimento. Un urlo primigenio. Crudeltà, così come la intendeva Antonin Artaud in “Il teatro e il suo doppio”. Assenza di rappresentazione e presentazione diretta di un piano di realtà non esattamente razionale, vicino all’onirico e pure così fisico, un sogno di carne. Forse soltanto accostando la body art all’esperienza mistica la si può comprendere.

Qui le dai uno spazio che controbilancia quello più claustrofobico della scuola di giornalismo di Renato Paolini, cui Angelo si trova, suo malgrado, a essere iscritto, pur avvertendo che quel tipo di competizione non fa per lui. Alla scuola di Paolini occorre essere “forzatamente brillanti”, cogliere l’attimo prima del tempo, scervellarsi per ossequiare l’ansia di un pubblico che vuole essere colpito e stupito ad ogni costo. Tale voracità non appartiene però solo alla scuola di Paolini: quella scuola di “squali” esiste perché esistono i predatori, appunto. E le prede.

Credo che il motto semplicistico e dalle venature sadomasochiste: “Mors tua, vita mea”, sia l’emblema della nostra epoca. Credo che questo motto faccia parte di una sovrastruttura che giustifica e avvalla la struttura ultracapitalistica occidentale, una struttura che vuole passare per stato di natura, come naturale svolgersi degli eventi che da sempre prevedono vittime e carnefici, prede e predatori, forti che sbranano deboli. Esistono invece numerosi esempi del contrario, per esempio nel mondo animale, quando ero bambina, per farti un esempio, ricordo le mie due gatte prendersi entrambe cura di uno dei cuccioli malati. Credo che capitalismo, individualismo e sadomasochismo siano l’infernale triade che sta alla base della decadenza dell’Occidente, da ciò ne deriva tutto un immaginario del negativo: il male assurto a sistema, il prototipo del criminale come nuova forma d’idolatria, la necessità di essere concorrenziali, furbi, seduttivi più che altruisti, tolleranti, empatici. Sì, la scuola di Paolini rappresenta qualcosa di più di una scuola di giornalismo, è il nostro Occidente in scala ridotta, il modo in cui siamo arrivati a concepire il reale, a partire poi da un radicale fraintendimento degli insegnamenti di Nietzsche.

A pagina 23 il lettore trova una riflessione molto interessante a proposito della nostra sostanza etica. Non c’è bontà, la bontà è un’illusione: “Additiamo come crudele soltanto ciò che non possiamo ridurre al nostro orizzonte di senso. Consideriamo insolente tutto ciò che ci supera”.

Consideriamo crudele tutto ciò che non possiamo comprendere. Penso all’utilizzo fuori misura di parole come: pazzo, spostato, borderline, quante volte le usiamo? Le parole non sono neutre. La società in cui viviamo vuole giudicare, normativizzare, psichiatrizzare, sorvegliare e punire tutto ciò che non incarna il suo ideale di individuo vincente. E se invece il pazzo, il diverso, il folle apportasse un valore aggiunto e per questo non riducibile alla logica vincente/perdente? Allora forse temiamo tutto ciò che non possiamo categorizzare, fondamentalmente ne temiamo la potenza. Dividendo la società in vincenti e perdenti automaticamente alimentiamo il risentimento e il risentimento è molto diverso dalla coscienza di classe, il risentimento non porta alla rivoluzione ma alla strage. Quante delle tragedie umane come stragi, omicidi, suicidi, non sono poi provocate da un’errata e troppo facile stigmatizzazione di persone che semplicemente non rientrano nelle barriere ferree del prototipo di individuo vincente per la nostra civiltà?

Come hai contemplato la colonna sonora del romanzo?

Il protagonista maschile, Angelo, è un amante del rock e il suo sogno, almeno inizialmente, è quello di scrivere su riviste musicali, quindi mi è venuto spontaneo attribuire alla sua vita una colonna sonora, in sostanza è stato lui a suggerirmi i brani, c’è molto dei Radiohead (il suo gruppo preferito), alcuni brani dei Doors, dei Pink Floyd, dei Cure, dei Joy Division, che invece sono il gruppo preferito di Iris. Una come Iris non può non avere Ian Curtis tra i suoi idoli. Anche se poi pensando invece alle tracce che scandiscono i suoi pensieri, ho preferito l’elettronica, Moderat, Apparat e Trentemoller come cornici per le sue parole. Mentre scrivevo di lei li ascoltavo ossessivamente, sono arrivata ad ascoltare Rusty Nails 128 volte di seguito.

L’ultima domanda riguarda il sangue. Cosa rappresenta per Iris, al di là di uno strumento di compimento artistico?

In primo luogo uno strumento catartico di purificazione dal suo passato. Purtroppo ultimamente, specialmente nel mondo dell’arte, si tende a sottovalutare ogni atteggiamento di tipo autobiografico, stigmatizzandolo come narcisista o autoreferenziale. Siamo immersi in uno strano sdoppiamento: da una parte l’individualismo più assoluto con il mito dell’autorealizzazione a discapito di tutto e tutti, dall’altro il moralismo più bieco che nega importanza a qualsiasi cosa fuoriesca dal dibattito mediatico. Ti faccio un esempio: ora tutto ruota intorno ai conflitti planetari, per cui è chiaro che performance che hanno per oggetto tali conflitti avranno maggiore visibilità da parte della critica piuttosto che performance che affrontano per esempio il tema della diversità o della violenza domestica o della follia. Quindi tutto si svolge assecondando l’audience che una determinata azione può avere in un determinato momento storico. Accomodarsi in quelle che sono le tematiche in voga del momento non è, a mio avviso, un atto necessario. L’artista è tale perché sente una necessità, tale necessità si incarna nella forma di creazione da lui praticata, nel caso della body art, s’incarna nel corpo. Ecco, Iris, in partenza, è l’artista pura, slegata dai giochi populisti e mediatici. L’utilizzo del sangue ha un valore messianico, quasi biblico, di chi con la propria arte cerca di redimere l’umanità dalla caduta nel peccato.

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Ora alcune domande su di te. Raccontaci l’ultima volta che ti sei arrabbiata

Qualche mese fa sull’autobus in direzione Stazione Trastevere ho assistito a una scena che mi ha fatto riflettere proprio sul lavaggio del cervello che di giorno in giorno ci stanno facendo i media. Sono entrate due arabe, una delle due ha cominciato a parlare a voce molto alta al cellulare. Un uomo anziano ha cominciato a gridare le solite frasi, i soliti luoghi comuni sugli immigrati che ci rubano il lavoro, il terrorismo, l’Isis, e c’era anche gente che gli dava ragione. L’altra araba, quella che stava zitta e al suo posto, si è sentita evidentemente attaccata, offesa ingiustamente, ed è scesa dal bus. Non c’ho visto più, mi sono accostata al vecchio e gli ho gridato contro. So di aver sbagliato, di certo ho ottenuto l’effetto opposto rispetto a quello desiderato. Alla fine sono uscita dall’autobus in preda a una crisi d’asma.

L’ultima volta che hai riso di gusto

Quando sono arrivata a Roma, cinque anni fa, ho trascorso uno strano periodo di totale sregolatezza dei sensi, in primo luogo non dormivo. Sono stata da una psicologa del consultorio che, guardando i miei anfibi-carro armato e il collare borchiato che allora portavo, ha detto: “Se torni vestita da persona civile parliamo dei tuoi problemi, altrimenti devo farti passare prima per il Sert.” Le ho riso in faccia per un minuto e mezzo e me ne sono andata.

Raccontaci l’ultima volta che hai tentato inutilmente

Ho fatto l’errore, grande, grandissimo, di mandare in giro Homo homini virus prima che fosse davvero finito e quindi in molti casi non ho ricevuto risposta dagli editori, mi tormentavo tantissimo e pensavo anche di non scrivere mai più (non pubblicando quanto meno). Poi però, dopo essere stata quasi sull’orlo del suicidio, mi sono detta due cose: una era cercare un ruolo lavorativo (per quanto ciò sia possibile nel tempo assoluto del precariato) che non avesse attinenza con la scrittura, la seconda era ricominciare il romanzo daccapo. È stato allora che ho trovato la voce narrante, era lì l’inghippo, era lì tutto il romanzo.

L’ultima volta che hai tentato con successo

Tengo dei laboratori di scrittura in un Centro Diurno, è una gioia indescrivibile ogni qual volta i miei allievi tirino fuori un pensiero, una descrizione, una poesia. Una gioia enorme, specialmente quando qualcuno di loro lo fa per la prima volta. È, sia per loro che per me, un mettersi a nudo, abbassare le difese, non aver più paura delle proprie idee, emozioni, visoni. Quando questo accade sono felice.

L’ultimo desiderio

Voglio un miracolo. Voglio un mondo in cui si riesca ad apprezzare la Bellezza senza cercare in ogni modo di distruggerla, denigrarla, frantumarla perché non ci si sente alla sua altezza.

L’ultima malinconia

L’idea di non essere più una bambina. Le visioni del passato che lentamente si annebbiano. Il tempo che scorre troppo rapido e confonde i ricordi con le interpretazioni.

Due pregi e due difetti

Sono una persona empatica, so ascoltare. Sono permalosa e terribilmente gelosa (anche nelle amicizie).

A cosa stai lavorando ora?

Ho un nuovo progetto, un romanzo a quattro mani con Luigi Annibaldi, ci lavoriamo in realtà da un bel po’. Ha a che fare con l’abbandono, con la fuga e con l’assunzione di responsabilità.

Salutaci con una citazione da “Homo homini virus”

“In un orizzonte di senso in cui ogni alterità è annullata, la guerra non può avvenire che contro se stessi. E si può solo perdere.”

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Una risposta a ILARIA PALOMBA

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    grazie

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