LUCIANO MODICA

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ATTIVITA’: amministratore giudiziario di aziende confiscate dalla magistratura.

SEGNI PARTICOLARI: lettore, non onnivoro (che non significa nulla, poiché si sceglie sempre cosa leggere) ma che legge davvero di tutto.

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Cosa rispondevi, da piccolo, quando ti chiedevano che lavoro avresti voluto fare?

Una lunga carriera che mi ha visto nell’ordine: medico, ingegnere elettronico, musicista (che per un lungo periodo in effetti sono stato) sceneggiatore cinematografico e altro che non ricordo…

E adesso?

Adesso amministro per conto della cosiddetta Giustizia aziende confiscate alla criminalità organizzata. Con un certo grado di presunzione provo anche a scrivere romanzi.

E’ da poco uscito per Todaro Editore “Piove cenere”, nella collana impronte, diretta da Tecla Dozio. Un sottotitolo al libro.

“Il potere è del fato”. Mi riferisco all’umana illusione di controllare gli eventi. L’ostinazione di alcuni di credersi più forte del caos o di quel che altri chiamano Dio, la pretesa d’ingannare la morte trattandola come se non esistesse, come se non dovesse arrivare mai.

La scena del delitto che il lettore trova nelle primissime pagine è atroce: un uomo è stato prima accoltellato, poi deturpato con l’acido. La detection parte dai centri sociali di sinistra, essendo la vittima un militante di estrema destra. Ma le pagine porteranno in altra direzione. Io credo che, in generale, se si dovesse dare un suggerimento al lettore, questo sarebbe, per tutto il romanzo: Non fidarti dell’apparenza. Qui niente è come sembra. (qui prosegui dicendo cosa ne pensi).

La realtà è capricciosa e spesso inverosimile. L’Italia poi, è il Paese dei misteri, delle stragi rimaste senza colpevoli, dei delitti irrisolti.

Ambienti la storia in una città, Catania, che hai la capacità di rendere viva e pulsante, sia quando la pennelli con scorci ad effetto, sia quando la riduci a brevi descrizioni in grado di trasmettere anche le atmosfere, non solo i colori o la durezza. Come in questo passaggio: “…pareva un’immensa brace che arroventava uomini e bestie senza scampo. Le mura barocche dei palazzi del ’700, cupe e severe come certi prelati d’un tempo, erano state costruite con la pietra uscita dalla pancia del vulcano. Una pietra nera e dura come certe femmine di quei posti: splendide, ma indisponibili a lasciarsi forgiare a immagine e somiglianza di nessun uomo e di nessun Cristo. Quegli edifici scuri assorbivano calore di giorno e lo rilasciavano di notte, rendendo l’aria un castigo di Dio”. In che rapporti sei con Catania? Dal romanzo sembra quasi un rapporto di amore e odio…

Un rapporto di amore e dolore. Catania è una città noir in tutti i sensi. E’ lei la vera protagonista del libro, con tutta la sua vitalità assieme violenta e compassionevole, pregna di contraddizioni. L’architettura è in gran parte barocca, ma anche liberty. Però allo stesso tempo ha una cupezza gotica data dalla pietra lavica utilizzata per le costruzioni. Ecco, la natura della città si rispecchia perfettamente in questo misto di barocco e liberty colorato di nero.

Ti chiedo di parlarci della coppia investigativa formata dal sostituto procuratore Antonio Biondi e dal commissario Miceli: l’uno molto diverso dall’altro, ma in qualche modo complementari… sei d’accordo?

Ho volutamente scelto due investigatori che non togliessero spazio alla storia, privi di eccessivi protagonismi. Sono due figure, certamente tra loro complementari, che mi sono servite per “raccontare”, per accompagnare il lettore dentro la storia. Non sono due figure letterarie passibili di serialità. Credo di averli adeguatamente caratterizzati, ma non tanto da farne dei personaggi che prevalessero sugli altri. Ho provato, insomma, a scrivere una storia quanto più possibile corale.

Tra i vari personaggi che compaiono nel romanzo, mi ha colpito molto il Serpente, nomen omen. Ma non solo lui. Il Duca, il Mavaro, Quanto del tuo lavoro hai trasposto, anche reinventando, in questa galleria di comparse?

Bè, il Duca, per esempio, è un po’ la summa di alcune persone che ho conosciuto nel mio lavoro e di altre note per fatti di cronaca. Un uomo di potere che funge da raccordo tra le varie parti, ma che allo stesso tempo rappresenta molto di più di un oscuro faccendiere. Un Gattopardo, per essere chiari. Il Serpente si rifà a un personaggio recente della mafia catanese, adesso all’ergastolo, che si è distinto per la particolare ferocia. Un giovane boss che si è imposto a suon di pallottole, finché non è stato arrestato e condannato. Il Mavaro è il prototipo dello squadrista di estrema destra, figura molto presente a Catania, e non solo a Catania, purtroppo. Volutamente non ho usato mezzi termini con lui: la sua violenza è frutto d’ignoranza, stupidità e tragica debolezza.

luciano2Mi ha colpito anche la tua scelta di caratterizzare i dialoghi: da un lato non hai riproposto – per ovvie ragioni di comprensione, immagino – il dialetto catanese, dall’altro non hai rinunciato alla cadenza, a un certo modo di chiudere le domande, ad alcune espressioni prosaiche. Come è stato il lavoro formale?

Quando scrivo mi lascio molto guidare dal suono, dalla musicalità delle frasi. Nei dialoghi ho trasferito moltissimo del suono che viene fuori dalla lingua parlata. Penso che sia stato utile anche a dare i “colori” giusti..

Questo è il tuo secondo romanzo, dopo “Mara non gioca a dadi”: le difficoltà di pubblicazione.

Il primo è stato pubblicato da Runa Editrice di Padova, un editore piccolo ma serio e fiero di non essere tra quelli cosiddetti a pagamento. Il secondo romanzo è passato tra le mani di molti editor, anche di case editrici blasonate. Ho ricevuto molti pareri lusinghieri, credo sinceri, ma l’ok è arrivato da Todaro, un editore piccolo ma molto raffinato, che ha notevole cura editoriale e piuttosto apprezzato nell’ambito dell’editoria di genere.

E ora parliamo di te. Due tuoi pregi e due difetti.

Mmmm…non saprei. Credo di essere abbastanza compassionevole e trasparente. Di contro, spesso scado in un eccesso di accondiscendenza. Ma i giudizi su se stessi, ancor più che quelli nei confronti del prossimo, lasciano il tempo che trovano.

Cosa non sopporti in generale?

La mancanza di pietà.

Cosa invece ti piace molto?

A parte i libri dici? Nelle persone la trasparenza.

Raccontaci l’ultimo dubbio.

Io sono un cultore del dubbio, non per nulla sono agnostico. Ultimamente ho avuto qualche problema di salute e ho dubitato non poco dei medici a cui mi sono rivolto.

L’ultima certezza.

L’azienda confiscata che amministro da un anno. Sono abbastanza soddisfatto di come sta andando, malgrado le notevolissime difficoltà incontrate.

L’ultimo/a autodivieto/autolimitazione.

Il gelato al cioccolato (che mi piace moltissimo), ma ho scoperto di avere il colesterolo alto.

L’ultima volta che hai rinunciato.

Un anno fa. Ho capito che le parole talvolta sono uno strumento inadeguato.

L’ultimo sogno ad occhi aperti.

Vincere lo Scerbanenco.

A cosa stai lavorando, adesso?

Se parliamo di scrittura ad un terzo romanzo. Molto diverso da “Piove cenere”. Non è un giallo ma un noir che rimanda a Lansdale e Don Winslow (perdonami per l’irriguardoso paragone…) ambientato in Sicilia. “Piove cenere” si rifà in una certa misura anche alla tragedia classica. Il nuovo romanzo, viceversa, punta in una certa misura sull’ironia e a tratti è volutamente grottesco.

Salutaci con una citazione da “Piove cenere”.

Loro erano armati solo delle loro mani e avevano deciso di non reagire, ma solo di resistere e di rimanere fermi, a qualunque costo, davanti alle porte d’ingresso. Silvia s’era come fusa con quella piccola folla. Protetta dai suoi compagni e solidale con loro. Le gote, appena arrossate dall’aria fresca del mattino, quasi rilucevano in quel fragore di mani tese e capelli scompigliati da una leggera brezza.

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Una risposta a LUCIANO MODICA

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Che giustamente ti ringrazia. Letto e fatta anch’io rece per Milanonera.  Uscirà????

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