LUANA TRONCANETTI

Luana1

ATTIVITA’:   articolista, blogger, scrittrice

SEGNI PARTICOLARI:  perennemente sorridente, pioggia permettendo

LA TROVATE SU:  Facebook –  La staccata.it  – genitoricrescono.com

Le tue origini e la formazione

Sono una ragioniera coatta ( nel senso di costretta a intraprendere studi lontani anni luce dalla sua natura; essendo Romana è sempre bene specificare ). Il programma di un istituto tecnico commerciale non prevede lo studio del greco e del latino, non regala che qualche nozione basilare sulla mitologia, non concede spazio alla filosofia o a un approfondimento scrupoloso delle materie letterarie.

Le più disparate esperienze lavorative, i viaggi frequenti all’estero, la passione sfrenata per i documentari e quella per i libri hanno compensato in parte qualche inevitabile lacuna scolastica. Ho sempre amato leggere, leggenda metropolitana narra che io abbia imparato a farlo a neppure quattro anni, però non scrivo dai tempi dell’asilo così come dichiarano i più.

È da poco che mi diverto a dare forma ai miei pensieri con le parole, generalmente sviscerando gli aspetti più ironici del quotidiano, ma non disdegno cupe narrazioni di pura fantasia dove di spiritoso c’è davvero pochissimo.

Cosa rispondevi, da piccola, quando ti chiedevano che lavoro volevi fare?

Ho alternato fasi in cui sognavo di conquistare lo spazio a quelle in cui rispondevo, più banalmente, “la ballerina”. A fare l’astronauta ho rinunciato quasi subito, la prima volta in cui mi sono resa conto di soffrire in modo brutale di vertigini. Anche l’idea di sfiorare il parquet del Teatro Bol’šoj con le punte di gesso mi ha abbandonata piuttosto in fretta.

Quello che ho sempre sognato, fin da piccolissima, era colorare il mondo. Matite, pennelli, il mascara di mia madre, tizzoni di carbone: qualsiasi strumento producesse segni su una superficie piana apparteneva a un sogno che non ho mai potuto realizzare.

E adesso?

La scrittrice. E mi scappa da ridere, mi sentirei meno aliena a rispondere “l’astronauta”.

Hai pubblicato “Le mamme non mettono mai i tacchi”, uscito nel 2007 ma rieditato fino al 2015, una sorta di “prontuario” a partire dall’esperienza autobiografica della condizione di genitorialità. Essere mamma non è facile, non è inquadrabile in regole rigide, eppure ha del miracoloso. Dal momento che non esistono regole e dal momento che io sono bastian contrario, ti chiedo: nel bel mezzo della tua esperienza di mamma, anche alla luce di ciò che hai scritto e rivisto, hai qualche regolina, invece, da consigliarci? 

Premettendo che l’essenza del mio libro è custodita in questa riflessione: “Nessuno può insegnarti come fare il genitore, perché i bambini sono pezzi unici e non nascono con il libretto delle istruzioni attaccato al cordone ombelicale. Anche se fosse, questo verrebbe via con un taglio di forbice e si rimarrebbe comunque fregati. L’unica regola valida da adottare quando ti assumi la responsabilità di crescere un figlio è convincerti che non esistono regole valide. E se decidi di mettere in pratica un suggerimento, fallo con il beneficio del dubbio. Se non funziona, vuol dire che non va bene per tuo figlio. Non significa che non funzioni tu.”, una regola ferrea da suggerire, l’unica, è questa: assicurare sempre i bambini al seggiolino auto, senza se e senza ma.

Ho avuto un solo incidente in quasi venticinque anni di guida, una persona che non ha rispettato uno stop. È successo dietro casa mia, non esistono zone in cui l’influenza di San Cristoforo è più potente che in altre, toglietevi questa sciaguratezza dalla testa. Se mio figlio non fosse stato legato, come sempre, probabilmente ora non sarei più una madre. Affermazione forte? Rifletteteci, invece, e legate sempre i vostri figli con la cintura di sicurezza. Sempre, anche se per protesta dovessero prendere a morsi la tappezzeria dell’automobile.

Qui hai coniugato momenti seri e faceti. Ci citi un esempio divertente, per farci assaggiare il tuo stile.

Non è il più divertente, ma è breve e coniuga il serio al faceto. L’intenzione sarebbe stata quella di scardinare uno dei tanti stereotipi che inquinano la romanità, purtroppo mi sono incartata nel finale. L’episodio risale a quando mio figlio aveva circa tre anni.

“Premetto che io sono di Roma. Non dormo all’ombra del Colosseo da sette generazioni, perché quello è un pedigree che può sfoggiare soltanto uno spaurito gruppetto di trasteverini, ma la mia famiglia si è installata nella capitale da un numero di decenni sufficienti a fare di me una romana d’adozione D.O.C. Appartengo a una tribù bizzarra: mezzosangue calabrese-marchigiano ed è forse questo mio essere meticcia che mi porta, da sempre, a saltare sulla sedia ogni volta che qualcuno dice quella parolaccia.

È di pessimo gusto, ma nell’immaginario collettivo associarla alla romanità è diventata una triste consuetudine. Dobbiamo ringraziare i film di Bombolo e “der Monnezza” o quelle pellicole di cassetta dove il romano ti saluta con un buongiorno intramezzato da un paio di morta…tua tanto per gradire, se no la notte non dorme sereno.

Peccherò nel dire che ho un intelletto che va oltre, ma le parolacce non mi hanno mai fatto ridere. Sono e rimangono quelle: parolacce, fini a loro stesse. Qualche mente lucida ha pensato di introdurre quella parolaccia capitolina in uno spot qualche anno fa. Andava in onda anche in fascia protetta, e ho potuto constatarne i risultati.

Ale, mio figlio, stava lavando i dentini. Gli è caduto il dentifricio nel lavandino e, sereno come se stesso cinguettando “perdindirindina”, ha tuonato un sonoro «Ma li mort…tua!» con un vocione da baritono. Sono caduta a faccia avanti nel bidet, chiedendomi come accidenti fosse possibile che un bimbo che vive in una famiglia dove lo si rimprovera anche se gli scappa uno “stupido”, potesse esprimersi come un coatto della peggior sottocategoria.

Luana2La risposta me l’ha fornita qualche ora dopo una mia amica, durante una telefonata.

«L’hai vista la pubblicità?».

«Quale?».

«Quella dove alla fine dicono ma li morta…tua».

«Scherzi?».

«No, sono serissima».

«Avrai capito male…».

«A Lua’, so’ de Roma, come faccio a’ ave’ capito male?».

Già. L’aveva compresa e registrata anche Alessandro quella garbata espressione. E per lungo tempo ho tremato ogni volta che gli scivolava qualcosa dalle mani o che sbatteva contro un mobile. Lodi e squisitezze al genio che ha elaborato quello spot, e a tutti quelli che ancora oggi non si fanno problemi a partorirne di simili. Mi verrebbe da esclamare «Ma l’anima de li mejo morta… vostri!». Se necessario, so sdoganarmi dalla mia signorilità. Fatico di brutto, ma se mi impegno posso tranquillamente farcela.”     

Secondo te oggi qual è la più grande difficoltà dell’esser mamma?

Quella di sempre: cercare di non commettere gli stessi errori dei tuoi genitori. È semplice, tutto sommato, basta commetterne di diversi.

In realtà questo libro è molto utile anche ai papà… (prosegui)

Utile e confortante per i padri, oggi sempre più attori del concetto di genitorialità, serve a fugare anche le loro incertezze con qualche sana risata. Le donne non si riproducono per partenogenesi, me ne sono ampiamente ricordata in questo libro e diversi papà hanno apprezzato l’ovvia premura.

Sei nata e vivi a Roma. Anche in virtù di questo hai partecipato all’antologia “Roma in cento parole” (Giulio Perrone editore, 2014). Descrivici la tua Roma con una frase che non superi le 10 parole.

Rido. Tu sei un’assassina di logorroiche, esattamente come Giulio. Ci provo, dieci parole precise precise: “L’eternità di una risata a gola aperta, quella di Nannarella.”

Ho scoperto che ti piace la salsa e visto che siamo in sintonia anche su questo, ti chiedo: fai un viaggio sulla Luna e puoi portarti dietro solo 3 canzoni. Quali?

La quiero a morir di Francis Cabrel. È su questo brano che ho imparato a sentire la clave nelle gambe e nel cuore.

Temba Tumba Timba dei Los Van Van; i piedi mi partono in automatico quando la ascolto, come Kevin Kline sulle note di “I will survive” nel film “In & Out”.

Chan Chan dei Buena Vista Social Club. Un son, in realtà, uno dei progenitori della salsa. E’ un ritmo ipnotico, pigro, difficilissimo da imparare, meravigliosamente rilassante per me. L’ho danzato per ore mentre ero in travaglio, prima di decidermi ad andare finalmente in ospedale.

Cosa pensi di questo mondo editoriale in cui gli scrittori si devono barcamenare? Hai trovato qualche luce e qualche ombra?

Lucine molto soddisfacenti, nel mio piccolo. Ombre tante, ma ho le spalle larghe e riesco a sostenerle.

Per una donna trovi che sia più difficile affermarsi in questo settore? E in Luana3generale?

È certamente più difficile, in questo e in altri settori. I motivi sono talmente scontati che mi sembra superfluo enunciarli, in primis la mancanza di tempo e l’impossibilità di potersi concentrare su un unico fronte. Pochissimi possono vivere della propria scrittura, in linea di massima si tratta di un’attività accessoria a una professione principale. Di attività accessorie una donna, soprattutto se ha prole ancora in tenera età, può vantarne una varietà illimitata.

Ritagliarsi ulteriore spazio per scrivere richiede abilità da giocatrice incallita di Tetris, a lungo andare si rischia il game over. L’unica è diventare ladre del proprio tempo ma è oggettivamente difficile saccheggiare quello che non si ha.

Dare sfogo alla penna è immensamente soddisfacente, anche se non si è supportate da frotte di lettori adoranti. Però richiede tempo, concentrazione e fatica. Sono tutti fattori che si sommano a un elenco di priorità che una donna, anche la più emancipata o beneficiaria di un compagno collaborativo, non può fare a meno di prendere in considerazione. Spesso la scrittura resta a margine di tutto ciò.

C’è poi un elemento discriminatorio di non trascurabile importanza: a parità di talento, in linea di massima uno scrittore gode maggiormente del supporto delle sue fan rispetto a una scrittrice. Statisticamente le donne sono delle forte lettrici e non faticano certamente a esternare ammirazione per i loro beniamini. Gli uomini sono più restii in questo senso e leggono di meno.

Questo fenomeno nulla toglie al valore di uno scritto, sia cristallino che non contesto affatto le capacità dell’autore. Però magari ne facilita la notorietà, soprattutto se lo scrittore in questione è anche fascinoso e carismatico. E spesso lo è, anche per il semplice fatto di scrivere. Il passaparola è uno strumento virale potentissimo, soprattutto in tempi di Social Network, dove l’apprezzamento positivo su un libro può moltiplicarsi in modo esponenziale. Difficilmente ciò accade quando l’autore di un testo è una donna, per quanto valida possa essere la sua scrittura.

Un’altra problematica è la credibilità ( una donna che scrive spy story? Oppure gialli? ) e l’inquadramento stantio in generi ben definiti: il concetto di scrittura al femminile, non credo abbia senso. Le belle penne, e i cervelli brillanti in generale, non hanno sesso. Non trovo così sorprendente che un uomo scriva romance, così come trovo normalissimo che una donna possa squartare cadaveri in un noir e un istante dopo preparare la merenda ai suoi figli.

Io lo trovo normalissimo, altri un po’ meno. La prova è che nelle recensioni di alcuni libri si trovano perle quali: “Nonostante sia una donna, ha una scrittura cruda, potente, caustica, profondamente nera, capace di scavare nella melma dell’animo umano.”

Cosa ti dà la carica?

Il caffè, i baci di mio figlio, le piccole sorprese.

Cosa ti abbatte?

La pioggia. Sono mortalmente meteoropatica, soltanto chi soffre di questo disturbo come me riesce a comprendermi. Per gli altri è un’operazione surreale digerire quanto sia salvifico tenermi alla larga dagli oggetti taglienti quando il cielo vomita acqua.

Una volta che hai perso la testa

Soltanto una ?

L’ultima volta che hai rinunciato

Ho rinunciato a un’amicizia che credevo molto profonda, ho lottato come soltanto la tua Guerrera potrebbe pur di mantenerla in vita. Ero l’unica a lottare, però. Quando me ne sono resa conto, ho smesso di farlo. È accaduto di recente, la ferita brucia ancora un po’, ma trovo intollerabili le persone “sono fatto/a così, prendere o lasciare”. Non esiste forma di egoismo più spaventosa di chi fagocita affetto senza restituirne mai una briciola neanche per errore.

L’ultimo sorriso

Cinque secondi fa, io sorrido spesso.

Raccontaci un successo

Il Premio Massimo Troisi per la scrittura comica, professionalmente parlando è la prima cosa che mi viene in mente.

E ora una fatica

Vedere mio padre andarsene via un pezzo alla volta senza poter far nulla, se non continuare a sorridere insieme a lui. Anche della morte, sì. Noi due ci siamo riusciti, non è cosa da tutti. Lui  è stato uno dei più strepitosi umoristi che il mondo abbia mai ospitato, anche se non l’ha mai saputo nessuno tranne chi ha avuto il privilegio di conoscerlo e innamorarsi di quell’adorabile canaglia.

Due tuoi pregi e due difetti

Sorrido anche nelle situazioni più disperate, non mi arrendo mai. I miei peggiori pregi, i miei migliori difetti.

Un progetto in cantiere

Imparare la lingua spagnola.

So che hai un libro giallo nel cassetto. Salutaci parlandocene. 

La storia si snoda nel silenzio che protegge i mostri e offende gli innocenti, che cela amori proibiti e desideri illeciti, che veste i vigliacchi, che alimenta le illusioni, che porta al suicidio un ragazzo, che foraggia lo stupro continuo dell’anima di una donna.  E’ un silenzio che si spezzerà nella voce di una giustizia sommaria che non regala pace o reale assoluzione dai peccati, ma dignità a quanti sono costretti a macchiarsi le mani di sangue.

Un po’ giallo, un po’ noir. Un’ape, così amo definirlo io.

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2 risposte a LUANA TRONCANETTI

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Divertente

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