Il mio corpo mi appartiene

Con la foto a seno nudo diffusa su Facebook è diventata il simbolo della rivolta femminile nei paesi arabi. Si chiama Amina Sboui, è una giovanissima blogger e attivista tunisina che ha scritto un’autobiografia, Il mio corpo mi appartiene, già pubblicata in Francia per Editions Plon, da pochissimo uscita per Giunti nella collana Narrativa non fiction.amina3

Il primo marzo 2013 Amina compie il gesto di rottura, pubblicando la sua immagine a seno nudo in rete, in un contesto socio-politico quello della dittatura di Ben Ali che voleva le donne relegate dal più bieco conservatorismo. Amina non ci sta e reagisce con uno dei pochi mezzi a disposizione: il corpo e la sua esibizione. É l’uragano.

Osteggiata da molti, incompresa dai suoi stessi genitori, vilipesa dai benpensanti, Amina attraversa violenze fisiche e psicologiche, ma non demorde e diviene portavoce della sua generazione, quella che – come lei – ha partecipato attivamente alla Primavera araba. Alcuni passaggi paiono quasi obbligati: l’adesione al movimento delle Femen e il successivo allontanamento, la rivolta, la prigione. Il rapporto con l’autorità è sempre stato sofferto perché implica un dislivello di forze di cui i più potenti hanno spesso approfittato:

In Tunisia, i poliziotti sanno dove bisogna colpire per procurare più dolore possibile. Sono sicura che fanno pratica per sapere come far soffrire le loro vittime. Quando mi ?????????????????????????????????????????????schiaffeggiavano la faccia proprio vicino all’orecchio, come nei cartoni animati, io cominciavo a vedere uccellini, sentivo suonare le campane… Mi hanno insultata con tutte le ingiurie possibili e immaginabili.

Ma la ragazza è tenace, frequenta artisti, dissidenti, vuole scoprire, andare a fondo nelle sue idee e ciò significa, che discute, confronta, ad esempio, prima di abbracciare l’agnosticismo si legge i testi sacri delle più importanti religioni monoteiste.

Toccanti le pagine dove racconta delle violenze subite fin da piccola, quando improbabili amici di famiglia le proponevano dei giochi imponendoglieli come segreti, così lei non li avrebbe raccontati a nessuno.

Venivo violentata da quando avevo quattro anni, nel silenzio e nell’omertà più totale. Mia madre non mi aveva insegnato nulla sull’argomento, aveva solo pronunciato alcune frasi sibilline, incomprensibili per me: “Devi restare vergine e pura per il tuo futuro marito… É una questione d’onore per te e per la tua famiglia”.

Con una scrittura non squisitamente letteraria ma comunque efficace, Amina si svela totalmente al lettore. Non solo nel suo background, ma anche nelle prospettive, prima tra tutte l’inseguimento di sogni che sembrano tanto lontani, anche se sono utopia comune:

Sogno un mondo senza razzismo, senza omofobia, senza xenofobia, un mondo d’amore, senza frontiere… un mondo di pace, di musica. Un mondo che abbia per slogan “Libertà, dignità, giustizia sociale”, il mio slogan preferito durante la Rivoluzione tunisina. Innanzitutto perché in Tunisia bisogna ancora gridarlo forte e chiaro, visto che i cittadini non godono né di libertà né di dignità e la giustizia sociale non esiste. Ma anche e soprattutto perché questo slogan è universale.

 

 

 

 

 

 

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2 risposte a Il mio corpo mi appartiene

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    🙂

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