FRANCESCA BONAFINI

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ATTIVITA’: Scrittore

SEGNI PARTICOLARI:  Pigra, golosa, lussuriosa.

LA TROVATE SU: http://francescabonafini.wordpress.com/

Le tue origini e la tua città

Sono nata a Verona e sono cresciuta in un paese che si chiama San Giovanni Lupatoto, distante pochi chilometri dalla città. Lupatoto è un nome assai suggestivo, secondo me, e infatti ci sono molte leggende alla base di questo toponimo. A me piace quella che ha a che fare con i lupi: pare che un tempo la zona fosse boschiva e ci fossero lupi dappertutto, lupi ad totum.

Ho un forte legame linguistico con la mia terra: sono cresciuta parlando dialetto, lo parlo abitualmente e lo amo moltissimo. Dalle mie parti il dialetto continua a essere una lingua viva, non si è affatto perduto con le nuove generazioni. I dialetti, tutti i dialetti, sono lingue straordinariamente inventive, immaginifiche, vivaci, e a me piace molto assorbire e far uso di forme dialettofone altrui: avendo la fortuna di avere amici in tutta Italia, imparo meravigliose parole napoletane, ad esempio, o siciliane, o abruzzesi, cosicché il mio parlato quotidiano si ibrida e si arricchisce.

Cosa rispondevi, da piccola, quando ti chiedevano che lavoro volevi fare?

La cantante, o la batterista. Ho iniziato a suonare la batteria a quattordici anni, e ho continuato fino a venticinque circa. Ho suonato (e successivamente cantato e scritto testi di canzoni) in un gruppo per parecchi anni: è stata una bella esperienza, ma non era quella la mia strada, anche se ancora adesso non so bene quale sia la mia strada. Più che altro si può dire che son solita perdermi nei boschi laddove non c’è un sentiero ben preciso, ma tanta sterpaglia, ortiche e rovi, epperò c’è anche quella bella luce che filtra tra gli alberi, e il profumo delle foglie e della resina e del muschio, che son tutte cose che fanno bene al respiro. O anche male, talvolta.

E adesso cosa dici?

Mi piacerebbe, mi sarebbe piaciuto, lavorare nel sociale; nell’ambito delle tossicodipendenze, per esempio. Credo di averne l’attitudine, anche se poi le circostanze mi hanno portata a fare altro.

A volte però dico, e ci penso seriamente, che vorrei darmi alla vita eremitica: ritirarmi in solitudine, circondata da gatti e da altri animali, come fece Adriana Zarri.

Ma il mio futuro in realtà lo prefiguro così: prima o poi avrò un crollo psichiatrico e finirò i miei giorni girovagando per le strade, straparlando da sola e dormendo sotto un portico.

È uscito quest’anno con Avagliano il tuo romanzo “Casa di carne”: un sottotitolo al libro.

Il sottotitolo potrebbe essere una frase che Angela, la protagonista nonché voce narrante, dice al suo amico Alessio: “Basterebbe passare più tempo a darsi i baci. Il resto ritornerebbe a prendere la dimensione giusta, quella del superfluo”.

La voce narrante è di Angela: Angela e i suoi viaggi, le sue introspezioni, i suoi amori, le sue ricerche, le sue perdite e le sue acquisizioni. Subito salta agli occhi la peculiarità del tuo stile. Uno stile molto ricco, è come se traboccasse delle tante letture che hai fatto, ma con misura, secondo un ritmo musicale non prevedibile e con poesia. Ti chiedo di parlarci, dal punto di vista formale, della stesura del romanzo e di eventuali successive lavorazioni.

A questo libro ci ho pensato per una decina d’anni, ne avevo scritto già qualche pagina addirittura prima di terminare Mangiacuore, il mio esordio romanzesco, che uscì nel 2008 edito da Fernandel. Ma in quel tempo, però, di Casa di carne avevo scritto solo poche cartelle, che sono state quasi del tutto rimaneggiate. Negli anni successivi all’uscita di Mangiacuore ho poi apparentemente abbandonato il progetto, che ancora non aveva un titolo – lo chiamavo semplicemente il romanzo di frontiera – e ho lavorato ad altro. Dico apparentemente, perché in realtà non ho mai smesso di pensarci e di prendere appunti. Il
concetto di casa di carne, inteso come l’abbraccio in cui abitare, mi è venuto in mente nel 2007, mentre ero di passaggio a Roma, che è una città in cui ho molto amato. Da quell’intuizione è poi arrivato il titolo.

A parte la lunghissima gestazione, la stesura vera e propria è durata circa otto-nove mesi, ma con un lavoro di lima che si è protratto ancora a lungo.

Dal punto di vista tecnico, ciò che maggiormente mi sta a cuore quando scrivo è il ritmo. Le parole, prima ancora di rimandare a un senso – o, per meglio dire, a una molteplicità di significati e stratificazione di significati – sono suono, sono musica. Tessere i fili di un testo (testo, etimologicamente, vuol dire tessuto) è come scrivere uno spartito musicale. Quando scrivo cerco la musica, e cerco di approssimarmi il più possibile alla precisione, il che richiede un lavoro complesso e spesso esasperante. Ma nel risultato finale vorrei che tutta questa fatica non si percepisse, vorrei che ci fosse una sorta di sprezzatura: la mia speranza è che il lettore abbia solo una percezione di fluidità, di bellezza, di ritmo, senza accorgersi del lavoro mastodontico che ci sta dietro. Nel mio caso, devo dire che tutto ciò è particolarmente faticoso, perché non ho facilità né di parola né di ingegno, il che spiega anche la ragione della mia lentezza: mi sento in una sorta di ritardo perenne, e infatti dico sempre che sono in ritardo di dieci anni sulla mia vita.

fra2Tornando alla questione del ritmo, Fabrizio Frasnedi, docente di linguistica all’Università di Bologna, è solito dire che si scrive con l’orecchio, e io credo che la questione dell’orecchio, dell’avere orecchio, sia un’attitudine innata, che poi probabilmente si coltiva e si affina ruminando i testi che riescono a combinare bene le parole, a fare musica con il suono delle parole. Prendi ad esempio questi versi di Dante: “E come quei che con lena affannata, / uscito fuor del pelago a la riva, / si volge a l’acqua perigliosa e guata, / così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, / si volse a retro a rimirar lo passo / che non lasciò già mai persona viva.”

Ecco, questo è quel che significa fare musica con le parole. Senza contare che quel primo endecasillabo “E come quei che con lena affannata” ha già nel suono il senso dell’affanno, non trovi? Ha già in sé quella sorta di rallentamento ansimante che sopravviene al seguito di uno scampato pericolo.

La faccenda più difficile da realizzare, quando si scrive, è proprio questa: fare in modo che il significante sia, già di per sé, significato. L’aspetto formale di un testo mi deve parlare, non mi interessa che siano solo i significati a farlo. E lo dico prima di tutto da lettrice, perché quando leggo un libro cerco soprattutto questo, cerco la lingua, cerco la scelta formale che sappia incantarmi fonicamente, voglio una combinazione di parole fonicamente incantevole, e che combaci con il significato, che sia parte attiva del significato.

Si sa che tutto questo lo san fare davvero solo i grandi, come Dante, per esempio. Noi qua si tenta la via di un piccolo lavoro di artigianato, un approssimarsi da lontano (anni luce di distanza, per la verità) a questa perfetta simmetria di forma e di senso, che sempre ci sfugge.

L’idea di non appartenenza accompagna quasi sempre Angela, tranne in rari momenti di condivisione. L’altrove resta una meta, ma per sua stessa definizione non sarà mai raggiungibile, completamente “abbracciabile”: è il cammino stesso la meta, dunque?

Nulla è completamente abbracciabile, perché anche l’abbraccio è fragile, anche l’abbraccio è circoscritto nella nostra condizione di finitudine. Ma soprattutto, l’abbraccio non è e non deve essere fusionale: l’abbraccio è un temporaneo e meraviglioso e miracoloso cadere della distanza, ma noi tutti siamo ontologicamente soli, e l’altro da sé può essere accolto e amato, ma non assorbito, ne va anche della sua libertà, che bisogna rispettare. Mi piace pensare che la persona che amiamo sia non oggetto del nostro desiderio, ma soggetto, nel senso di parte attiva, agente, quindi libero di restare, e libero di andarsene. Libero di scegliere, giorno dopo giorno, senza costrizioni. Non possiamo costringere i sentimenti degli altri, gli altri non sono una nostra proprietà. Rabbrividisco quando vedo coppie che stanno insieme brandendo contratti matrimoniali a mo’ di avvertimento: se te ne vai, ti rovino. Ma cosa se ne fanno di un legame così? Tenersi accanto una persona col ricatto mi sembra quanto di più stolto si possa fare, innanzi tutto per se stessi. Abbiamo tutti bisogno di essere amati, e baciati, e accarezzati, ma io dico: che bene ti può fare una persona che non ti ama? Quali carezze ti può dare una persona che non ti ama? Poi mi viene da pensare che c’è gente che da sola non è capace neanche di andare al bar, e allora forse è per quello che si aggrappano ai ricatti e alle convenzioni. Evidentemente la solitudine la percepiscono come uno stigma, una sorta di vergogna sociale. Io invece la solitudine la vedo anche come l’opportunità di restare fedeli all’attesa di un amore che possa chiamarsi tale, senza  –  nel frattempo  –  prendere in giro nessuno. Ci vuole molta forza per fare questo? Sì, ci vuole molta forza. Non è da tutti, e lo capisco.

Questo è un libro anche sulle parole. Perché trapela il tuo amore profondo per la parola, dall’origine al significato corrente. Ci dici cosa fa bene e cosa fa male, secondo te, alle parole. La televisione, ad esempio, è nociva: «Dice troppe parole e troppo velocemente». E invece cosa fa bene alle parole?

Il silenzio. Il silenzio fa bene alle parole e a tutto il resto. Parliamo troppo, scriviamo troppo, e dovremmo invece praticare più spesso l’esercizio del silenzio, che è poi anche l’esercizio dell’ascolto. Invece è come se volessimo sempre riempire tutti gli spazi, anche quelli degli altri. Non va bene, e non fa bene. Per questa ragione io sento spesso il bisogno di stare da sola, per poi tornare in mezzo agli altri “meglio capace di uno sguardo di tenerezza”, come dice Fabrizio Frasnedi, le cui parole sono da tanti anni il mio nutrimento essenziale.

Angela dice di aver annullato tutte le barriere. Non sa e no vuole proteggersi, eppure Miriam – la sua coinquilina e amante – le assicura che è forte. Ci risolvi questa discrasia tra vulnerabilità e forza?

Angela è forte della propria fragilità, perché riuscire a confrontarsi con la fragilità, e i limiti, e il vuoto, e la nostra condizione di finitudine (il nostro essere mortali) ci rende forti, ma forti nel modo migliore: forti di una forza che non è sopraffazione, né finzione, né ostentazione di sé e dei propri traguardi mondani. Cito dal testo: “Eppure è proprio stando sul dirupo a strapiombo senza distogliere lo sguardo che si può capire l’unica cosa che ha un senso. E l’unica cosa che ha un senso è stare abbracciati, stare a darsi i baci e le carezze, finché c’è tempo di vita.”

E ritorniamo dunque al fatto che basterebbe passare più tempo a darsi i baci, come dice Angela. Guardare il vuoto a occhi spalancati ci porta lì, ci porta all’abbraccio, ci porta a trovare un senso nell’abbraccio, dimentichi della finzione quotidiana, dimentichi delle maschere e delle medaglie di cui ci fregiamo, consapevoli che maschere medaglie e finzioni sono tutte cazzate, perché nel fondo, ognuno di noi è un nudo animaletto tremebondo che racconta un sacco di palle prima di tutto a se stesso. Essere consci di questa recita è già tanto, è già un punto di partenza per desiderare un luogo in cui spogliarci di tutte queste bardature protettive. Un luogo, almeno uno, di autenticità.

Questo è anche un romanzo sull’amore. Quando Angela parla di amore, non riesce a non accostarlo alla verità, alla sincerità reciproca…

Secondo me, l’amore che non si fonda sulla lealtà non è degno di questo nome. La lealtà è la forma di rispetto più alta che ci sia, perché l’altro non è una nostra proprietà, noi non possiamo pretendere di avere il controllo dei suoi sentimenti. E credo che la slealtà in amore sia profondamente correlata  al possesso: ti mento, perché se scelgo la franchezza forse te ne vai, e io non voglio che tu te ne vada perché tu non sei un soggetto libero, ma un oggetto funzionale alla mia vanità, o ai miei comodi. Ecco, a me sembra che tutto ciò abbia ben poco a che fare con l’amore.

A pagina 89 dici che il tempo non si perde mai, nemmeno quando «pare di far nulla». Perché?

Perché alla fin fine io credo che tutto combaci, che tutto abbia in qualche modo un senso. Che abbia un senso anche l’essere sperduti, sofferenti, indecisi. Che abbia un senso anche stare delle ore a guardare il soffitto: è tempo preparatorio, tempo d’attesa, tempo di riflessione. “Il tempo è sempre dispiegato come un’ala, come in volo anche quando si resta a terra” dice Angela nel romanzo.

Metti il caso dell’amore, per esempio. Il tempo speso per l’amore è un tempo improduttivo se lo guardiamo dal lato dell’utilità. Ma è proprio l’amore a permetterci di vivere in un orizzonte di senso, è il tempo improduttivo dell’amore che ci aiuta a non disperare. E l’amore addirittura lo ferma, il tempo. L’amore è una sospensione del tempo, e sospendere il tempo in quest’epoca così ossessionata dalla velocità e dalla produttività è qualcosa di sovversivo già di per sé. Io credo che l’amore sia quanto di più rivoluzionario ci possa essere.

Ora alcune domande su di te. L’ultima volta che ti sei arrabbiata.

Dico sempre che sono un ex-iraconda, perché in gioventù esternavo gli scazzi, oggi lo faccio molto meno o quasi mai, lascio correre. E soprattutto, di solito è sufficiente chiedermi scusa perché mi passi. Non sono rancorosa, non lo sono nemmeno con le persone che – è capitato qualche volta nel corso della mia vita – mi hanno ferita o danneggiata, e che ho deciso dunque di non frequentare più.

Semplicemente, oggi come oggi, desidero circondarmi il più possibile delle persone di cui mi fido e che mi fanno stare bene, e che mi rallegrano la vita anziché complicarmela. Agli altri auguro il meglio, ma preferisco voler loro bene con un po’ di distacco, altrimenti poi finisce che mi amareggio, e invece vorrei star contenta.

L’ultima volta che hai tentato inutilmente

Tento inutilmente, tutti i giorni, di convincere me stessa ad andare a letto presto la sera, ma non ci riesco mai, perché il mio cervello – quel poco che ho – comincia ad attivarsi nel tardo pomeriggio, ed è a partire dal tramonto che riesco a lavorare proficuamente.

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L’ultima volta che hai tentato con successo

Ma sai che non mi viene in mente niente?

L’ultimo desiderio

La salute dei miei genitori. Spero possano stare bene, e sereni, il più a lungo possibile.

L’ultimo viaggio

In questi ultimi mesi ho girato l’Italia in lungo e in largo per accompagnare un po’ Casa di carne nel suo percorso. Viaggio moltissimo, per me ogni motivo è buono per mettermi in cammino, e amo tanto i micro spostamenti: vorrei essere una viaggiatrice millimetrica, non perdermi nulla, conoscere ogni angolo e ogni persona. Allo stesso modo, però, ho poi bisogno di controbilanciare con periodi di isolamento, di solitudine, di silenzio popolato solo dalle parole dei libri e dai baci dei gatti.

L’ultima malinconia

C’è sempre, in me, un velo di malinconia. E spesso mi viene un groppo in gola quando leggo un quotidiano o guardo un telegiornale: ammutolisco, e mi sento paralizzata, impotente, e ciò acuisce la malinconia.

L’ultimo dubbio

Mano a mano che passa il tempo, soffro sempre di più l’ambivalenza delle parole, l’uso perverso che se ne può fare. Cosicché mi viene il desiderio di approssimarmi più al mondo animale che a quello umano, prediligere insomma una comunicazione che non passa attraverso le parole, una comunicazione più fisica, istintiva, essenziale. Il dubbio dunque è: cosa sto facendo della mia vita? Non sarebbe spesa meglio se la dedicassi ad allevare le capre? Per una che ha improntato la propria esistenza sul lavoro con le parole, non è un dubbio di poco conto. E malgrado ciò, delle parole continuo a essere contraddittoriamente innamorata.

L’ultimo sorriso

Sorrido tutte le volte che vedo un gatto. Sono una gattara, sono cresciuta con i gatti, in casa mia il gatto (anzi, la gatta, perché solo femmine ho avuto) non è mai mancato. I gatti mi rasserenano, mi commuovono e mi rimettono in pace con il mondo. Sono creature buffe, amorevoli e piene di grazia.

Due pregi e due difetti

Credo di essere piuttosto paziente e servizievole. Per esempio, è facile vivere o viaggiare con me: tendenzialmente mi va bene tutto, sono molto adattabile, e non mi tiro indietro di fronte alle incombenze quotidiane, tendo anzi a assumerle sulle mie spalle (per dirti, sono il tipo che tenta di toglierti la valigia dalla mano e portartela io; oppure, a pranzo, son quella che spontaneamente di dà il pezzo di torta più grosso). Se mi accorgo però che qualcuno si approfitta troppo di questa mia attitudine, be’, cerco di limitarmi un po’. Quanto ai difetti: sono molto pigra, sono pigra in modo abominevole. E sono molto lenta, soprattutto per quel che riguarda la scrittura. Il che, combinato con una certa ossessione perfezionista, significa una produzione narrativa non particolarmente folta, ma questo tutto sommato non mi dispiace, anzi. E qui si ritorna alla faccenda del silenzio di cui discorrevo prima, perché in fondo quello che cerco è una parola essenziale, contigua al silenzio.

A cosa stai lavorando?

Sto ultimando un paio di progetti narrativi scritti insieme a Caterina Falconi, e nel corso del 2015 vorrei iniziare a lavorare a un romanzo che ho in testa da molto tempo. Però ho anche un romanzo inedito già finito, che è un po’ particolare dal punto di vista stilistico, è modulato su una lingua  d’invenzione: di moderata invenzione, a dire il vero, ma in questo periodo in cui l’editoria tende a prediligere un’estrema semplificazione sintattica e lessicale (che, francamente, non rientra per nulla nei miei gusti), per un libro così ci vorrebbe un editore un po’ coraggioso. Chissà.

Salutaci come ci saluterebbe Angela da uno dei suoi cammini, in cerca della sua “Casa di carne”.

Angela saluterebbe dicendo: abbi cura di te, e così vi saluto anch’io.

Che poi, in fondo, la cura di sé è il punto di partenza per essere in grado di prendersi cura anche degli altri, del mondo o, per meglio dire, di quel piccolo pezzo di mondo che ognuno di noi ha in sorte d’abitare. Come scrive Enzensberger in Prospettive sulla guerra civile: “non possiamo rimettere a posto il mondo, ma soltanto un angolo, un tetto, una ferita”. Si comincia da lì, dalle ferite accanto.

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2 risposte a FRANCESCA BONAFINI

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    🙂

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