Interstellar

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di Marilù Oliva

Con un po’ di ritardo arrivo anch’io a dire la mia su Interstellar, visto ieri sera in un cinema di periferia con una pessima audio disturbata dal rumore fastidioso dei sacchetti di chips e pop corn di affamati spettatori. Parto riprendendo l’incipit di Mauro Baldrati, dalla sua recensione di Carmilla:

“Bisogna fare attenzione a Christopher Nolan, è un tipo pericoloso. Dopo il tremendo Inception, un attacco ai diritti elementari dello spettatore, è probabile che colpisca ancora. Interstellar, l’ultimo kolossal di Nolan, può sfuggire a questo pericolo?”

Vediamolo attraverso i miei personalissimi (e molto opinabili) MI CONVINCE/NON MI CONVINCE.

MI CONVINCE

– Le ambientazioni: quella sulla Terra e quella nel cielo: nulla da eccepire sugli effetti speciali, anche a proposito di quelli immaginifici come appunto nel caso del wormhole (come resa visiva se li è dovuti inventare, probabilmente sulla base del trattato del fisico teorico Kip Thorne, libro dal quale ha preso ispirazione il film). Curiosità: le riprese sono state fatte in Canada, Islanda e California.

– La fotografia (colori inclusi)

– Le musiche di Hans Zimmer.  Curiosità: aveva già curato le soundtrack della trilogia di Batman e del film Inception dello stesso Nolan.

– I lanci e i voli, ma in generale, tutti gli effetti speciali.

– Tutto sommato mi convincono anche i voli pindarici astrofisici, nonostante le grandissime libertà lasciate alle esigenze romanzesche e soprattutto alla fantasia (come il cunicolo di tarlo vicino a Saturno)

Int 2– Matthew Mcconaughey (mi convince assai, bravissimo). E parla una delle tre persone in Italia che ha osato avanzare qualche riserva non su di lui, ma su True Detective.

– Le onde gigantesche in cui si imbattono i nostri eroi nel primo pianeta in cui sbarcano. Stupende.

– TARS, il robot dotato di ironia. A chi non piacerebbe averne uno in casa?

NON MI CONVINCE

– La durata: l’avrei apprezzato molto di più ridotto di almeno 40 minuti (risparmiati
tagliando sia all’inizio, sia nel viaggio)

Alcune casualità. Ad esempio: casualmente un pilota espertissimo trova le coordinate per ritrovarsi in una base della NASA dove casualmente stavano cercando proprio un pilota che gli piovesse dal cielo. Ah: casualmente lui abitava non troppo lontano dalla base.

Gargantua (se un astronauta venisse risucchiato in un buco nero verrebbe disintegrato)

La realtà ipercubica e soprattutto la soluzione finale, la melassa dell’amore che diventa parte della soluzione.

– La bellissima Murphy detta Murph. All’inizio è simpatica, ma poi tiene il muso per tre quarti del film. Quando suo padre decide di partire per la missione spaziale, spinto dal buon proposito di salvare l’umanità, lei è così infuriata che nemmeno lo saluta. Ma no, dai. Poi per almeno vent’anni si rifiuta di mandargli video messaggi e lo spettatore pensa: ma non l’ha ancora perdonato? Eppure dovrebbe essere cresciuta…

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ATTENZIONE: SPOILER + PAROLACCIA:

Come se non bastasse, in una delle scene finali, finalmente si rivedono. C’è il piccolo dettaglio – però – che lui ha meno della metà degli anni di lei, per questioni di asincornie nello scorrimento temporale. Insomma, finalmente si rivedono ed è geniale questa cosa che padre e figlia sembrano rispettivamente nipote e nonna. Scena molto commovente, lui, bello e adulto, è al suo capezzale, lei è vecchia e in punto di morte. Non lo vede da una vita, lui le stringe la mano, sembrano commossi e felici, ma… dopo tre minuti lei gli dice di andarsene via per salvare un’astronauta sola su un altro pianeta. Ma dico?! Hai rotto il cazzo per metà del film coi tuoi piagnistei e i tuoi musi lunghi, perché se ne era andato via il paparino, l’hai bastonato rifiutandoti di parlargli per quasi tutto il film, poi adesso che lo rivedi lo liquidi così? Ma va’.

– Non mi convince nemmeno come viene ripescato Cooper dopo essere stato espulso dalla realtà ipercubica.

– Resta volutamente in sospeso chi ha burattinato il tutto. Sarebbe stato bello che venisse approfondito, almeno in minima parte.

 

CONCLUSIONI: da vedere.

 

 

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