CARLO VANIN

La Notte della MediarchiaG

ATTIVITA’:  Libraio

SEGNI PARTICOLARI: Si è autoproclamato “Più grande scrittore vivente di Spinea (VE)”

LO TROVATE:  Al buffet

Le tue origini e la tua città

Sono nato nel ’77 e ho sempre vissuto a Spinea, sopra una ditta di forniture idrauliche. Come puoi vedere nei “segni particolari” qui sopra, io spesso sfotto Spinea per essere un piccolo centro anonimo dell’enorme hinterland che si estende fra Venezia e Padova, una città dormitorio in cui i ragazzi DEVONO solo pensare a calcio e automobili e le ragazze alla moda e agli One Direction, senza possibilità di fuga, pena l’emarginazione. È un mondo d’asfalto e fabbriche, di palazzoni in eterna costruzione e vie che si perdono in una campagna costellata di villette e SUV, un luogo in cui, dal tetto di casa mia, posso vedere gli sfoghi infuocati -alti decine di metri- delle cimienere a Marghera. Un posto tossico che ti fa diventare estremamente cinico.

Cosa rispondevi da piccolo, quando ti chiedevano che lavoro volevi fare?

Sarà un po’ banale, ma rispondevo sempre “l’archeologo”. Ovviamente la seconda scelta è sempre stata l’astronauta. Poi verso la quinta elementare ho avuto una specie di epifania e sono rimasto sveglio tutta la notte a scrivere racconti. Ce n’era uno in particolare in cui un uomo si trasformava in un attaccapanni. Il mattino dopo avevo un febbrone. Da lì in poi, ho praticamente dovuto scrivere.

E adesso cosa dici?

Adesso rispondo sempre “lo scrittore”. Ma credo che si dia troppa importanza al termine, o forse gli scrittori danno troppa importanza a se stessi. Io semplicemente scrivo e continuerò a farlo, anche se nessuno mi pubblicasse. In più, rispondere “lo scrittore” è anche una definizione esistenziale. Per me “sono uno scrittore” equivale a dire “sono un essere umano”. Se fossi rinchiuso in una stanza per dieci anni senza la possibilità di scrivere, direi comunque che sono uno scrittore. C’è qualcosa di più nello scrivere che creare trame, costruire personaggi, mettersi al pc a scrivere o firmare contratti. Secondo me essere scrittore è diventare una sonda della società in cui viviamo. Sintonizzarsi nelle frequenze disturbate del mondo e cercare di interpretarle e renderle comprensibili per gli altri. Probabilmente la mia idea di “scrittore” è molto simile a quella che i popoli antichi avevano dello sciamano. Un interprete del “grande oltre” e dell’invisibile.

È da poco uscito per Panda Editore il tuo romanzo “La notte della Mediarchia. Il commissario Elio Gamba”, un altro titolo al libro.

Il titolo originale era il sottotitolo “Il commissario Elio Gamba”, ma discutendone con un mio amico, lo scrittore Simone Togneri, mi sono reso conto che un titolo del genere era parecchio fuorviante. L’altro titolo papabile era “l’occhio e il serpente”, ma mi sembrava un po’ troppo fantasy. Il titolo vero del libro, in realtà, il nome con cui lo cito più spesso è “Elio Gamba” o semplicemente “Elio”.

va

Le ambientazioni. Un nord est oscurato a seguito di un’esplosione. Quanto di questa nebbia è presente anche oggi, nel nord-est, allegoricamente parlando?

Quando la grafica tridimensionale cominciava ad apparire nei videogiochi, la nebbia serviva a risolvere il problema del clipping, ovvero la quantità di oggetti che apparivano sullo schermo. Se erano troppi e il motore grafico non ce la faceva, venivano appunto “clippati” con la nebbia. Io spesso penso che la nebbia sia lo strumento che usa Dio (il mio folle dio personale, che hai incontrato anche nel mio romanzo) quando ha carenza di dati per costruire il mondo. Il nord est viene visto come il luogo dell’abbondanza, ma io l’ho sempre pensato come un corpo che ha un immenso buco nel cuore. Alcuni dati mancano: la nebbia li ha inghiottiti. Mancano l’empatia, la dolcezza, la felicità, la serenità, il rispetto. La crostina dorata che avvolge il nordest è sottile come la carta dell’uovo di pasqua. Sotto c’è il vuoto, la nebbia appunto. Lo spasimo calvinista del lavoro e del guadagno come unica possibilità di vita ha trasformato gran parte dei miei conterranei in macchine che solo all’apparenza trasmettono cordialità e franchezza. Sotto la carta velina ci sono immense pulsioni sadomasochiste, mostri terribili come odio e invidia. Ancora più sotto, c’è il nulla, che la crisi mondiale ha portato alla luce. Il nulla di una popolazione senza radici che cerca in tutti i modi di inventarsene alcune di astrusissime, millantando una purezza che ben lungi da essere un pregio, è solo un vago placebo per la terribile malattia della paura.

Ma quest’oscurità è metafora di ben altra oscurità, vero? Così come le pastiglie AEIOU, la droga di stato. Ci pungiamo un po’ svelando qualcosa di quello che si nasconde oltre la prima lettura?

Pungiamoci pure, io lo faccio da un bel po’! Prima parlavo di mancanza e di abbondanza. Mentre le mancanza del nord-est (ma a questo punto posso pure parlare del popolo italiano) vanno fino all’osso, le abbondanze sono semplici strumenti di allucinazione collettiva, palliativi, placebi oppure semplici cure sintomatiche, che di certo non risolvono il problema o servono a riempire l’abisso che abbiamo dentro. Alcuni di questi falsi rimedi si chiamano televisione, antidepressivi, alcool. Droghe consentite dallo stato che ottundono e danno una piccola, falsa felicità, proprio come le pastigliette AEIOU. Su ogni pastiglia è inciso il simbolo di un insetto, proprio a significare che questi placebi sono ubiqui, riempiono gli interstizi della nostra esistenza. Per ogni mancanza o sofferenza, abbiamo il placebo giusto. Ma è come tappare una diga diventata un groviera col chewing-gum. Il mondo in cui vive Elio Gamba è un mondo in cui la diga è già stata demolita dalla pressione dell’acqua nera e tutto ciò a cui si appiglia sono piccoli frammenti di felicità sfuggente. Per citare Eliot: con questi frammenti ho puntellato le mie rovine. La domanda che mi faccio sempre è questa: quando l’illusione del benessere cadrà (come sta accadendo) rivelando gli scheletri sorridenti nell’armadio, cosa faremo?

I personaggi sono ben caratterizzati e pieni di personalità. Alcuni nomi paiono quasi degli anagrammi, altri portano nel nome la propria essenza, come nel caso di Elio Gamba… come sono nati lui e Carla Chinellato, anche dal punto di vista onomastico, ma non solo?

Eh… quanto tempo hai? Tempo fa scrissi un fantasy tutto orpelli e frasi lunghe, ricco di vocaboli ottocenteschi e metafore complicate. Mentre facevo servizio civile ho sentito l’esigenza di “sciacquare i panni in Muson” (che è il fiumiciattolo che passa per Spinea) e trovare una scrittura più essenziale, più bassa, più legata alla terra. Come quand’ero piccolo, una sera sono stato preso da queste quattro epifanie, piccoli episodietti comici in realtà che tiravano però fuori tutte le cose brutte che porto dentro. In uno di questi episodi il protagonista era un commissario che impazziva durante un briefing a causa del troppo gin, assaltando i suoi sottoposti. Quell’episodio, scritto più di dieci anni fa si può leggere nel secondo capitolo del mio romanzo, quasi immutato. Il protagonista ha subito affascinato i miei lettori dell’epoca (li chiamo “miei lettori”, ma in realtà erano amici che portavano pazienza e si leggevano le mie corbellerie) molto più del mio fantasy joyciano. Così ho continuato a scrivere racconti terribili (ne ho collezionati più di un centinaio) che chiamavo “Cattive idee”. Elio e Carla c’erano già, in quel primo, lontano racconto. Elio era tale e quale a quello odierno: pazzo, malato e alcolizzato. Carla non si chiamava Carla Chinellato, ma Arla Inellato. Nella “logica” del racconto il suo nome aveva perso le iniziali perché il mondo in cui viveva era talmente malvagio da far perdere persino memoria dei nomi. Solo poi mi sono accorto, mentre le storie di Elio continuavano a uscirmi dalle mani, che Elio significa “sole” e che Carla porta il mio nome. Sono quindi nomi parlanti, è vero, ma io l’ho scoperto solo dopo. Insomma: “è del poeta il fin la meraviglia”, pure la propria.

E adesso un po’ di domande personali. L’ultima volta che hai tentato inutilmente

Poche settimane fa. Accade sempre quando tento di far crescere un po’ il rapporto con una persona che mi piace. In genere riesco sempre nei miei propositi: con le donne che mi piacciono, mai. Probabilmente è un sistema di sicurezza empatica che possiedo internamente: se io voglio bene a una persona, non vorrei mai che soffrisse… per cui non le farei patire la tortura di passare intere giornate con me nella stessa casa.

L’ultima volta che hai tentato con successo

Proprio poco fa ho fatto un pacchetto regalo perfetto. Ed io sono pessimo a fare pacchetti regalo. Però stavolta ci ho provato e tutto è andato per il verso giusto. La carta aveva le dimensioni corrette, le pieghe apparivano quasi automaticamente, il fiocco si è annodato alla perfezione e son finalmente riuscito ad arricciarlo in maniera decente con le forbici. Un successone!

Raccontaci una cosa che ti fa ridere ogni volta che ci pensi

Sicuramente i messaggi deliranti che mi manda il mio amico Diego su Whastapp. Urla allucinanti, foto di gattini o “insetti più grandi del mondo”, canzoncine blasfeme, offese in barese e soprattutto l’imitazione di un pappagallo che mi da del “drrrogatto”. Siamo brava gente però, Marilù: te l’assicuro.

Una cosa che ti fa arrabbiare

L’ignoranza. Non il semplice “non sapere”, ma quell’oscurantismo mentale che sarebbe risultato antiquato persino nel medioevo, l’essere chiusi per forza, contro tutto e tutti. Contro gli altri, contro il progresso, contro la stessa natura umana. L’apice si raggiunge quando questo oscurantismo diventa bandiera e professione di fede e viene trasmesso in un noto TG nazionale -ad esempio- per smerdare letteralmente l’atterraggio del Philae sulla cometa. Una cosa incomprensibile e folle che mi fa andare su tutte le furie ogni volta che ci penso.

L’ultima amarezza

Ti riporto alla domanda su quando tento inutilmente, in genere mi crogiolo nell’amarezza. Poi scrivo.

Visto che sei appassionato di mitologia… se venissi trasposto in quel mondo, chi vorresti essere e chi non vorresti mai essere.

Vorrei esssere Ulisse senz’ombra di dubbio. L’uomo che con l’astuzia supera ogni difficoltà, talmente forte da scacciare i pretendenti della sua sposa, talmente amato da essere atteso per anni da una donna forte e bellissima e cercato per i sette mari dal figlio. Non vorrei mai essere Cassandra… soprattutto visto il fatto che amo scrivere di catastrofi!

Una cosa dove ti senti molto forte

Non credo di avere un punto forte, ma tantissimi punti medi. Probabilmente sono quello che in America chiamerebbero “Jack of all trades, master of nothing”. So fare un bel po’ di cose, ma non so fare nulla estremamente bene, neppure scrivere.

Ti hanno mai fatto un bello scherzo?

Brutti scherzi sì, belli mai. Però i miei amici credo sappiano che se sono di cattivo umore o semplicemente mi gira male, posso essere estremamente permaloso.

Due pregi e due difetti

La tolleranza e la generosità come pregi, la superbia e la propensione alle dipendenze i difetti.

Cosa ti piace, del mondo culturale italiano?

Amo la tradizione italiana. Una storia epica nel vero senso della parola. Con eroi, cortigiani, principi e popolani, con personaggi che non tramonteranno mai come Orlando o la Pisana, Chichibio o l’Azzeccagarbugli… e non continuo perché la lista riempirebbe un tomone. Abbiamo tutti ricevuto in eredità storie immense che saranno scolpite nella storia della letteratura mondiale per sempre.

Cosa invece trovi faticoso?

Faccio mie le parole di Ursula Le Guin, stimatissima scrittrice di fantascienza, che durante il discorso per il National Book Award alla carriera dice: “Oggi abbiamo bisogno di scrittori che conoscano la differenza tra la produzione di una merce e la pratica dell’arte. Sviluppare materiale scritto per venire incontro a strategie di vendita con lo scopo di massimizzare il profitto di una società e la resa pubblicitaria non è la stessa cosa rispetto a scrivere e pubblicare libri in modo responsabile. Io vedo il reparto vendita prendere il controllo su quello editoriale. […] E vedo molti di noi, coloro che producono, che scrivono i libri e fanno i libri, accettare tutto questo. Lasciando che i profittatori commerciali ci vendano come deodoranti, e ci dicano cosa pubblicare e cosa scrivere.”
La grande editoria italiana contemporanea sta distruggendo la nostra tradizione e trovo sempre faticoso far capire agli amici che scelgono di pubblicare per i grandi gruppi che stanno andando incontro alla morte della loro carriera da scrittori e l’inizio di quella di oche all’ingrasso. Vedo sempre la felicità nei loro occhi dopo aver firmato contratti importanti e sinceramente lo comprendo. Però stanno partendo per un viaggio da cui non faranno più ritorno. Sono pochi coloro che forti della potenza della loro scrittura, riescono a dettare le proprie regole e creare capolavori.

Progetti?

Diventare un buon libraio, principalmente. Poi ho qualche storia in testa, compresi i due seguiti di “La notte della Mediarchia” e una raccolta di novelle “cattive” ispirata al Decamerone.

Ci saluti come ci saluterebbe il Ministro per la Censura Morgana Mille?

Voi sarete quelli a cui faremo più male.

E adesso ci saluti come ci saluterebbe Elio Gamba?

Sole Occhio! Sole Occhio a tutti!

 

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in interviste, romanzo e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

3 risposte a CARLO VANIN

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...