BARBARA CODOGNO

ATTIVITA’:  vive, pensa e ama, pericolosamente.

SEGNI PARTICOLARI:  alcune cicatrici piuttosto profonde

LA TROVATE SU: a bere al bancone di un bar, ma solo se il barman sa fare un buon Bloody Mary

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Le tue origini e la tua città

Senz’altro il punk, alle origini, poi la techno trance. La città in cui vivo non è la “mia”. Fosse per me vivrei in una foresta. O in un bosco.

Cosa rispondevi, da piccola, quando ti chiedevano che lavoro volevi fare?

Volevo fare la scrittrice. Un giorno, avevo undici anni, la mia mamma e il mio papà hanno trovato il mio diario con i miei progetti. E si sono tanto spaventati. Volevo fare la scrittrice e pensavo che solo se finivo in galera potevo scrivere in pace. Così avevo ideato “il piano”, facevo saltare in aria casa mia. Poi scoprivano che ero stata io, mi mettevano dentro e io finalmente scrivevo in pace. E così diventavo una scrittrice.

E adesso cosa dici?

Non dico niente, perché quando dico qualcosa o non mi si capisce o ci si spaventa. Poi mi rinfacciano che non so stare al mondo, che sono permalosa, maleducata… oppure che non calcolo le conseguenze…

È uscito quest’anno con Gaffi il tuo romanzo “Tutti figli della serva”: un sottotitolo al libro.

Lasciate ogni speranza o voi che entrate. Ma anche: la vita fa schifo.

Gli azzardi di Marta, la sua incoscienza, la sua capacità di osare oltre le convenzioni hanno in sé il germe drammatico della ribellione. Marta che non ha peli sulla lingua, Marta feroce, a volte, ma che in alcuni momenti darebbe la vita per una carezza. Forse anche per questo mi è piaciuto tantissimo il personaggio: parlaci della sua ideazione e costruzione.

Marta nasce dalla strada, che è sempre maestra di vita quando non è “strada maestra”. Marta nasce dalla rabbia, dall’impossibilità di avere un posto nel mondo. Dalla mancanza di amore, dalla mancanza di riconoscimento. Dalla violenza. Ma anche dalla denuncia, dal disprezzo dell’ipocrisia. Marta nasce dalla poesia che sboccia dal dolore. La sua fragilità diventa forza. Prima però Marta si sporca, si inabissa, si corrompe. Il suo è un viaggio iniziatico, la sua rovinosa caduta è una forma di misticismo. Tuona la tromba del  giudizio universale mentre si avvicina la resa dei conti. E infatti Marta spara. Al nemico vero.

La mala del Nord Est si snoda come sfondo in questo bellissimo romanzo che comincia con le sirene di servaambulanze e termina con i fiori. Come ti sei documentata, per quanto riguarda la parte, appunto, malavitosa collegata agli affari?

Ho le mie fonti, piuttosto attendibili. E comunque i quotidiani e i telegiornali locali hanno parlato di quasi tutti gli eventi che cito.

E per quanto riguarda il mondo della notte?

Anche in questo caso ho fonti piuttosto attendibili. E, confesso, io stessa ho frequentato alcuni dei posti che compaiono, ovviamente sotto mentite spoglie, nelle pagine di questo libro. La notte è stata a lungo “luogo” ideale del mio vagabondaggio randagio e inquieto.

Ho trovato originalissima la tua voce e perfetto il tuo stile. Perché, in un romanzo hard-boiled, sei riuscita a coniugare la durezza tipica del genere alla complessità di uno sguardo femminile. In realtà se si facesse leggere il libro a scatola chiusa, forse qualcuno non riuscirebbe a indovinare che l’ha scritto una donna. Io però, senza intenti presuntuosi, posso dire che l’avrei capito. Proprio dalla complessità di cui sopra, dalla dolcezza che trapela in alcuni rarissimi momenti preziosi, da alcune descrizioni di stati d’animo…

Questo è stato un duro lavoro in effetti. All’inizio avevo cominciato a scrivere usando un’unica voce. Volevo raccontare una storia di mala, forte, dura e lo stavo facendo senza dare ascolto alla mia voce femminile. Quasi un’auto censura. Poi mi sono avvicinata a Marta, alla donna, non al personaggio. E Marta era sì una dura, una che viveva in mezzo a ladri e a delinquenti, ma era anche molto, molto altro. Così, una volta che ho imparato a conoscere e ad amare Marta, una volta che l’ho lasciata libera di essere finalmente donna, attraverso i suoi occhi ho visto anche tutti gli altri personaggi. Mi sono apparsi con le loro fragilità, le loro paure, la loro umana umanità. Ho quindi rintracciato la loro storia, ho cercato cosa li animasse, le loro pulsioni, i desideri, l’ansia di riscatto. Forse è questo che fa la differenza di cui tu parli. Nel genere a volte, lo stile costringe i personaggi dentro a stereotipi che, appunto, definiscono il genere. E poi comunque c’è tutta la mia sincera insofferenza verso ogni cliché e ogni tipo di stupida formalità.

A proposito. Cosa rispondi a coloro che sostengono (anche in maniera sotterranea) che solo gli scrittori maschi hanno la prerogativa su alcuni generi?

Qua la domanda si fa seria. Io penso che i maschi siano seriamente in difficoltà. Mantengono con la forza, con la violenza e col disprezzo alcuni arroccamenti, non mollano alcune posizioni perché ormai hanno capito benissimo di non aver accesso a nessuna prerogativa. Il punto secondo me è proprio questo: tenere lontane le donne da qualcosa non è altro che manifestare la paura – effettivamente fondata – che le donne sappiano appropriarsi anche delle loro presunte peculiarità. E fare bene, se non addirittura meglio.

Mi ricollego a quest’ultima domanda per chiederti, dal momento che sei giornalista, se anche in quel settore, come in quello della scrittura, si registrano delle differenze tra colleghi maschi e femmine.

Ovvio che sì. Con l’aggravante che, se riesci, nonostante donna, nonostante madre, nonostante i bastoni tra le ruote e quelli che ti sei presa sui denti, nemmeno allora c’è riconoscimento.

Ora alcune domande su di te. L’ultima volta che ti sei arrabbiata.

Rispondendo alla domanda che mi hai appena fatto.

codogno

L’ultima volta che hai tentato inutilmente

Dormire senza sonniferi? Impossibile. Adesso però sfrutto l’effetto placebo. Ho capito che per me l’importante è assumere qualcosa. Allora ritualizzo: le gocce omeopatiche, la melatonina…

L’ultima volta che hai tentato con successo

Ho ricominciato subito dopo.

L’ultimo desiderio

Ha a che fare col sesso e con altre cosette di cui meglio non dire.

L’ultimo precipizio

Soffro di vertigini, sto alla larga, io, dai precipizi.

L’ultima malinconia

Il film di Lars Von Trier. Ma a “Melancholia” preferisco di gran lunga l’ultimo, “Nymphomaniac”. Anche Joe, la protagonista, alla fine spara al nemico vero. Ho molto goduto, in effetti… perché Marta e Joe hanno parecchie cose in comune.

L’ultimo dubbio

Ho innamoramenti intensi ma, fortunatamente, brevi. Sulle prime mi esalto, poi mi chiedo: veramente? E qua sorge il dubbio che quello che mi pareva così bello fosse in realtà una colossale cazzata. E infatti…

L’ultimo sorriso

Ogni volta che penso a mio figlio. Sempre.

Due pregi e due difetti

Difetti ne ho tanti, ma ho il pregio di saperli portare. Sono irriducibile, questo è il mio più grande pregio e il mio difetto più grande.

A cosa stai lavorando, ora?

Sto lavorando a un nuovo romanzo, ho appena iniziato a scrivere ma la storia mi visita da tempo, anche nel sonno. Si tratta di un uomo che studia il comportamento dei topi e anche quello degli uomini.

Salutaci come ci saluterebbe Marta, alla fine di “Tutti figli della serva”.

Per scegliere, per cambiare uno deve essere libero… oppure deve toccare veramente il fondo. Quando non hai più niente da perdere, allora sei pronto a tutto.

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4 risposte a BARBARA CODOGNO

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    🙂

  2. nuvela ha detto:

    Ogni risposta è un buon motivo per leggere il libro. 🙂

  3. Bocelli ha detto:

    Mi “batti in testa”, baby…

  4. Francesca ha detto:

    Barbara è una grande scrittrice e una che conosce molto bene l’animo umano e non si fa illusioni, eppure è capace di provare una grande compassione. E poi è proprio vero quello che dice alla fine: “quando non hai più niente da perdere, sei pronto a tutto.” E’ una cosa di cui chi perseguita e commette ingiustizie spesso si dimentica.

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