Giochiamo che ti metto in prigione?

di Marilù Oliva

Vado a comprare un gioco per mio figlio e mi dirigo al reparto playmobilLego/Costruzioni. Tra le proposte scorgo anche quella qui sotto (nella foto), chiaramente resto allibita. E mi chiedo: ma di cosa stiamo qui a parlare? Noi genitori, insegnanti, ma non solo: noi persone con ma anche senza figli, che magari cerchiamo di dare una mano, pur nel nostro piccolo, quotidianamente, goccia dopo goccia, non perché la giustizia trionfi, ma almeno perché l’ingiustizia non prevarichi?

Ho visto questo gioco e mi son cadute le braccia.

Di cosa si tratta è presto detto:

Una scatola di costruzioni di una cella. 

Con tanto di: detenuto in gabbia, poliziotto minaccioso, manette, fari, finestre con le sbarre e tutto lo desolazione delle prigioni.

Ora io mi chiedo:

Chi sono i geni che hanno messo sul mercato questo gioco? Voglio essere in buona fede e ignorare per qualche secondo che anche questo, come sospetto, non rientri in quella politica di impoverimento culturale e umano che si sta portando avanti da anni. Ci vorrebbe davvero una banda intera di incompetenti per proporre a dei bambini come gioco quello che in realtà rappresenta una punizione. Parlo al plurale, perché nella realizzazione sono implicate più persone: qualcuno che l’ha idealmente pensato, qualcuno che l’ha tecnicamente progettato, qualcuno che l’ha approvato. E qualcuno che non l’ha fermato (per quel che mi riguarda, anche il “non fare nulla/impedire” rientra tra le colpe).

In questo caso, domando alla Playmobil: non avevate un referente psicologo dell’età infantile che vi potesse spiegare quanto sia deleterio questo gioco?

carcere

 

Qualcuno che vi avvertisse di quanto può essere dannosa una trovata del genere per la mente-spugna di un bambino. Qualcuno che vi istruisse sullo squallore e sulle conseguenze implicite. Infatti istiga:

– alla divisione per caste (io sono il poliziotto che posso colpirti – e infatti ho in mano il manganello)

– a una visione manichea della vita (io sono buono e tu sei cattivo)

– alla costruzione di un immaginario “nemico

– a una gerarchia non solo di ruoli, ma anche di spazi (io sono libero, tu sei detenuto)

– a una meritocrazia distorta

– perfino alla violenza e alla prevaricazione da parte di chi è più forte su chi in quel momento è più debole (l’arma, le manette, la situazione allarmistica di sicurezza coi fari puntati).

Ai bambini andrebbe insegnato che nel mondo ci sono delle differenze, purtroppo: è vero, ma dovremmo darci da fare per avere almeno tutti le stesse possibilità. Ai bambini andrebbero mostrati contesti istruttivi e piacevoli, all’insegna della solidarietà, della condivisione e del rispetto. Icone di persone che si aiutano, non che si fanno la lotta o si sorvegliano con le armi in cintura, pronte per essere usate.

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2 risposte a Giochiamo che ti metto in prigione?

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    oibò!

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