MATTEO BORTOLOTTI

BortoloATTIVITÀ:  Scrittore e sceneggiatore, ‘esperto di tecniche di comunicazione’ per le aziende e le persone. Ultima

mente mi hanno definito ‘story coach’. Non mi piace, ma rende l’idea. Ho notato che in molti c’è sempre più difficoltà nel raccontarsi agli altri. Ancora di più, c’è difficoltà nel raccontarsi al pubblico più esigente, quello con cui dobbiamo tutti necessariamente fare i conti: noi stessi.

SEGNI PARTICOLARI: Scapadizzo. È un termine italobolognese che sta ad intendere la mia frenesia un po’ autistica. Ci sono, ma non ci sono. Eppure si può sempre contare su di me. Garantito.

LO TROVATE: in libreria e su Google. Basta digitare il mio nome e io comparirò. Sono sempre online, da quando mi occupo (anche) di Social Media. Quindi scrivetemi.

Cosa rispondevi da piccolo quando ti chiedevano che lavoro volevi fare da grande?

L’archeologo: possibilmente con il nome di un cane, con la frusta e il Borsalino. Ho sempre pensato che l’avventura e il mistero sarebbero stati il mio futuro. E in un certo senso, è così.

E adesso, cosa dici?

Il bancario. Il meccanico. Ho anche pensato di andare a lavorare per le pompe funebri. Un mercato solido, quello. C’è sempre da lavorare e c’è molto – ehm, – tempo per pensare. Forse alla voce ‘SEGNI PARTICOLARI’ avrei dovuto scrivere ‘Sarcasmo, humour nero’.

Quest’anno è uscito per Novecento Editore “L’ora nera”. Ti chiedo un sottotitolo al libro.

Uhm. Ora divento serio. Forse un sottotitolo adeguato sarebbe Diario sotto forma di thriller di un Paese in Coma Ideologico. Alla radice de ‘L’Ora Nera’ c’è il diario di una vita spesa durante un lungo purgatorio socio-culturale, a cui ho cercato di dare una voce. Ho lavorato sulla leggerezza della forma narrativa, sforzandomi di non dimenticare tutta la ferocia di quello che volevo raccontare. Negli anni, in mezzo a incerte fortune ne ho avuta una certissima, che è stata quella di imparare – per lavoro e per passione, – a raccontare le storie con tanti mezzi. E ho imparato una cosa su tutte: alla fine, forse, i fatti realmente accaduti non si possono raccontare, le emozioni realmente accadute sì. Quelle si possono rievocare come spiriti elementali. E la memoria viene rafforzata dalle emozioni. La memoria si aggrappa a quello che sentiamo quando ci accade qualcosa. L’odore di quel particolare fiore il giorno del nostro matrimonio sarà sempre gioia. Il verde, quel verde particolare, sarà sempre il colore del medico che ha fatto nascere nostro figlio, e sarà sempre vita. Così ho raccolto le mie emozioni, come ragazzo della ‘Generazione G8’, le ho mescolate con la mia memoria sociale, con la pelle dura delle cicatrici della mia città, e ho cercato una strada in mezzo a queste emozioni per raccontare uno STATO. Non mi riferisco allo Stato Costituzionale, parlo dello STATO DI TORPORE sotto al quale questo Paese sobbolle timidamente. Impaurito dalla crisi, coccolato dalla cosiddetta alternanza di Governo. Blandito dalla povertà in crescita costante e distratto dall’invidia sociale. C’è molta avventura, ne ‘L’Ora Nera’, c’è parecchio mistero, ci sono omaggi a quello che mi piace del ‘genere’ in qua e là, e un po’ della mia delusione. Mi sono stati consegnati degli strumenti da persone che non li hanno mai saputi usare. Parlo della generazione precedente, non mi riferisco a qualcuno in particolare. E parlo di valori, che con la scusa del compromesso sono stati calpestati, umiliati. Metodicamente.

oraLa postfazione è stata scritta da Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna. Perché e perché lui è stato importante per questo romanzo?

Paolo mi ha fatto un grande regalo. La postfazione l’abbiamo buttata giù insieme, a distanza, tra una sua seduta in Parlamento e quella successiva. È stato Carlo Lucarelli, tanti anni fa, a metterci a sedere a tavola insieme. Paolo voleva scrivere un romanzo e io già ne scrivevo. Parlammo a lungo, ci confrontammo. E io ho sempre ammirato l’apertura mentale e la disponibilità che ha avuto con un ragazzo di 22-23 anni. Una disponibilità che ho incontrato di rado, nel mondo della politica e della cultura. Anzi, meglio dire della ‘coscienza civile’. Mi nacque insieme a lui, l’idea primordiale che sta alla base de ‘L’Ora Nera’, da quei pranzi e dalle ore passate studiando l’archivio dell’Associazione. L’Associazione Stragi, con la sua attività costante, negli anni, è diventata un punto di riferimento per la memoria (associata a così tante emozioni) e per la passione per la verità (che sembra risvegliarsi ogni 2 agosto, dal palco montato di fronte alla Stazione di Bologna). Credo che Paolo sia stato fondamentale per la nascita di questo romanzo, per avermi presentato emozioni e fatti che io poi ho trasformato di racconto. Alla fine Paolo ha scritto quel romanzo, anzi ne ha scritti diversi. E io anche, ma non questo. Ho aspettato perché non pensavo di essere pronto. E poi un giorno ti svegli, e scopri che è proprio il momento di raccontare quella storia. La storia di quello che è accaduto, attraverso quello che potrebbe accadere.

Il romanzo comincia con uno sciopero, anzi: col più grande sciopero che Bologna abbia mai visto. Quarantamila persone arrabbiatissime e ognuna ha un proprio buon motivo per protestare, in qualche modo riconducibile alla crisi. Al di là dell’ottimo inizio letterario e del significato che tu hai dato allo contestazione… ma c’è davvero tanta gente che protesta, in giro?

Come ti dicevo, si tratta di quello che è accaduto, attraverso quello che ‘potrebbe’ accadere. E sottolineo il ‘potrebbe’. Ovvero ho utilizzato il potere – direbbero i dottori, – che ha la narrativa, quello di creare dimensioni distopiche, ucroniche. Simili eppure dissimili alla realtà. Perché è un gioco di specchi, la realtà si può raccontare bene solo nello specchio delle emozioni, la cronaca sarà sempre inaffidabile. Il dolore è così sincero, invece. Per risponderti più completamente penso – e nel romanzo si ‘sente’, – che le persone si lamentino parecchio, e che la gente ancora taccia. La gente sta davanti ai quiz con Carlo Conti aspettando la poverina di turno che deve fare la scossa, la gente condivide su Facebook scie chimiche e gattini. La gente è stata cresciuta a pane e Striscia la Notizia. Quello è il suo modo di ribellarsi. Chiama il Gabibbo. Ma c’è sempre un ma. Le persone non sono la gente. E le persone si risvegliano una a una. Io ho deciso di essere uno di quelli che suonano la sveglia. Tu, anche. E loro?

Parliamo di rotte. A pagina 178, Liliana dice a Francesco, riferendosi alla morte del suo amico: «Forse è vero che ci si perde di fronte a cose di questo tipo, ma nella vita secondo me ci si perde con l’unico scopo di ritrovarsi. E non lo dico per fare l’ottimista. Ci si perde se si sbaglia strada per andare da qualche parte, ma poi si cerca di tornare sulla propria rotta. Se non ritrovi te stesso e se non lo fai al più presto, Franz, finirai per dimenticarti dove stavi andando! Allo­ra sì che ti sarai perso davvero. Perché non è la strada che fai che conta, ma la direzione che prendi». Una domanda azzardata… come si fa a capire quale direzione prendere?

Be’, in tanti di questi tempi, se li incontri al bar o per strada, ti dicono di avere un po’ ‘perso la bussola’. Quale direzione prendere nello specifico è frutto del viaggio precedente. Dove ti sei fermato? A che punto hai cominciato a chiederti se quella era la strada giusta? Triangolazione. Prima domanda: CHI SEI? Non farla troppo complicata per ora. Rispondi in un minuto e passa alla seconda domanda. DA DOVE VIENI? Questa è più facile, ma ti dò comunque un minuto. Terza domanda: DOVE STAI ANDANDO? Scegliere è più difficile che agire. Sbagliare è facilissimo, ma se ti assumi la responsabilità dei tuoi errori, allora saprai trovare il coraggio di sbagliare. Fatto questo, fatto il grosso. Continua a camminare e non dimenticare di determinare la rotta sempre con queste domande. I valori di cui parlavo, per me, sono una direzione ancora possibile, almeno nella dimensione privata. I valori possono essere una bella bussola, in un momento in cui il relativismo totale la fa da padrone. Valori come quelli di solidarietà, libertà di pensiero, equità, responsabilità, studio. È tremendo scrivere cose malvagie ed essere uno dei buoni, ma va’ così. Lo scrittore di gialli è sempre un gran moralista.

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E adesso una domanda cui hanno risposto in tanti, me inclusa, ma mai esaurientemente (forse  perché non esiste una risposta esaustiva). Questo romanzo è un noir: ma cos’è il noir?

Un’etichetta. Un genere letterario. Un problema dell’Estetica. Un mercato. Una cosa che fa figo se ti vesti di nero, non ti lavi i capelli per una settimana, e ti vendi come uno di sinistra. Una cosa che odiano i non-lettori, quelli che leggono i mattoni solo per aver la scusa di leggere soltanto un libro all’anno, che poi non finiscono neppure. È un romanzo sociale. Ecco, per me soprattutto quello che scrivo diventa noir quando scrivo romanzo sociale. I noir sono romanzi civili che si pongono domande etiche e morali attraverso lo sfondamento della barriera del perbenismo, della ragione imprescindibile del quieto vivere, alla ricerca della luce che si intravede nelle fratture del sistema.

Una cosa che non ti piace del mondo editoriale.

Quale mondo editoriale? Vi ricordate ‘Non è la Rai’? Quel programma di Boncompagni fatto di giovanissime minorenni che gigioneggiavano, ballando e cantando per mostrarsi in camera. Quello della ‘Delusa’ di Vaschiana memoria. Quella è stata l’icona della fine. L’inizio della decadenza, del narcisismo a tutti i costi. Ciancico ergo sum. Io potrei essere definito un narcisista anche solo perché ne sto parlando, ma ben venga! Ritengo la pratica del narcisismo una responsabilità culturale, un’arte raffinata, sottile. Il narcisismo di oggi è robetta. Sono le scimmie al BioParco. È finito nelle mani di tutti, dentro i telefonini di tutti, sulle bacheche di Facebook e ahimè nelle pagine dei libri di narrativa di genere. Il genere era un’isola felice, un ghetto nel quale ci si poteva ancora permettere di trasmettere qualcosa mascherandolo dietro un canone, di fare cultura e avventura. Senza troppa pressione da parte dell’editoria, che stava al gioco. Non mi piacciono gli scrittori improvvisati, e ancor di più – spesso le due categorie coincidono, – non mi piacciono i lettori improvvisati. E non mi piace che il mercato sia drogato di libri scritti o tradotti alla ‘boia d’un Giuda’, buttati in libreria come calzini in saldo, nella cesta, venduti a pochi euro. Non mi piace che questo stia crescendo un’intera generazione di lettori che non coniuga il congiuntivo e pensa per aforismi riciclati. Non mi piace che si sia così indietro con l’utilizzo dei nuovi mezzi di fruizione e che gli scrittori, quelli veri, non stiano facendo assolutamente nulla per capire come muoversi verso il futuro. Parlo di organizzarsi, di consorziarsi e ragionare insieme. Per creare insieme un futuro dove potranno – se lo vorranno, – riprendere in mano coi propri lettori (quelli veri) il controllo delle loro Opera, dei propri mondi. Un futuro in cui l’editore avrà meno peso economico, e forse tornerà ad avere un valore culturale. Sempre che non si lascino trasportare da un dozzinale narcisismo, e si prendano tutta la responsabilità dell’essere dei decenti, composti, narcisisti ortodossi.

Una cosa che invece ti piace.

I lettori veri, i posti in cui ci si incontra. Le librerie e le biblioteche. I festival dietro le quinte. Gli editori che pagano gli anticipi e ti trattano come una persona e non come un prodotto. Gli scrittori che non fanno gli ipocriti e coi quali davvero condividi il peso e la leggerezza del raccontare storie, senza falsi ‘gentlemen agreement’. La passione dei pochi, che spesso fa tanto. E alcune cose della rete, ma per quelle c’è ancora tempo per esprimersi.

Una cosa che non sopporti, in generale.

L’ipocrisia e le menzogne. Anni di studi mi hanno trasformato in un abile mentitore e un fanatico della sincerità. Mai mettersi contro un bugiardo professionista. Dico spesso che uno scrittore è un bugiardo a fin di bene, un tizio che con grandi bugie racconta piccole insondabili verità. Anche l’avidità non la sopporto. E gli zombi. Specie quelli che corrono. (strizza l’occhio)

Una cosa che mandi giù a malincuore.

L’esistenza del denaro come necessità di sussistenza, che ti costringe spesso a cercare una dimensione legata a interessi che non sono sempre e solo i tuoi.

Una cosa che ti fa stare bene.

Risposta stupida, ma sincera. Mi piace aiutare gli altri, lo faccio con le parole (sono bravo con le parole) e coi fatti (sono bravino anche coi fatti, ma dipende da cosa bisogna fare, a volte mi ammacco un po’).

Se un bambino ti chiedesse cos’è il male, cosa risponderesti?

È il bambino quello a cui chiederei cos’è il male, in modo da poter imprigionare quel male in una forma in grado di essere sconfitta. In un orco, un drago, un mostro sotto al letto. E se dovessi per forza dare una risposta, allora lo avvertirei che il male – forse, – è l’unica cosa che esiste davvero, che è là fuori, e che l’unico può sconfiggerlo è lui, con qualcosa che gli cresce dentro. Proprio qui. E ci vuole tempo per farlo crescere, quel qualcosa, nel frattempo bisogna fare l’unica cosa possibile. Bisogna uscire senza avere paura, dialogando con la paura, aggrappandosi alla bellezza. E se il male entrerà dentro, non bisognerà permettergli di rimanere per tanto tempo. Giusto quel che serve per riconoscerlo la prossima volta che ci proverà.

E se lo stesso bambino ti chiedesse cosa significa essere uno scrittore?

Gli direi che quella definizione è vecchia. Che uno scrittore usa le parole, ma le parole prese di per sé non significano niente, anche se sono belle e suonano bene una accanto all’altra. Gli direi che uno scrittore, quando è un narratore, è un po’ come un mago che gioca con la fantasia di ogni lettore. Lo scrittore, quando è un narratore, ti trasforma nel suo apprendista stregone e ti fa fare cose meravigliose, ti fa andare in posti in cui non andrai mai, essere persone o cose che un giorno ti sarà utile essere stato. Oppure no. Mal che vada, ti sarai divertito.

Due pregi e due difetti.

Originale, Leale. Logorroico e dispersivo. Anche se alla fine riesco a fare tutti i miei compiti per casa. Ero il tipo che faceva i compiti, e che poi marinava la scuola. Sono fatto così.

L’ultimo dubbio.

«Questo dubbio sarà l’ultimo?».

Una certezza.

L’amore.

L’ultima volta che ti sei arrabbiato.

Arrabbiato davvero? Quando mia madre ha esalato l’ultimo respiro di fronte a me e ho dovuto alzare la cornetta per svegliare mio padre e farlo venire in ospedale. Ce l’avevo con lei. Non si fa così, una madre non dovrebbe morire. Il resto sono bisbocce, sane indignazioni.

A cosa stai lavorando, ora?

È uscito un racconto con gli stessi protagonisti de ‘L’Ora Nera’ nell’antologia ‘Fischio Finale’ curata dall’ottimo Gianluca Ferraris… e potrei anche pensare  che le storie de ‘Il Diavolo e l’Acqua Santa’ non siano finite qua… Nel frattempo scrivo un nuovo romanzo che ha per protagonista un vecchio amico, si chiama Walter Maggiorani e ha fatto un po’ di sconquasso nel mio primo ‘Questo è il mio sangue’. Quest’estate ho scritto anche un film, una tenera commedia sentimentale che ha a che fare con una bambina di otto anni che rapisce un trentacinquenne, e che spero passi presto in fase di produzione perché il regista e co-autore, Gianmarco D’Agostino, ha tanto da trasmettere. E poi avrei una storia fantastica in mente, ma è troppo folle per venire pubblicata da un editore, in Italia. Magari la pubblicherò in America. Vedremo.

Visto che hai collaborato alla fiction TV dell’ispettore Coliandro, ti chiedo, per gli appassionati della serie, di raccontarci un aneddoto.

Uh, di aneddoti ce ne sarebbero tanti, negli anni in cui abbiamo lavorato a Coliandro è successo di tutto, e con Giampaolo Morelli – che era diventato come un fratello maggiore, – ne abbiamo combinate di tutti i colori, non solo giallo. Un aneddoto divertente riguarda quella volta che i registi, i Manetti, mi convinsero a recitare una parte all’inizio della puntata ‘Anomalia 21’ insieme a Giampaolo e a Massimiliano Bruno, che nella serie interpretava Borromini. Il personaggio che dovevo interpretare era una specie di poliziotto nerd informatico dall’aria allampanata. Io arrivai sul set con un po’ di miei vestiti, non sapendo se dovevo mettermi la divisa o no. Chiesi se dovevo fare delle prove coi vestiti del guardaroba, quando Loretta mi vide e si limitò a dire: «Qui c’è scritto nerd allampanato. Hai portato dei vestiti in stile Bortolotti?» Risposi di sì, e lei annuì. «Vai benissimo così! Altroché divisa. Nerd allampanato, uguale Bortolotti.» E finii per travestirmi… da me stesso. Fu un lungo piano sequenza, da girare, e con Giampaolo e Massimiliano, che sono straordinari attori e caratteristi, ci divertimmo un sacco a riscrivere il copione improvvisando.

Ci saluti con una breve citazione da “L’ora nera”?

Che domanda difficile, non si può chiedere a uno scrittore di auto-citarsi. Lo fa da solo, di solito. Siamo già abbastanza autoreferenziali. Leggete voi il romanzo e sceglietene una che vi piaccia. Ci sarà sempre bisogno di lettori appassionati. Come di vinili, e di cani senza padroni.

 

 

 

 

 

 

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Una risposta a MATTEO BORTOLOTTI

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Grande l’amico Matteo!

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