Stefano Piedimonte

l-assassino-non-sa-scrivereATTIVITÀ:  Scrittore

SEGNI PARTICOLARI:  “Fin troppo schietto e irruento” (M. Castelli, economiaitaliana.it)

LO TROVATE:  Preferibilmente a tavola

Cosa rispondevi da piccolo quando ti chiedevano che lavoro avresti voluto fare da grande?

L’investigatore privato. Lo scacchista (avevo uno strano concetto di “lavoro”). Il musicista. Lo scrittore.

E adesso, cosa dici?

Quello che faccio. Ho l’impressione che sia il più bello in assoluto, se ti accontenti di non fare troppi programmi e sei disposto a rimetterti sempre in discussione.

È appena uscito per Guanda “L’assassino non sa scrivere”. Ti chiedo un sottotitolo al libro.

Cronache sanguinarie da un paesino sfigato.

Partiamo da Fancuno, paesino di tremila soggetti, dal nome equivoco e sul quale tu e noi recensori giochiamo volentieri: «Ci sono tanti modi per andare a Fancuno». Come l’hai costruito?

L’ho costruito pensando alle fondamenta dei palazzi, delle case di questa povera gente costretta a vivere in un posto disgraziato con un nome ancora più disgraziato. In un senso simbolico, intendo. Avevo voglia di creare un microcosmo che fosse il più lontano possibile dalla città in cui vivo e dai posti che frequento abitualmente. Volevo essere libero da ogni condizionamento, influenza esterna, mappa precostituita. La libertà assoluta, però, comporta rischi enormi.

Se dovessi dare delle indicazioni immaginarie per arrivarci? 

Accendi la macchina, parti a razzo, inoltrati nella campagna, fermati solo quando finisce la benzina.

I tuoi personaggi hanno il dono di restare impressi e alternarsi, nella fantasia del lettore, come una galleria di antieroi pittoreschi, a partire dalla voce narrante, giornalista di cronaca nera. A un certo punto fai dire al protagonista: «La cronaca nera mi ha reso un uomo peggiore». Spiegaci perché.

Per il cinismo. Quando lavori per diversi anni nella redazione di un quotidiano assumi il cinismo come un tratto imprescinidibile del tuo carattere. La cronaca nera è uno di quei settori che alimentano di più questo caratteriale: diventa quasi una necessità, uno scudo per proteggersi. Se sei forte, se tieni duro, riesci a conservare la tua umanità. Ma è non detto.

C’è qualche reminiscenza del tuo passato lavoro presso diverse testate giornalistiche?

Be’, sì. Sarebbe stupido negarlo. La voce narrante è quella di un vecchio giornalista sulla via della pensione. Non mi sono ispirato a nessun ex collega in particolare, ma è come se avessi raccolto le voci di una certa parte dei vecchi cronisti, molto scettici verso il lavoro dei colleghi più giovani e, di pari passo con l’avanzare dell’età, anche un po’ boriosi.

Io trovo che tu abbia una potentissima capacità narrativa, sia nella tenuta della storia sia nella forma: uno stile che possiede il talento, oltre che della scorrevolezza, anche di essere pieno, corposo, misurato, vario, immediato ma mai scontato. Ti chiedo tecnicamente come procedi.

Intanto: grazie. Si può dire grazie in un’intervista? Per il resto, cerco di pensare ai personaggi come a delle grosse scatole in cui infilare cose, oggetti, parti meccaniche che cozzino fra loro. Amo molto la vita, pur non capendone il senso, e la mia visione della vita è questa: una serie di attriti, di frizioni, di grossi contrasti. Gli attriti e i contrasti generano dolore, ma sono anche alla base dell’esistenza. Io cerco di ricreare la vita, in ogni singolo personaggio, in questo modo: facendo stridere le sue varie facce.

Quando invece sei tu che leggi un libro, quanta importanza dai allo stile?

Per me lo stile di un narratore è tutto. Per quanto ritenga la trama un elemento fondante del romanzo stesso, in presenza di un grosso spessore letterario riesco ad accettarne l’assottigliamento. E’ un discorso pericoloso, perché oggi va di moda in certi circoli e in certi salotti considerare la trama come un accessorio tutto sommato trascurabile. Non è così. La trama è tutto. Ma anche lo stile è tutto. Lo so, tecnicamente è un discorso strampalato.

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E adesso una domanda cui hanno risposto in tanti, ma mai esaurientemente (forse  perché non esiste una risposta esaustiva). Parliamo di generi, precisando che il tuo romanzo è stato definito “thriller”. A me non sembra, anzi: sembra piuttosto che sia intriso di noir e a questo punto ti chiedo: cos’è il noir?

Ah, boh. Il mio editore, Luigi Brioschi, citando altra persona che al momento non ricordo chi fosse, mi disse una volta a pranzo: “Il noir è un giallo che perde tempo”. Il mio ultimo romanzo non credo si possa definire un thriller. No, non lo è. E’ una favola, una favola dai contorni cupi, nerastri. Viene fuori anche il noir, certo. Il noir, appunto, è una cosa che viene fuori, come una nuvola di vapore grigio che ti circonda appena svolti l’angolo. Può essere un momento, o può durare per tutto il romanzo. Direi che è un “mood”, più che un genere letterario. Una cosa che può assalirti ma anche lasciarti in pace un attimo dopo.

Una cosa che non ti piace del mondo editoriale

L’invidia e il rancore fra scrittori. Il mercato italiano è così vuoto, così povero; i lettori sono così pochi, che trasformare un non-lettore in lettore (grazie al mio romanzo? Al tuo? A quello di qualcun altro?) vuol dire che quella stessa persona un mese dopo leggerà anche altro. La lotta non dovrebbe essere per avere più spazio sullo scaffale, ma per fare sì che i lettori li svuotino, quegli scaffali. Non sono un poeta, parlo con molto cinismo: ci guadagneremmo tutti. Alimenteremmo il mercato che ci dà da mangiare.

Una cosa che invece ti piace 

Il parlare del nulla. Quando partecipo a riunioni in cui si parla di personaggi di finzione, di cose irreali, inesistenti, inutili, mentre tutto fuori dalla finestra gira col fragore e coi clang di una fabbrica in attività, mi sento un privilegiato. Mi sento uno a cui non hanno ancora strappato la possibilità di sognare.

Una cosa che non sopporti, in generale

La superficialità.

Una cosa che ti fa impazzire

La curiosità negli occhi di una donna.

Una cosa che mandi giù a malincuore

L’obbligo della sintesi, a cui peraltro sono addestrato grazie al mio precedente lavoro.

Se un bambino ti chiedesse cos’è il male, cosa risponderesti?

La volontà di nuocere al creato. Andare contro la vita.

E se lo stesso bambino ti chiedesse cosa significa essere uno scrittore?

Scrivere favole.

Due pregi e due difetti

Curioso, mutevole. Irruento, facile all’incazzatura.

L’ultimo dubbio

Non posso rispondere: mentirei.

Una certezza

Quella di essere un uomo libero.

L’ultima volta che ti sei arrabbiato

Qualche ora fa. Ma è appena uscito il mio libro, è comprensibile. La tensione, sai.

A cosa stai lavorando, ora?

Nulla in particolare. Ho qualche idea che ritengo buona, vorrei cercare di portarla avanti restando me stesso, senza diventare ruffiano, senza inseguire a tutti i costi il lettore.

Adesso salutaci come ci saluterebbe Susy, dal suo bar. Anzi, dal bar che è poi di tutti coloro che lo frequentano, come hanno dimostrato, a tempo debito, i suoi avventori.

Prendi qualcosa. Paghi domani. Se puoi.

 

 

 

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Una risposta a Stefano Piedimonte

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    🙂

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