VALERIA CORCIOLANI

ATTIVITA’:  la carta d’identità cita: ILLUSTRATRICE e GRAFICA. In realtà ho il vizio (un bene? un male? Mah…) di odiare Corciolani1l’immobilità, quindi anche nel lavoro mi rinnovo e cambio in continuazione. Per questo motivo,  conduco anche corsi nelle scuole per avvicinare i bambini all’arte e la creatività: con loro non mi annoio mai, ogni volta è una sfida e ogni volta riescono a stupirmi. E poi c’è la scrittura: un fiume in piena che mi coinvolge, mi emoziona e mi diverte. Non potrei più farne a meno.

SEGNI PARTICOLARI:  granitica negli affetti. Per il resto come sopra: devo rinnovare spesso l’orizzonte (anche solo spostando i mobili di casa da una parete all’altra!)  altrimenti divento di cattivo umore.

La TROVATE SU: valeria.corciolani@facebook.com

Le tue origini e la tua città

Sono ligure, con geni emiliani da parte di papà, che forse mi danno quel guizzo di socievolezza in più: si sa, noi liguri abbiam la scorza dura, ma giuro, una volta forzato il guscio siamo gustosi e morbidi come la nostra focaccia :). Vivo e lavoro a Chiavari, cittadina che amo e che ho trasportato nei miei romanzi. Il mare è parte integrante del mio essere, quasi come dormire e respirare, amo il suo odore che mi solletica le narici appena apro le finestre. Penso che potrei trovarmi in qualsiasi parte del mondo e il suo profumo mi farebbe sentire subito “a casa”.

Cosa rispondevi, da piccola, quando ti chiedevano che lavoro avresti voluto fare?

Che volevo disegnare le storie.

E adesso cosa dici?

Beh, che sono proprio contenta, perché oltre a disegnare le storie con pennelli e matite e ora le disegno anche con le parole.

Per Mondadori è uscito nel 2010 “Lacrime di coccodrillo”: come sei approdata a questo editore? Ci racconti qualcosa della tua storia, per tutti gli esordienti che ci seguono?

Eh, che colpo vero? Ogni tanto penso di essermi giocata tutti i “bonus fortuna” in quell’occasione lì! Scrivo il romanzo di getto, senza pensare al dopo, solo per il gusto di scrivere qualcosa che mi sarebbe piaciuto leggere. Probabilmente per quel desiderio di creare qualcosa di nuovo di cui parlavo prima. E anche perché il mio primo bambino non dormiva MAI e le notti sanno essere eterne. Lo legge mio marito e resta allibito, pensava di aver sposato una che disegnava e bon, lo legge la mamma e si emoziona, lo legge un’amica, poi un’altra e l’amica dell’amica, l’amico dell’amica… insomma ho cominciato a pensare che forse valeva la pena investirci un po’. Così lo spedisco ad un’agenzia letteraria, pagando la “lettura” che loro trovano “editorialmente interessante”. Non fanno neppure in tempo a ragionare su come\dove mandarlo che chiama Giulia Ichino dalla Narrativa Mondadori, chiedendo all’agenzia se hanno per le mani un romanzo che guarda caso (per questo dico che mi son giocata i “bonus”!) rispecchia proprio le caratteristiche di Lacrime di Coccodrillo. In tre giorni Giulia lo legge, si innamora, dice che è proprio ciò che cercava e decide di pubblicarlo.

Insomma, nel mio caso l’agenzia ha avuto un ruolo importante, ma purtroppo ho avuto modo di constatare che anche il romanzo segue le mode. Ci sono manoscritti meravigliosi che restano lì, in attesa che il loro “genere” torni in auge. Fa strano pensare ad un romanzo come un paio di jeans  a zampa tenuti nell’armadio “che tanto poi tra qualche anno usano di nuovo”.


coccoIn “Lacrime di coccodrillo”
l’amicizia era il cardine su cui ruotava l’intero romanzo: quanto è importante per te, l’amicizia?

L’amicizia è una meravigliosa ricchezza, anche nella coppia.

I personaggi maschili come Raul – affascinante e bastardo della razza più impenitente, figura maschile uscita egregiamente dalla tua penna – ci possono comunque lasciare qualcosa? Fosse anche solo l’insegnamento di stare loro alla larga…

Credo che nella vita di ogni donna ci sia stata la volta in ci si è gettate (più o meno consapevolmente) tra le braccia di un Raul con la convinzione che lui, il “bastardo impenitente” PER NOI CAMBIERA’, anzi, che riusciremo a redimerlo… ahahah, illuse!

In Lacrime di coccodrillo ho trattato la figura di Raul con lieve e quasi affettuosa ironia, ma ciò non toglie che le quotidiane notizie di violenze sulle donne, frutto di una modalità distorta di vivere i rapporti umani e l’affettività, ci raccontano purtroppo ben altro.

Da poco è uscito “Il morso del ramarro”, digitale con EmmaBooks. C’entra qualcosa Caravaggio in tutto questo?

Certo, perché un anziano e burbero professore guiderà, con l’aiuto dell’arte, un medico del Pronto Soccorso alla soluzione di un curioso mistero. Le luci e le ombre del Caravaggio fanno da contrappunto alle luci e le ombre dei personaggi che popolano il romanzo: il professore e i suoi due amici, decisi a portare a termine la loro impresa in barba alla loro età; una solare badante peruviana che non sa più quale considerare “sua casa”; una quattordicenne alle prese con i primi amori; una mamma separata che non sa come gestire la sopracitata figlia quattordicenne con i due figli minori (due gemelli di cinque anni programmati al fattore disastro) e con il suo senso di fallimento come moglie; tre ricchi rampolli annoiati che scelgono il furto d’appartamento per dare un guizzo d’adrenalina alle loro giornate vuote…

Come il ramarro, simbolo di morte e rinascita, così nel romanzo si mescolano giovinezza e vecchiaia, bene e male, forza e debolezza, fino a che tutto prende le giusta collocazione “a temp e leu”, “al momento opportuno” come cita la tradizione contadina a proposito del ramarro che, con il suo cammino, segna il tempo giusto per la semina.

Cosa ti piace, del mondo degli scrittori?

Amo il desiderio di mettersi in gioco, l’umiltà (di molti) di ammettere che non si è mai “arrivati” e soprattutto l’amore che tutti nutrono per la lettura.

Cosa invece non mandi giù?

Non riesco a mandar giù gli atteggiamenti (verissimi!) che descrive Culicchia nel gustoso capitolo “Atteggiarsi a scrittore” del suo ultimo romanzo “E così vorresti fare lo scrittore”. Uno spasso.

L’ultima volta che ti sei arrabbiatarama

Tre giorni fa.

L’ultima volta che hai tentato inutilmente

Stanotte. Ma Elwood (il nostro gatto) fa gli occhi a bilia e capitolo subito. Lo ammetto: sarei una pessima mamma gatta. E lui continua a svegliarmi all’alba per giocare.

L’ultima volta che hai tentato con successo

La volta di tre giorni fa. Mi è venuta proprio bene.

L’ultima certezza

I miei bambini. Solo annusarli, ascoltarli, pensarli mi da la certezza di aver comunque combinato qualcosa di buono: loro.

L’ultimo sorriso

Poco fa. Sorrido spesso, e non è una paresi, sorrido davvero.

L’ultimo dubbio

Anche questo poco fa. Con i miei figli. Davanti a loro mi mostro sicura, ma in realtà non lo sono mai, ho sempre paura di sbagliare.

Due pregi e due difetti

Un pregio credo che sia l’ascoltare. Lo faccio davvero, con attenzione, con rispetto, con partecipazione. Sarà che a me viene il nervoso se mi accorgo di parlare al “nulla”.

Un altro è probabilmente la fantasia, la metto in ogni cosa: con chi mi sta accanto, nel lavoro, tra i fornelli, nel dipingere i caloriferi…

Con i difetti è sempre più facile, tanto che non so da dove cominciare. Mah, direi da quello che mi dà più fastidio: sono intransigente, con me stessa, in modo implacabile. Non me ne lascio passare una. Voglio fare tutto e pure bene. E da sola. Questo porta inevitabilmente ad affrontare il baratro del “non ce la farò mai a finire in tempo” un giorno sì e l’altro quasi anche.

E qui si affaccia prepotente il secondo difetto: sono disordinata (sposata con un disordinato. Dato che la matematica non è un’opinione, più per più dà più, quindi prole disordinata all’ennesima potenza). Difetto che, sommato al precedente, crea un burrascoso conflitto d’interessi: perdo un sacco di tempo a cercar cose,  misteriosamente ingoiate in una sorta di buco nero casalingo, da cui non vengono (quasi mai) risputate.

Progetti?

Sicuramente altri romanzi e il mio coinvolgimento in un bellissimo progetto che dovrebbe portare Chiavari, la mia cittadina, a diventare un polo artistico\culturale. Speriamo. Io resto convita che l’Italia potrebbe risollevare l’intera economia solo grazie ai suoi tesori artistici, paesaggistici e culturali.

Sei una mamma che lavora: dove e soprattutto quando trovi quella che la Woolf chiama “stanza per sé”?

La stanza tutta per me è leggere. La sera mi immergo in storie non mie e lì, tra le pagine, mi ripulisco dai pensieri. Le idee migliori mi vengono proprio appena spengo la luce.

Salutaci con una lacrima di coccodrillo.

Trentatré graffette.

Tre forafogli.

Quattro matite Hb.

Una pinzatrice.

Due palle.

… nel senso che si sta rompendo.

Sono le ventitré e cinquantacinque.

Quattro minuti dopo l’ultima volta che ha guardato l’ora.

Due palle.

Suonano.

Guarda, apre.

Due fate.

Fortuna insperata per quella sera.

«Vorremmo segnalare una presunta scomparsa.»

Infatti, troppa grazia. Le sparizioni sono sempre una gran rottura di coglioni.

«In che senso sparizione e in che senso presunta.»

«Nel senso che una persona è sparita.»

«Da quanti giorni?»

«Veramente non si tratta proprio di giorni.»

«Forse si può parlare di…»

«Ore?»

«Più o meno due.»

Belle, ma cretine.

«Non so se siete al corrente, ma per dichiarare scomparsa una persona devono essere trascorse almeno quarantotto ore. Ore, capito? Non minuti. Forse avete fatto confusione.»

«Senta, scusi» lo aggredisce la stangona bionda, «non ci tratti come cretine e ci stia a sentire, magari prenda qualche appunto.»

Si notava tanto il mio cretine? Afferra con lenta indolenza un foglio e una delle quattro matite Hb.

«Sì?»

«La persona è scomparsa da due ore, non è molto, è vero. Il problema è che non stava bene.»

Cretine e pazze furiose.

«Che fa, non scrive?»

«Scrivo, scrivo.»

Due schizzate affermano che da due ore è scomparso un presunto malato.

«Non vuole la descrizione?»

«Descriva descriva.»

Ora attacca la piccolina.

«Alto circa uno e ottantotto, uno e novanta. Prestante, occhi verdi, capelli scuri, vestito di scuro, Tod’s ai piedi. Ha una macchina sportiva grigio metallizzato. Si chiama Raul.»

«Ha scritto?» controlla la stangona.

«Scrivo, scrivo.»

«Raul e poi, se posso chiedere?»

Betti ha un attimo d’incertezza ponendosi il ragionevole dubbio che un cognome come Bond annulli ogni credibilità.

«Bondi, Raul Bondi» la previene Lucia, in fondo è solo una “i” in più, che in questo frangente, si rende conto, fa un’enorme differenza.

«Che tipo di macchina sportiva?»

La piccolina lo guarda mordendosi il labbro.

L’agente Maralli rotea gli occhi: domanda inutile chiedere il modello di un’auto a una donna, ma forza dell’abitudine…

«Maserati Granturismo, cerchi in lega da venti pollici con trattamento polished, pinze freno colorate.»

Apppperò, hai sentito la stangona?

«Adoro le auto sportive e leggo regolarmente “Quattroruote”. Non tutte le donne del pianeta fanno l’uncinetto e leggono “Mani di fata”» ruggisce Lucia.

«Ma la macchina, se stava male…» le sfotte, cercando di riprendersi dallo smacco, l’agente Maralli.

«Lo sappiamo, ma nei paraggi non c’era più. Per quello la informiamo. Temiamo che possa avere avuto un incidente.»

«In quali paraggi era quest’auto?»

«Vicino a casa sua» risponde Lucia indicando Betti.

«E cioè?»

«Via Rivarola diciotto, interno quattro.»

«Ma lì ora non troverà nessuno.»

«Le diciamo dove può trovarci, se ha bisogno per le indagini.»

Fa di sì con la testa. Indagini, certo. Con questa storia delle aggressioni, figurati, un finto sparito. Questo se l’è data a gambe, altro che.

Scrive diligentemente i due indirizzi su due fogli separati. Lo sfiora il dubbio che le due gnocche lo stiano pigliando per il culo: gli indirizzi sono identici. Frega un cazzo. Fissa i foglietti con una delle trentatré graffette.

«Grazie signorine, se abbiamo bisogno…» Le accompagna alla porta.

Escono.

Ventiquattro e venticinque.

Perlomeno l’ultima mezzora è passata più in fretta.

E lui si è dato una lucidatina alle pupille.

Torna alla scrivania.

Prende il foglio con gli appunti sulla presunta sparizione, ne fa una pallina e inizia a giocarci a pallacanestro centrando il suo cappello rovesciato.

Dopo quattro tiri la sfera di carta finisce dietro a qualche mobile.

Guarda l’ora.

Due palle.»

 

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2 risposte a VALERIA CORCIOLANI

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    🙂

  2. valeria ha detto:

    grazie Patrizia 🙂

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