ODIO DUNQUE SONO

«Quando si parla in tanti, e tutti contemporaneamente, è inevitabile che si cerchi di alzare la voce; e di dire qualcosa che attiri l’attenzione della maggior parte degli ascoltatori. L’enorme flusso di voci che arriva dal mondo della contemporanea comunicazione, web, televisioni, stampa, ci sotterrano sotto montagne di voci e molti ricorrono alla maleducazione, all’ignoranza e all’invettiva: più violenza c’è, più gente disposta a concedere più di due secondi di attenzione ci sarà. Credo fortemente che la tendenza vada invertita, e con urgenza. Perché i ragazzi, che vanno formandosi le proprie opinioni e anche le modalità di sostegno delle stesse, non pensino che urlare e offendere sia l’unica maniera di avere ragione, e anzi non si illudano che basti strillare perché un’assurdità diventi un’idea. Come peraltro hanno insegnato tutti i veri, grandi pensatori: alzi la mano chi ricorda Gandhi o Einstein urlare alla televisione, con le vene del collo gonfie, la bava alla bocca e gli occhi di  fuori» (Maurizio De Giovanni)

«Il livore che si incontra nella rete non è la vita reale, anche se per molti di noi occupa tantissimo spazio della vita reale» (Rosella Postorino)

«Il mondo della cultura sembra un mercato in cui tutti urlano, si agitano, insultano. Ma un po’ di autocritica sul proprio lavoro, quella mai»  (Patrizia Renzi)

Oggi vi propongo un interessante saggio di Irenäus Eibl-Eibesfeldt, Amore e odio, Per una storia naturale dei comportamenti elementari, traduzione di Gastone Pettinati, Adelphi, 1996, pp. 316, euro 9 – titolo originale: Liebe und Haß: Zur Naturgeschichte elementarer Verhaltensweise, Monaco 1970.  L’opera affronta i motivi dell’odio e prosegue con una sezione sull’amore e l’ancoramento biologico delle norme etiche. Da dove nascono i valori? E come si formano le idee di bene e male? L’amicizia, l’amore, la socievolezza, la fiducia. Oltre a ciò, si indaga sulle manifestazioni e la genesi della nostra ritualità cortese, ma anche affettuosa: l’inchino, il saluto, le carezze, i giochi del flirt.

gorilla lotta

È una questione territoriale, in primis. Ce lo spiega Irenäus Eibl-Eibesfeldt, nato in Austria nel 1928,allievo e collega di Konrad Lorenz, fondatore dell’etologia umana, una branca dell’antropologia che studia il nostro comportamento
animale basandosi su fattori di origine sociale, cognitiva, psicologica, ma anche biologica e fisiologica.

Molto interessante il suo saggio Amore e odio, edito da Adelphi nel 1971 (e ristampato nel ’96 e nel ’07), capitatomi casualmente tra le mani in libreria: come resistere a un titolo così, soprattutto in tempi duri come questi, in cui l’aggressività e la prepotenza sembrano sfociare in un mare di polemiche, spesso gratuite, in cui vige la legge di chi urla più forte? Succede anche nel mondo delle lettere. Offese, linciaggi, persecuzioni, dispetti, a volte orditi nel chiuso di un social, a volte sbandierati su blog e webzine. A confrontarmi con altri colleghi e amici, non credo sia solo una mia sensazione: ultimamente si registra un’escalation di aggressività anche in quello che dovrebbe essere il mondo della cultura. I promotori della violenza sono una minoranza, per fortuna. Ma una minoranza dannosa.

hate1Siamo programmati per azzuffarci, anche quando anni di letture ed esercitazioni all’empatia (perché anche questo è la scrittura: una continua, spesso dolorosa, inclinazione all’empatia) ci dovrebbero avvicinare alla civiltà? Si tratta di capire se l’odio rappresenta solo uno strumento di sopravvivenza o viene utilizzato come mezzo di affermazione della propria presenza, viatico per occasione di visibilità.

«Caino domina il mondo: a chi ne dubita consigliamo di rileggersi la storia», scriveva lo psichiatra ungherese Leopold Szondi.
L’aggressività muterebbe a seconda del contesto, convalida Eibl-Eibesfeldt nel capitolo introduttivo – intitolato, per l’appunto, Bestia humana –, ed è vero che la storia dell’umanità resta  macchiata da capitoli sanguinari, ma l’intento dello studio è analizzare le pulsioni negative, oltre a quelle sociative innate, per arrivare alla filogenesi e alla psicogenesi dell’odio.

È una tenzone territoriale, dicevo all’inizio. Le dimostrazioni partono dall’ambito ornitologico e si dilatano alle altre specie. Molti uccelli canterini affermano le proprio aree con atteggiamenti litigiosi e la loro intolleranza fa sì che non nidifichino troppo vicini gli uni agli altri. Oltre a contraddittori di spazio, il congenere ha chiaramente le stesse esigenze alimentari e, da questo punto di vista, il proprio consimile è il concorrente più temibile.

Sulla natura dell’aggressività umana, se escludiamo l’ambito inerente le pulsioni sessuali, le teorie sono discordanti, i pareri sulla diffusione della stessa convergono all’unanimità: «La dimostrazione convincente che un gruppo umano sia completamente esente da aggressività non è stata finora data». In ogni emisfero, in ogni epoca, l’uomo ha dato prova della sua inclinazione intraspecifica alla violenza, sia agli stadi più primitivi, sia a quelli più avanzati: eroicizzandola, ad esempio, attraverso saghe, blasoni, arene e spettacoli gladiatori che esigevano applausi.

Oggi lo scenario è mutato, l’anfiteatro si è fatto schermo e ci si insulta al riparo, nei nostri pc e tablet che danno l’illusione di una garanzia di impunità, come Loriano Macchiavelli comprova:

«Oggi, dove trovo chi m’insulta, chi mi ferisce con la sua crudeltà e violenza? Se ne sta nascosto, ben rintanato dietro i sofisticati meccanismi di un computer, protetto da un anonimato che lo rassicura. Chi sei? Da dove vieni? Cosa vuoi da me? Soprattutto, perché? È la manifestazione di violenza più squallida del nostro mondo perché porta con sé la certezza dell’impunità».

Accreditata, nell’opera di cui sopra, sembra risultare la teoria della territorialità che pone come argomentazione base un dato-assioma dell’espansione umana: «i popoli più aggressivi o più progrediti nella tecnologia delle armi sospingevano gli altri in territori marginali».

Irenäus Eibl-Eibesfeldt

Irenäus Eibl-Eibesfeldt

Ma torniamo all’iroso, bizzoso, rissoso mondo della cultura italiana alle soglie del nuovo millennio (una frazione di quel mondo, certo, non rappresentativa ma emblematica dei nostri tempi). Se il concetto di territorialità – unita a quello di “sfogo da frustrazione” – viene esteso alla nozione di “territorialità virtuale”, la teoria di Eibl-Eibesfeldt non fa una grinza nemmeno applicata ai letterati che si denigrano o si fanno lo sgambetto:

«Noi consideriamo certe aree come nostre proprie, transitoriamente o permanentemente, e incliniamo a reagire irosamente a trasgressioni da parte di altri; ciò è particolarmente chiaro nei bambini un po’ cresciuti e in alcuni psicopatici che, per esempio, difendono con grande accanimento il loro posto a tavola o il letto». (Staehelin)

La paura è quella di essere invasi e così scatta prima la provocazione poi, semmai, la zuffa. Ma l’aggressività si può arginare? Secondo lo psicologo Berkowitz no. Si tratterebbe di una pulsione innata che «non può esser fatta scomparire né con riforme sociali né con l’eliminazione di ogni frustrazione» né adempiendo ad ogni desiderio o allontanando l’origine del conflitto.

Eibl-Eibesfeldt annovera la cosiddetta “gerarchia di rango” come soluzione che impedirebbe il dilagarsi dell’aggressività e lo fa partendo da un esempio tratto dall’etologia:

«Se si pongono insieme polli di diversa provenienza , subito essi cominciano a combattere l’un con l’altro: gli scontri, però, diminuiscono di vivacità nel corso di alcuni giorni e infine il gruppo vive pacificamente insieme. Se si osserva più attentamente, si constata che nel corso degli scontri è stata stabilita una gerarchia di rango: i polli combattono a turno e si distribuiscono nella gerarchia a seconda delle vittorie e delle sconfitte; un pollo a che abbia vinto i polli b, c e d  sarà loro superiore: avrà accesso prioritario al cibo, al posto preferito di appollaiata e potrà anche beccare un individuo di rango inferiore se questo gli contesta la precedenza al cibo».

Nelle “gerarchie di rango” la lotta dapprima e la subordinazione poi costituiscono le dinamiche fondanti che porteranno poi i gruppi diversi a contendere tra loro: la formazione di squadre è un mezzo di ordinamento sociale, quindi. Le fazioni si formano poi «si segregano l’un l’altra, alla fine si trovano a osteggiarsi ostilmente».

gorilla urla

Se il territorio viene considerato esiguo, i contendenti tentano di circoscrivere la loro area con azioni sia individuali sia di gruppo, quindi partono con le dichiarazioni di guerra. Gli scrittori (ma anche gli attori, gli sportivi, etc) che utilizzano l’insulto come mezzo di autopromozione o i personaggi – sia reali sia sotto mentite spoglie e falsi avatar creati ad arte –  che si sgolano in polemiche e tornei di fango dove ogni contendente dà il peggio di sé, i troll e gli haters non sono tanto diversi dai gorilla che digrignano i denti o si alzano su due zampe battendosi il petto per contestare la loro area territoriale (o per reclamare un’area cui non hanno ottenuto accesso). E, laddove il conflitto non può esplicarsi su un piano fisico, si passa all’offensiva verbale:

«Forse ancor più gravemente dell’invenzione delle armi, pesa la capacità che ha l’uomo di degradare l’avversario. […] Il danno prodotto dalla degradazione dell’avversario non sta solo nel marchiarlo come un bruto, ma nel risvegliare paura e sfiducia: e la paura, come ognuno che viaggia sa bene, sbarra le porte».

La lettura di Amore e odio è consigliatissima sia perché si tratta di un libro che ha segnato una pietra miliare nello sviluppo dell’etologia umana sia perché, opportunamente consultato, potrebbe costituire un ottimo punto di partenza per la rieducazione alla civiltà. Alcuni meccanismi forse sono inevitabili, ma si possono arginare. E se nemmeno questo funzionasse, allora accogliamo le sagge parole di Valerio Evangelisti:

 «Nel film Il corvo un giro di lettere anonime creava sospetto, odio e panico in una cittadina francese. Ci si può immaginare quel che accade quando la comunicazione diventa vertiginosa e continua. I corvi si alzano in volo a centinaia, sfogano rancori, invidie e sadismo, imbrattano tutto ciò che possono. Credo che non ci sia rimedio, se non condannarli al silenzio e all’isolamento. È ciò che più temono. Quanto più sono ignorati, tanto più sono frustrati. Restano cioè prigionieri della loro stessa violenza. Anche se ogni tanto non fa male eccitarli con una blanda presa in giro, in modo che la loro esasperazione cresca. Poi tutti zitti, per lunghi, lunghissimi periodi».

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