VITTORIA MONFORTE

ATTIVITA’: avvocato penalista con la passione della scrittura.

SEGNI PARTICOLARI: la solarità, dicono.

LA TROVATE: dove l’umano si disvela, senza pudori o ipocrisie.

monf 2

Le tue origini e la tua città

Le mie origini, in un paese lontano che si affaccia sul Mediterraneo; la mia città, Milano.

Cosa rispondevi, da piccola, quando ti chiedevano che lavoro volevi fare? E adesso?

Da piccola, rispondevo la scrittrice. Adesso dico che il lavoro di penalista mi offre un ricco materiale che alimenta la mia scrittura. Un osservatorio privilegiato, non solo di delitti ma anche di persone.

Vittoria Monforte è il tuo pseudonimo: come l’hai scelto?

Semplicemente per l’omonimo commissariato di polizia a Milano. Mi sembrava un nome facile, anche elegante.

Hai pubblicato per VandA ePublishing “Maledetto il ventre tuo”. Un sottotitolo al libro.

“Né l’appartenenza sociale né l’età risparmiano le donne da efferati delitti.”

La protagonista, Giulia Valli, brillante avvocato, viene incaricata di seguire le indagini in merito alla morte di Regina Enriquez, nobile vedova anziana trovata morta nel suo appartamento, dopo un orribile stupro che le ha causato gravi lesioni interne. Quanto si compenetrano esperienza professionale e narrativa?

L’esperienza professionale mi ha permesso di conoscere come funziona il sistema, dalle prime indagini al processo; di acquisire dimestichezza con la psicologia delle persone. La narrazione però, pur attingendo a minimi spunti reali, si affranca completamente dall’esperienza, dal fatto storico.  Questo finisce per restare sullo sfondo, quasi dimenticato.

Il modus operandi dà l’idea di un accanimento monf2particolare verso la donna in quanto donna: senza troppo svelare… è così?

Sì, direi che le donne vengono colpite nell’interno della loro femminilità. Anche la       trans Rosa Lopez paga le conseguenze del suo voler essere una donna.

Visto che nel tuo romanzo si parla di donne uccise, cosa ne pensi del tema scottante del femminicidio? Se tu avessi la possibilità di prendere provvedimenti, cosa faresti?

Credo che sia pura illusione credere che le leggi siano da sole sufficienti a cambiare i costumi di una società, a modificarne i comportamenti. Anche la legge migliore può ben poco di fronte a un linguaggio, a una rappresentazione del mondo, a una comunicazione pervasiva e insistente di stereotipi rigidamente radicati nella cultura, nella mentalità, nell’immaginario collettivo.

Hai la sensazione che adesso se ne stia parlando di meno, anche mediaticamente?

No, non ho questa sensazione. Certo è sconfortante constatare che, pur parlandone di continuo, non cambia nulla, i delitti contro le donne si susseguono ininterrottamente. Non dobbiamo farci l’abitudine, ma avere la forza di indignarci e, se possibile, di denunciare

Approfittiamo della tua esperienza e dei tuoi studi per passare a domande più tecniche, che possano interessare anche gli appassionati di criminologia. Il tema dello stupro delle donne anziane, toccato nel romanzo e avvalorato da casi di cronaca nostrani ma non solo, è ricollegabile a qualche patologia particolare?

So di dire qualcosa che può stupire o destare sconcerto ma il più delle volte non c’è alcuna patologia, nel senso di una malattia acclarata e riconoscibile. Le condotte violente quasi sempre non hanno cause propriamente patologiche. Hanno invece a che fare con attitudini psicologiche, con tratti di personalità talvolta provocati da antichi disagi o sofferenze.  Quella che nel linguaggio comune chiamiamo perversione non è una vera patologia, non è inquadrabile nel novero delle malattie dei manuali psichiatrici tipo DSM. La nostra società, la nostra cultura tende ad espungere l’idea della malvagità dalla nostra vita. Si preferisce attribuire il delitto atroce al più rassicurante (per noi) approdo della malattia mentale, della follia. Ma non è così. La malvagità esiste e, alla stessa maniera di qualsiasi altra caratteristica dell’animo umano, varia d’intensità.

La questione dell’infermità mentale e della follia: il gesto sconsiderato può essere compiuto anche dalla persona sana di mente? Cosa cambia – a livello mentale – quando ci si dissocia da regole etiche e sociali per fini omicidiari?  

Certo, anche la persona cosiddetta sana di mente può compiere il gesto sconsiderato, in preda dei cosiddetti stati emotivi o passionali. Il confine tra follia e “normalità” è molto labile. Follia e normalità sono concetti che in sé non dicono granché. Quasi mai nel cosiddetto folle c’è il totale obnubilamento della facoltà di intendere e di volere; mentre capita che, talvolta, i sani di mente, in condizioni di stress emotivo particolarmente intenso, possano perdere il lume della ragione e compiere gesti sconsiderati.  Questi comportamenti si chiamano “reazioni a corto circuito”.  In chi si dissocia dalla regole c’è la sensazione, non so se sia vera consapevolezza, che varcata una soglia vietata, tutto diventa ora possibile.

Delle volte l’avvocato stesso ha dei dubbi tra follia e consapevolezza del suo cliente? Ci accenni a un caso di cui ti sei occupata in cui hai avuto questo dubbio?

Anche nel cosiddetto folle c’è spesso consapevolezza di quello che fa o a ha fatto. La   differenza spesso sta nel fatto che egli dà a se stesso e agli altri delle giustificazioni distorte, costruite sulla base delle sue esigenze psicologiche.  Un matricida, mio assistito, che ha fatto a pezzi la madre riponendola in sacchi della spazzatura in cantina, l’ha uccisa sapendo perfettamente che la stava uccidendo ma avvertiva anche l’esigenza, questa sì folle, di liberarsi della minaccia che, a suo dire, la madre rappresentava per lui. Ma era lui ad esserne talmente legato da non riuscire ad avere altra donna nella sua vita. La minaccia era la ragione che egli, sincero con se stesso, si era dato per riuscire a toglierle la vita.

Ci dai una definizione di follia?

È una definizione che cambia nel tempo. Si può dire, in senso molto generale, che il   termine follia designa un qualsiasi stato della mente o/e comportamento inusuale che non coincida con la normalità. Qualsiasi definizione si rivela però insufficiente. Il funzionamento della mente è ricco di mistero sia nella normalità che nella patologia. Non so se si possa mai arrivare a dare una risposta davvero esaustiva alla domanda: “Perché lo ha fatto?”.

Ora alcune domande su di te. L’ultima volta che ti sei arrabbiata

Quando un’amica mi ha delusa.

L’ultima volta che hai tentato inutilmente

Tante, troppe volte. Tutto sta a superare la frustrazione.

L’ultima volta che hai tentato con successo

Meno volte di quelle in cui ho tentato inutilmente.

L’ultima certezza

Non ne ho mai fino in fondo

L’ultimo sorriso

Alla fine di ogni giorno

L’ultimo dubbio

Riguarda sempre un libro

Due pregi e due difetti

La tenacia e l’attenzione per gli altri; l’impazienza e la reattività.

Progetti?

Tanti, mi illudo che la vita sia infinita.

Salutaci come ci saluterebbe Giulia Valli.

“Chiudi con tutte le mandate, ti prego. È più sicuro, soprattutto di notte.”

Advertisements
Questa voce è stata pubblicata in femminicidio, questione femminile, romanzo, Uncategorized e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a VITTORIA MONFORTE

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...