FRANCESCA SERAFINI

ATTIVITA’: molte delle varietà dello scrivere

SEGNI PARTICOLARI: Curiosa

La TROVATE SU: Facebook

sera1Quando da piccola ti chiedevano che lavoro avresti voluto fare, cosa rispondevi?

Recentemente mi è capitato di ritrovare un tema che avevo scritto in prima media. Era sulla lettura, una delle mie passioni fin da quando ero bambina. E lì a un certo punto dicevo: “spero con molto ardore che un giorno io possa leggere un libro del quale sia l’autrice”. Se ci penso, è così. Ho sempre voluto scrivere, raccontare le storie che avevo in testa.

E quando te lo chiedono ora?

Rispondo nello stesso modo. Anche oggi voglio continuare a scrivere e il fatto che in parte ci sia riuscita non cambia. Ci sono altre storie che chiedono di essere raccontate e senza un editore disposto a pubblicartele o un produttore disponibile a investirci dei soldi – se parliamo di cinema e tv – quelle storie continuano a essere un progetto, un’aspirazione. Un modo, forse, a guardarla con ottimismo, per mantenere vivo l’ardore della bambina che scriveva il tema.

È da poco uscito il tuo libro “Di calcio non si parla” (Bompiani): in parte analisi di un paese attraverso il suo sport nazionale, in parte saggio, ma con rimandi biografici. Se dovessi inquadrarlo in un genere?

C’è un capitolo nel libro che è una specie di manifesto programmatico contro la suddivisione in generi. È una provocazione da questo punto di vista, e il libro parla del calcio come forma che si sottrae ai format. Niente in contrario alla necessità di catalogare, certo, purché questa operazione avvenga a posteriori. È una funzione che spetta alla critica e ai lettori. Chi scrive deve provare a realizzare una forma che ancora non c’è, almeno nelle intenzioni. Almeno fintanto che si trovi qualcuno, come Elisabetta Sgarbi, che quelle intenzioni le sa capire e incoraggiare.

Se ti chiedessi un sottotitolo al libro?

Ruberei un titolo a Natalia Ginzburg. Direi “lessico famigliare”. Perché per me il libro tra le altre cose è il racconto di una famiglia speciale pur essendo una famiglia comune, parafrasando Sandro Penna. Una famiglia piena d’amore.

Perché il calcio continua ad appassionare, nonostante tutto?

Intanto perché in quei novanta minuti ha il potere di scacciare via tutti gli altri pensieri. E se in quel lasso di tempo, il peggio che ti può capitare è subire un gol o perdere una partita, allora quello è un tempo fortunato. Poi, tra le altre cose, perché è un tipo di racconto che si sottrae alla catalogazione, appunto. Ogni partita è un racconto a sé, dallo svolgimento imprevedibile a qualunque livello di competenza. Facendo il mestiere della sceneggiatrice, non trovo tante altre occasioni di stupore. So come sono organizzati certi tipi di racconto e la competenza in questo caso è una limitazione. Non che non esistano autori in grado di stupirmi naturalmente – nel libro parlo molto di Sorrentino, per esempio – ma sono pochi e non sempre all’altezza delle mie aspettative.

Ci racconti un luogo comune sul calcio?

Il fatto che le donne non sappiano che cosa sia il fuorigioco. Mi rendo disponibile a sfatarlo.

Hai rilevato un cambiamento, negli ultimi vent’anni, nelle modalità degli italiani di appassionarsi a questo sport?

Penso che i cambiamenti maggiori siano dovuti alla televisione. Al modo in cui ha parcellizzato il campionato e ha reso possibile, contestualmente, la visione delle partite comodamente da casa. Cosa che fino a vent’anni fa era impensabile. L’alternativa era tra radio e stadio.

Tu che tipo di tifosa sei?

Una innamorata. Per me si tratta di un rapporto d’amore. E poi un’esteta. Apprezzo il gesto tecnico, la visione: tutti quei giocatori che riescano a fare l’impensabile. Non riesco a capacitarmi che siano in grado di farlo con i piedi.

seraC’è qualcosa che sta danneggiando il calcio?

Tutto ciò che va contro il rispetto. Rispetto degli avversari, delle donne, della salute dei calciatori, anche. Rispetto delle regole. E delle sentenze. Non credo per esempio che, di là dal tifo, la dirigenza juventina che parla di trentadue scudetti nonostante le decisioni del tribunale sportivo da questo punto di vista dia un buon esempio. Oltretutto a me trenta sembrano tantissimi lo stesso: perché rovinare la festa delle tre stellette con questo inestetismo?

E adesso cambiamo argomento. L’ambiente degli scrittori: una cosa che ti piace e una cosa che non sopporti.

È un ambiente che frequento poco. Conosco molti scrittori, certo. Ma li frequento a uno a uno, in quanto amici o persone che stimo. Tendo a rifuggire dalle consorterie, dai gruppi organizzati, dalle corporazioni. Per esempio, amo passare del tempo con Giorgio Vasta, con Giordano Meacci, con Teresa Ciabatti, con Simone Lenzi, con Fulvio Abbate, quando capita, o con Carola Susani ma non riesco a vederli come parte di un “ambiente”. Forse ciò che mi attrae di loro – non sono di loro, certo – è proprio che non riesco a vederli come gruppo, perché sono diversi e “incatalogabili”, per tornare a un argomento già trattato.

Ci dai una definizione della voce scrittore?

Quando mi fanno questa domanda, rispondo sempre con i versi iniziali del Suonatore Jones di Fabrizio De André: “In un vortice di polvere
/ gli altri vedevan siccità,
/a me ricordava
/ la gonna di Jenny
/ in un ballo di tanti anni fa”. Per me lo scrittore è quello che riesce a vedere la gonna di Jenny. Poi, il modo in cui sceglie di raccontarla – in versi, in prosa, in una canzone o nella sceneggiatura di un film – è solo un discorso di tecniche, e quelle si apprendono studiando molto.

Due tuoi difetti e due pregi

La maniacalità (ne sa qualcosa Oliviero Toscani – bravissimo – che ha seguito l’editing del libro per Bompiani) e la pigrizia (una cosa che di me sanno solo quelli che mi conoscono molto bene); l’intensità delle mie passioni e la generosità.

L’ultima volta che hai mentito? Ce la racconti, la bugia?

Per dimostrare che ho detto la verità sulla pigrizia, do un’unica risposta a entrambe le domande: non mento mai.

L’ultima volta che ti hanno ingannata.

Stavamo andando così bene, non roviniamo tutto ora… (qui, se si fosse trattato di un sms, invece dei puntini avrei messo una faccina).

L’ultimo sogno

Sono tra quelli che pensano che per poterli realizzare, i sogni, è meglio non svelarli.

L’ultimo rammarico 

Il gol di Osvaldo all’Olimpico. Non basta il gusto della narrazione
per digerirlo.

L’ultima volta che hai pensato ne valesse la pena 

Io penso sempre che ne valga la pena, altrimenti smetterei di fare qualunque cosa.

L’ultimo sorriso

Suona patetico, lo so, ma è stato quando ho letto la recensione su “Pagina99” di Andrea Cirolla al mio libro. Non è tanto una questione di sentirsi elogiati. È più profondo e più intimo. È sentirsi compresi.

Progetti?sera2

In tutto quello che ho scritto, anche nella saggistica catalogabile come tale, c’è un aspetto narrativo che di progetto in progetto si sta facendo sempre più largo. Credo sia giunto il momento di lasciare libera quella parte della mia scrittura di raggiungere il proscenio.

Salutaci con un illuminante consiglio a proposito di punteggiatura, tratto da “Questo è il punto. Istruzioni per l’uso della punteggiatura” (Laterza)

Non so se illuminante, ma certo molto sentito. Che è quello di fare sempre attenzione al contesto. Non esiste una punteggiatura corretta sempre. Esiste una punteggiatura adatta al contesto comunicativo o espressivo in cui viene usata. Come il discorso sulla faccina e i puntini che facevo prima. Una specie di elogio della consapevolezza.

E adesso salutaci con una citazione da “Di calcio non si parla”.

C’è un passaggio in cui racconto di come si cambia nel tempo e del vagare di “queste pillole di noi che seminiamo durante la nostra esistenza: bolle temporali custodite nella memoria di chi ci ha frequentati anche solo per un periodo limitato e che un giorno bisognerebbe mettere tutte insieme per ricordarci chi siamo, dove siamo andati, che cosa è stato di noi. Che cosa potremo ancora essere, nel tempo che ci resta”. Se tra qualche anno mi ricapiterà di leggere questa intervista, avrò un termine di paragone per capire se e quanto sarò cambiata nel frattempo.

 

 

 

 

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2 risposte a FRANCESCA SERAFINI

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Bacio

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