La solitudine di Marquez

Anche oggi vi parlo di Gabo, oggi che la speranza di leggere ad agosto il suo inedito si fa più palpabile. E lo faccio attraverso un saggio che ho scritto per Clueb, uscito nel 2010: Cent’anni di Marquez, cent’anni di mondo. Il motivo del titolo è presto detto: la tesi finale mirava a dimostrare la dimensione cosmopolita dell’intero corpus delle sue opere – inclusi i lavori giornalistici – e il loro rispecchiarsi nelle antinomie di un secolo, il Novecento, di cui Macondo è sintesi e portavoce.


m1

Vi propongo l’inizio del secondo paragrafo del terzo capitolo, quello dedicato alla solitudine. Una solitudine che, fidatevi: dura da più di cento anni.

III. 2   Più di cent’anni, quanta solitudine

Uno dei libri più belli che mi sia mai capitato di leggere, questa frase volle impressa Giangiacomo Feltrinelli sulla fascia di copertina del capolavoro di Márquez, quando la sua casa editrice ne pubblicò la prima stampa in Italia.

Cien años de soledad uscì nel 1967 per l’Editorial Sudamericana di Buenos Aires, ma la vicenda del romanzo è più travagliata. Dal 1944 l’autore aveva tentato di scrivere La casa, ne aveva elaborato solo il primo paragrafo (che sarà il primo di Cien años de soledad) e si era bloccato per motivi squisitamente tecnici, anche se la storia e gli intrecci gli ronzavano in testa con la costanza delle100 anos ossessioni[1]. Nel gennaio del 1965, mentre si recava con la moglie ed i bambini ad Acapulco da Città del Messico, in cui risiedeva, ebbe l’illuminazione in merito alla risoluzione dei problemi che lo ostacolavano: avrebbe dovuto scrivere nello stesso modo in cui la nonna Tranquilina raccontava le sue storie. Non arrivò ad Acapulco, tornò indietro e si accinse anima e corpo ad un lavoro che lo tenne impegnato per un anno e mezzo. La moglie Mercedes, grazie alla chiaroveggenza di cui era dotata, intuì che sarebbe stato più saggio assecondarlo e fece debiti per 12.000 dollari coi quali mantenne la famiglia per i diciotto mesi in cui il marito fu intento alla creazione.

Pochi anni dopo la prima uscita il libro aveva ottenuto il Prix du Meilleur Livre Etranger in Francia nel 1969 e il Premio Chianciano in Italia nello stesso anno. Era stato pubblicato in 23 paesi e tradotto in diciotto lingue. Era stato best seller nelle principali classifiche di vendita, aveva liquidato solo in spagnolo un milione di copie, più 60.000 copie in Brasile, 50.000 in Italia, 30.000 in Ungheria, più di 60.000 negli Stati Uniti. Lo aveva consacrato scrittore di caratura mondiale e gli aveva concesso quella serenità economica sempre mancata, anche se, come controparte, lo costrinse poi ad una notorietà non gradita perché ne limitò lo spazio privato.

Mario Vargas Llosa definì romanzo totale Cien años de soledad, in virtù delle capacità dilatatorie di un’allegoria applicabile solo ai romanzi -o agli antiromanzi- di portata epica. Ma quando Mendoza chiese a Márquez se avesse voluto trasporre su carta un’allegoria dell’umanità, egli indietreggiò:

 Ho voluto soltanto restituire poeticamente il mondo della mia infanzia, che come sai è trascorsa in una casa grande, molto triste, con una sorella che mangiava terra e una nonna che indovinava il futuro e numerosi parenti dai nomi uguali che non distinsero mai troppo bene la felicità dalla demenza [2].

Rilevò anche che, se è vero che potrebbero celarsi tra le righe intenzioni inconsce, spesso i critici vedono nei libri ciò che cercano o ciò che già hanno in mente di trovare. Un dato è stato sottolineato: nel romanzo, oltre al recupero dei ricordi d’infanzia, costante è l’allusione alla situazione politica dell’America Latina e alla sua storia di sforzi smisurati e di drammi condannati, a priori, dalla dimenticanza[3]. Eppure neanche questo elemento è sufficiente a colmare le accezioni della solitudine. In più occasioni Márquez ha sottolineato come, nelle sue opere, la solitudine rappresenti una metafora non totalmente spiegabile con l’incapacità di amare. Si tratta di una solitudine individuale che si dilata in una dimensione cosmica. Marchiando il destino del singolo, ne conferma la condizione in una prospettiva collettiva:

La solitudine è intesa come l’opposto della solidarietà. Sotto questo aspetto tutto il dramma della frustrazione dei Buendía, dal principio alla fine, per me è dovuto alla mancanza di solidarietà. Una mancanza di solidarietà che investe la società, portandola alla catastrofe[4].

Solitudine significa anche mancanza d’amore, un sentimento, quest’ultimo, con cui i Buendía non hanno molte affinità. Questo è il segreto della loro solitudine e questo è il motivo per cui l’unico membro concepito con amore, all’interno di legami che risentono del peccato incestuoso, è l’Aureliano tarato in senso animalesco, nato cioè con la coda di maiale.

[1] A conferma di questi primi tentativi sono gli appunti La casa de los Buendías, pubblicati nel 1950.

[2] Plinio Mendoza, Odor di guayaba: conversazioni con Gabriel García Márquez; tr. di L. Brizzolara e L. Pranzetti, A. Mondadori, Milano,1983, p. 89.

[3] Plinio Mendoza, 1983, Op. cit, p. 90.

[4] Elena Clementelli, Gabriel García Márquez, IlCastoro, n. 95, novembre 1974, p. 1.

 

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...