Ancora Marquez

Oggi che non c’è più l’ansia di parlarne, oggi che il web non brulica di sue citazioni in parte sentite in parte fatte solo per cavalcare l’onda, oggi che i riflettori si sono – non dico spenti – ma almeno abbassati, io vorrei ricordarlo ancora, alla maniera illogica ma sentita con cui si ricorda chi non c’è più, eppure continua ad essere prezioso.

marq

Che razza di mistero è questo che fa sì che il semplice desiderio di raccontare storie si trasformi in una passione tale che un essere umano è capace di morirne, di morire di fame o di freddo o di quel che sia pur di fare una cosa che non si può né vedere né toccare e che, in fin dei conti, in realtà, non serve a nulla…

         Gabriel García Márquez,    Come si scrive un racconto

Lo faccio riprendendo l’incipit di una mia monografia uscita per Clueb nel 2010, Cent’anni di Marquez, cent’anni di mondo. L’intero libro era teso a dimostrare quanto la produzione dell’autore (in toto: da quella narrativa a quella giornalistica) rispondesse, a livello planetario, a un secolo – il multiforme Novecento, appunto – e al suo modo di sentire, ai suoi desideri, alle sue paure, ai suoi sogni.

Introduzione

L’atlante e i confini dissimili

Sono cento gli anni delle solitudini dei Buendía, ma è un secolo anche quello che attraversa la produzione di Gabriel García Márquez. Visceralmente latino-americano per quel suo abbraccio illimitato alle rivelazioni e per la capacità di sublimarle, sempre, senza irrigidirle negli schematismi facili dell’incanto, Márquez narra partendo da ciò che ben conosce: la famiglia, la terra di appartenenza. E, per farlo, ha bisogno di fare un salto nel tempo, alle origini, prima degli albori del Novecento.

Latinoamericano come presupponevano paesi e popoli equidistanti dal resto del mondo, smarriti nelle proprie condanne di dittature, di dislivelli sociali, di una natura stupefacente e terrificante al tempo stesso, capace di stordire, uccidere coi suoi eccessi, ipnotizzare con le sue meraviglie, Márquez sublima in sé, oltre a questa essenza profonda, una dialettica che si estrinseca in altre due componenti: quella cosmopolita di un uomo in solidale fratellanza coi suoi simili e quella europea, poderosa acquisizione dei viaggi che intraprese fin dalla giovinezza. Non è un caso che proprio il Vecchio Continente rappresenti il primo anello dell’infinita catena che costituirà la sua epopea letteraria.

marq2Quando verso i diciannove anni già frequentava presso l’Università National di Bogotá il primo anno di legge, infatti, il giovane Gabriel si imbattè ne La metamorfosi di Kafka e, leggendo l’incipit, capì che gioco, tecnica, realtà e fantasmagoria potevano fluttuare insieme nello stesso mare letterario. Semplicemente, come semplicemente Gregorio Samsa si ritrovò trasformato in un gigantesco insetto. E non fu solo la labirintica scrittura kafkiana a sciogliere l’enigma di quella propensione artistica covata da anni ma sempre trattenuta. Fu l’acquisizione, limpidissima, che la legge del racconto, nei particolari dell’inventiva, della fabula e dell’intreccio, impone che non vi siano regole preconfezionate da seguire con robotica pedissequità. Un disvelamento totale per uno studente che fino ad allora aveva fruito esclusivamente di un tipo di letteratura più accademico e tradizionale, riflesso di un ambiente sociale in cui sapere e retorica facevano da contrafforti a un sistema antico e censuravano le audacie culturali. Nel leggere l’inizio de La metamorfosi, il futuro Nobel si trovò catapultato nel passato, prese all’improvviso coscienza  dei ricordi dell’infanzia e imparò che giocare con le gradazioni tra concreto e immaginario sarebbe stata la sua via per eternare su carta la contraddizione in cui sfuma l’intera America Latina. Così quel ragazzo, convinto fino a quel giorno che l’ars scribendi imponesse delle proibizioni e subisse delle assolutizzazioni, realizzò che avrebbe voluto diventare scrittore[1] e forse fu proprio questo il primo dei pochi momenti magici in cui gli sembrò che l’arcano dell’arte fosse a portata di mano:

In qualche occasione ho creduto –o meglio, ho avuto la sensazione di credere– di essere sul punto di scoprire il mistero della creatività, l’attimo esatto in cui l’idea nasce, anche se ritengo sempre più difficile che ciò mi possa accadere [2].

[1] Plinio Mendoza, Odor di guayaba, Oscar Mondadori, Milano, 1983, p. 62.

[2] Gabriel García Márquez, Come si scrive un racconto, tr. di Piccoli A. M., “Laboratorio di cinema”, Giunti, Firenze, 1997, p. 11.

di Marilù Oliva

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