SERENA BERSANI

ATTIVITA’: Giornalista, dirigente sindacale, scrittrice, mamma (non necessariamente in questo ordine).

SEGNI PARTICOLARI: Sempre su tacco 12.

La TROVATE SU: http://www.aser.bo.it, serenabersani@virgilio.it

bersani

Le tue origini e la tua città.

Sono nata, vissuta e vivo a Bologna. Credo di assomigliare molto a questa città, che è uno stile di vita oltre che un luogo. Spero anche di morirci, il più tardi possibile naturalmente. Dopo, invece, vorrei andare a Parigi.

Cosa rispondevi, da piccola, quando ti chiedevano che lavoro volevi fare?

La giornalista. Lo dicevo fin da bambina, ma ho continuato a dirlo con più convinzione dopo aver letto «Intervista con la storia» di Oriana Fallaci a 12-13 anni. Il modo in cui trattava uno dei potenti della terra, Henry Kissinger, mi lasciò sconvolta e ammirata. Decisi che era proprio quello che volevo fare. Ci sono riuscita, anche se non sono diventata Oriana Fallaci.

E adesso cosa dici?

Adesso dico che vorrei tanto ricominciare a fare la giornalista, visto che il lavoro latita. Ma vorrei tornare a fare la giornalista come si faceva vent’anni fa, andando sempre sui fatti, consumando le scarpe, non chiusa in redazione davanti a un monitor rimasticando agenzie e comunicati stampa. Lo so, sono nostalgica e anacronistica. Questa professione sta vivendo un cambiamento epocale, il web ha rivoluzionato tutto e non potrà mai più essere come prima. Però spero di poter esercitare ancora questa professione con la stessa curiosità, entusiasmo, empatia e voglia di raccontare che avevo agli inizi.

Hai scritto “Bologna giallo e nera” (Newton Compton). Fatti di cronaca, resoconti e vicende anche irrisolte degli ultimi quarant’anni bolognesi. Delitti conosciuti ma non solo. Di libri non di narrativa sulla nostra Bologna nera ne sono stati scritti, ma mi sembra che il tuo dia un apporto importante dal punto di vista metodologico, essendo anche tu stessa giornalista. Come hai proceduto?

Premesso che molte delle storie raccontate le avevo vissute, direttamente o indirettamente, nella mia attività di cronista di quotidiani cittadini, ho scelto di collocarmi dal punto di vista delle vittime. E con vittime intendo non solo chi ci ha rimesso la vita, ma anche i parenti, le persone a loro care, coloro che hanno continuato a vivere il dolore della tragedia e della perdita. Di solito la vittima di un fatto di cronaca nera passa subito in secondo piano, l’assassino è sempre un personaggio più interessante. Ho cercato di mettermi nei panni di quelli che hanno perduto, per dar loro una sorta di riscatto.

Ci racconti un caso che ti ha colpito, tra quelli imputabili alla malavita?

Sono tanti, però se proprio devo sceglierne uno dico il delitto Alinovi. E questo perché si tratta di un delitto che ha spaccato in due la città, tra innocentisti e colpevolisti, un delitto di cui si parlò e si scrisse per mesi e per anni, e che rappresenta anche un momento di svolta. Con il delitto del Dams si chiudono gli anni Settanta, tutti i movimenti implodono e si apre un’epoca più insignificante, o forse solo significante cose che mi piacciono di meno. Nella mia vita personale quell’episodio di cronaca ha segnato una specie di sliding dors. Quell’estate stavo facendo gli esami di maturità e avevo impiegato un anno per convincere mio padre a iscrivermi poi al Dams. Dopo il delitto Alinovi, e con il polverone mediatico che ne seguì (un caso di scuola, da questo punto di vista), il Dams mi venne interdetto. Così mi laureai in Lettere. Ho sempre pensato che se avessi frequentato il Dams forse la mia vita successiva sarebbe stata completamente diversa.

E un caso irrisolto?

Mi ha colpito molto quello di Margherita Bisi, una giovane donna che è scomparsa per sempre dopo un appuntamento al buio con un uomo che conosceva pochissimo. E’ sicuramente stata uccisa, ma il suo corpo non è mai stato trovato. Probabilmente è sepolto da qualche parte sull’Appennino tosco-emiliano dove aveva appuntamento con la persona che è stata poi trovata in possesso dei suoi cellulari. Mi rattrista pensare alla sorte di questa donna sola, in cerca di un’amicizia o di una relazione, che è stata eliminata forse per rapina o per qualche banale motivo. Questa reificazione del corpo delle donne da parte degli uomini, questo considerarle cose da utilizzare e sopprimere quando non servono più o non sono abbastanza docili mi offende e mi turba, anche dopo tanti anni di cronaca nera.

Su quest’ultimo tu che idea ti sei fatta?

Il presunto colpevole è stato prima condannato e poi assolto con formula piena. Per la giustizia non è lui l’assassino di Margherita Bisi e non potrà più essere processato per quel delitto. Io sono solita rispettare le sentenze, per cui quello che penso lo tengo per me.

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Bologna è stato purtroppo anche teatro di femminicidi… un caso di cui si parla poco, che hai trattato nel tuo libro? 

Il caso di  Barbara Silvagni, una ragazza di nemmeno vent’anni uccisa nell’estate del 1993 nella Bassa, a Medicina, dal fidanzato Michele De Caro. All’epoca non si usava ancora la parola femminicidio (e, d’altra parte, il delitto d’onore era stato cancellato da appena dodici anni dal nostro codice penale), ma questo ne aveva tutte le caratteristiche: lui non voleva che lei lavorasse perché temeva venisse corteggiata da altri, poi lei aveva deciso di lasciarlo e vivere la propria vita, infine lui l’ha uccisa con un fucille da sub, piantandole una fiocina nel collo come se fosse una preda da finire.

A proposito di femminicidi, qual è il tuo parere quanto alla situazione della donna, oggi, in Italia?  Parità, pari opportunità migliorano o siamo a un livello stazionario? 

Per certi versi a me sembra che abbiamo fatto dei passi indietro rispetto alla generazione delle nostre madri che, negli anni Settanta, si era liberata di tanti lacci e condizionamenti. Nel mondo del lavoro il «soffitto di cristallo» c’è ancora per quasi tutte. In politica non ne parliamo, visto che abbiamo ancora difficoltà a dire ministra, assessora o sindaca, come se non fosse uguale a dire maestra, impiegata o infermiera. Credo che più che alle pari opportunità dovremmo aspirare alla pari rappresentanza di genere, in tutti gli ambiti sociali e del lavoro.

Cosa ti piace, del mondo della scrittura e del giornalismo?

Sembrerà un paradosso, ma ciò che amo di più del mondo della scrittura è la lettura. Perché bisogna leggere prima di scrivere, e anche durante e dopo. E io sono una lettrice compulsiva da quando avevo cinque anni. Del mondo del giornalismo amo invece la possibilità di raccontare storie mettendosi nei panni degli altri. Credo che a un giornalista serva, oltre alla curiosità, soprattutto l’empatia.

Cosa invece non mandi giù?

La censura, in tutte le sue forme. E poi il pressapochismo, la sciatteria, la voglia di fare uno scoop a tutti i costi, il mancato rispetto delle persone: lo si vede spesso in televisione, ma lo si intuisce spesso anche leggendo i giornali e girando sui siti.

L’ultima volta che ti sei arrabbiata

Un tempo mi arrabbiavo spesso, adesso raramente. Sarà l’età, sarà che ho capito che è uno sforzo inutile. In ogni caso, quando mi arrabbio divento furiosa, ma poi mi passa subito.

L’ultima volta che hai tentato inutilmente

Mi spiace dirlo, ma è stato per un posto di lavoro. Malgrado gli anni, la mia ingenuità mi porta a credere che la bravura vinca su tutto, anche sulle raccomandazioni. Non è vero, purtroppo.

L’ultima volta che hai tentato con successo

Una trattativa sindacale diventata un vero e proprio braccio di ferro tra me e l’ad di un’azienda. Sono riuscita a fare assumere una collega, che aveva tanti anni di precariato alle spalle e vicende personali difficili. Per me è stata una vittoria, ma credo lo sia stato anche per quell’azienda che ha regolarizzato una brava giornalista.

L’ultima certezza

La vita è un bluff. Per questo bisogna sempre andare a vedere.

L’ultimo sorriso

Poco fa, a mio figlio.

L’ultimo dubbio

Meglio una verità scomoda o una bugia pietosa?

Due pregi e due difetti

Pregi: sono onesta e trasparente, dico sempre quello che penso. Difetti: ho le mani bucate e sono una ritardataria cronica all’ennesima potenza, al punto che mi sente a disagio quando (rarissimamamente) arrivo in orario.

Progetti?

Scrivere ancora di Bologna. Studiare un sacco di cose. Continuare a fare la giornalista: mi manca l’adrenalina scatenata dalla paura del «buco» o dalla consapevolezza di essere arrivata prima degli altri.

Salutaci come ci saluterebbe una delle “101 donne che hanno fatto grande Bologna”, il tuo libro uscito per Newton Compton nel 2012.

Grazie per avermi sottratto all’oblio. Auguro alle donne di saper coltivare il loro doppio talento: quello che ciascuna possiede, ma soprattutto il talento di saper mettere a frutto le proprie qualità.

E adesso salutaci come ci saluterebbe la tua città dopo aver letto il tuo libro “Bologna giallo e nera”.

Siamo soli. Ritroviamoci.

 

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6 risposte a SERENA BERSANI

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    🙂

  2. serenabersani ha detto:

    Grazie per la bellissima intervista!

  3. kisal ha detto:

    Gran bella intervista!

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