Amélie Nothomb

(La seguente intervista è stata estrapolata dalle domande che ho rivolto all’autrice durante la presentazione de La nostalgia felice, a febbraio 2014 presso la Libreria All’Arco, Parma)

ATTIVITA’:  scrittrice

SEGNI PARTICOLARI: indossa bizzarri e imponenti cappelli, non usa tecnologia e scrive a mano.

La TROVATE SU: amelienothomb.com

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Il tuo ultimo romanzo, uscito in Italia per Voland, si intitola “La nostalgia felice”: ti è stato proposto un reportage da France 5 sulle tracce della tua infanzia giapponese, ma all’inizio eri perplessa. Perché hai infine deciso di accettare?

Ho accettato per una ragione molto semplice: ero convinta che il canale televisivo avrebbe poi rifiutato il progetto. La sfortuna ha voluto che due mesi dopo trovassero il finanziamento e quindi sarei dovuta partire: era la catastrofe, perché non bisogna mai ritornare sui luoghi d’infanzia.

Partiamo dalla concezione ossimorica della nostalgia felice e dell’accezione differente che di essa ha l’Oriente, rispetto all’Occidente, come ben spieghi nel tuo libro-reportage.

NATSUKASHII è la parola giapponese che indica nostalgia, un sentimento che per loro è qualcosa di felice. Invece per noi è triste, passato, disperato, mentre i giapponesi hanno l’idea che si possa ripensare al passato non  perché concluso, ma perché siamo in grado di riviverlo costantemente.

Sei partita per questo viaggio il 27 marzo 2012, 16 anni dopo che eri stata in Giappone l’ultima volta. Prima di entrare nel vivo del libro, ti chiedo 5 cose che ti mancano del Giappone.

La luce pura – L’aria della mia provincia (mai trovata un’aria così dolce, come ti carezza il volto) – I colori – Il rumore del treno – Potrei continuare all’infinito… e poi mi mancano soprattutto le persone che ho amato e che ho lasciato lì.

A proposito del tuo incontro con una di queste persone, la tata Nishio-san, ti chiedo di parlarci di quello che chiamerei una “moltiplicazione dell’amore inverso”: noi diamo per 2scontato che una mamma possa amare più figli e quindi moltiplicare la sua capacità d’amore, mentre da un figlio ci si aspetta un amore esclusivo. Tu hai oltrepassato questo pregiudizio amando due mamme. La mamma naturale non è mai stata gelosa dell’affetto verso la tata?

È come dici tu: si tratta di un amore inverso che noi facciamo fatica a concepire, perché veniamo da una religione monoteista. Ho avuto due madri che ho amato tantissimo – una naturale e la tata, appunto –  e mia madre non è gelosa della tata, anzi: proprio da mia madre ho imparato a non essere gelosa. In questo modo io stessa posso amare di più.

Proprio con la tata Nishio-san la scena è molto commovente: quando tu e lei vi incontrate esplode la vostra tensione anche attraverso la fisicità. Eppure una tra le tante cose imparate leggendo i tuoi libri è che in Giappone le persone manifestano i sentimenti con grande pudore. È così?

I giapponesi sono estremamente pudici nel mostrare i sentimenti e sono un popolo sensibile che deve imporsi regole severe che lo costringono e lo proteggono. Credo che la scena con la mia tata sia forte proprio per questo: perché lei, abbracciandomi, supera tutto il pudore e  la sua natura giapponese.

Parliamo del tuo ex fidanzato: Rinri, ragazzo fantastico. Vent’anni dopo che l’hai lasciato ti ha incontrata fissando un appuntamento e aspettandolo con trepidazione. Ha accompagnato te e la tua troupe a mangiare e ha intrattenuto tutti voi con classe e gentilezza. Io qualche mese fa ho incontrato per caso il mio primo grande amore, che non vedevo da vent’anni, in una stazione: lui aveva una gran fretta e nemmeno mi ha chiesto cosa faccio, dove vivo, se sto bene. Insomma, posso dirtelo? Sei stata fortunata con Rinri…

(ride) Ne sono cosciente, pensa che dopo questo libro ho ricevuto lettere di insulti per aver lasciato un ragazzo cosi!

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Eppure tu, come hai dichiarato tra le pagine, non hai rimorsi.

No, infatti. Quello che nutrivo per lui era un bel sentimento di amicizia-amore, ma non era amore e quindi non rimpiango quello che non c’è stato. Con lui prevaleva un sentimento di imbarazzo, perché è come se avesse troppa attenzione per me; d’altro canto in molte coppie giapponesi funziona cosi.

È vero che uno dei vostri posti prediletti era il cimitero?

Sì, nel libro facciamo un pellegrinaggio nei nostri posti preferiti e tra questi vi è il cimitero di Tokio. Quando avevamo vent’anni abbiamo passato la notte nel cimitero – il che ovviamente era vietato – e  abbiamo dormito su una tomba, mentre attorno fiorivano i ciliegi. C’erano dei ciliegi bellissimi e rigogliosi: sarà stato per via del concime?

Anche ne “La nostalgia felice”, come già hai fatto in altri libri, affronti il discrimine tra la verità dei fatti e l’invenzione del racconto. Un racconto che risente del ricordo e di quello che tu chiami “musica”. Il vissuto lascia una musica nel cuore: «È quella musica che ci si sforza di ascoltare tramite il racconto. Si tratta di scrivere questo suono con i mezzi del linguaggio». Come avviene il recupero della musica?

È molto difficile recuperarla, la cosa più importante è restituire l’emozione provata e questo si può ottenere appunto grazie alla musica; tuttavia la scrittura non potrà essere diretta come la musica, perché c’è sempre l’intermediazione della parola che, se da un lato conferisce un elemento fonico, dall’altro non riporta mai l’emozione nella sua perfezione e pienezza. Io, se scrivo, faccio risuonare le frasi nella mia testa e, quando finalmente le sento, le fisso sulla carta.

Ci parli della “pulsione del nulla”? Quella pulsione che, come tu dici, cerca di annientare i tuoi desideri più autentici.

Come tutte le persone, anch’io ho un nemico interno: la pulsione verso il nulla. Se c’è una data che aspetto con impazienza e finalmente arriva l’ora dell’appuntamento, mentre mi avvio parte questa sensazione per cui mi dico: “Basta, non ci vado, resto qui!”. Ma è una cosa che non ho mai fatto: in realtà ho sempre onorato gli appuntamenti, però la pulsione verso il nulla compare e questo contrasto tra desiderio e annientamento mi destabilizza.

Hai scritto più di venti romanzi (forse il doppio, se contiamo gli inediti che custodisci e che non hai intenzione di pubblicare). Da dove trai ispirazione?

L’osservazione della realtà è sufficiente per nutrire la mia fantasia, poi cerco la musica per incantare il mio orecchio e quello del pubblico.

4In “Stupore e tremori”  fai un lungo excursus sulla condizione della donna, a partire dalla tua personale esperienza . Sono così maschilisti i giapponesi, sul luogo di lavoro?

Sono maschilisti nel contesto descritto sì, ma hanno anche degli aspetti meravigliosi. La concezione donna negli anni ‘90 è scandalosa: deve sposarsi e non lavorare e, se lavora, non può pretendere considerazione o avanzamenti di carriera, ma, anzi: solo umiliazioni.

Dopo questo libro e questa tua coraggiosa denuncia, in Giappone hanno smesso di far uscire i tuoi libri.

È ammirevole! In Cina non l’avrebbero fatto, i giapponesi invece vogliono leggere tutto quello che si dice di loro, quindi hanno pubblicato e letto il mio libro, ma non sono ovviamente stati contenti: da parte dei capi dell’azienda di cui parlo si è urlato allo scandalo, i poveri, invece, dicevano che era tutto vero quello che denunciavo.

Poi hanno ripreso a pubblicarti: cosa è successo?

Dopo la tragedia di Fukushima, che  mi ha sconvolta nel profondo, ho  scritto un testo i cui proventi erano destinati alle vittime del terremoto e i giapponesi, sentita questa storia,  hanno deciso di ripubblicarmi.

Per farti questa domanda parto da un brano estrapolato da “Igiene dell’assassino”:

«La donna è inferiore all’uomo, è ovvio, basta vedere quanto è brutta. In passato, nessuna malafede: non le si nascondeva la sua inferiorità e la si trattava come tale. Oggi è uno schifo: la donna è sempre inferiore all’uomo – ed è sempre brutta – ma le si racconta che è uguale a lui. Siccome è stupida, lei ci crede, naturalmente. Ma 5viene trattata sempre come un’inferiore: i salari ne sono un indizio secondario. Altri indizi son ben più gravi: le donne sono sempre in coda, in tutti i campi, a cominciare da quello della seduzione – cosa che non deve stupire, vista la loro bruttezza, il loro poco spirito e soprattutto la loro rabbia disgustosa che affiora alla minima occasione. Contempli dunque la malafede del sistema: far credere a una schiava brutta, stupida, cattiva e senza fascino che parte con le stesse opportunità del suo signore, mentre non ne vale un quarto».

Cosa pensi della situazione della donna oggi, anche e soprattutto come scrittrice?

È una questione delicata, ma anche molto forte e urgente. Posso risponderti con un esempio eloquente autobiografico. Quindici anni fa ho incontrato uno scrittore francese celebre e importante, che amavo molto. Lui voleva essere gentile con me e, con estremo candore, mi ha detto: «Ma Amélie! Sei già carina fisicamente… che bisogno hai di scrivere?”

È vero che alcuni lettori chiamano i loro figli con i nomi – anche bizzarri – dei personaggi dei tuoi libri o superano in qualche modo il confine tra propria vita privata e letteratura?

(sorride) Già, alcuni lettori mi dicono cose particolari. Ad esempio, devi sapere che io ricevo molte lettere e, qualche anno dopo che è uscito “Le catilinarie” in cui si racconta di una persona che aveva problemi con un vicino che infine uccide ricevo una lettera da un lettore che mi confessa di aver avuto il medesimo problema con un vicino e di aver adottato la mia stessa soluzione. Non ho mai osato chiedere cosa avesse davvero fatto!

Stessa cosa con “Barbablù” la storia di un uomo che nasconde le sue donne nel congelatore e l’ultima, invece, rinchiude lui nel  congelatore –: ricevo una lettera da una lettrice che mi dice: «Cara Amélie, mio marito era un uomo tremendo e non ce la facevo più, così ho adottato la stessa soluzione di cui parli in Barbablù!».

6Siamo alle ultime due domande e vorrei tornare sul tuo romanzo “La nostalgia felice”: è un addio al Giappone o hai intenzione di ritornarci?

Non lo so ancora. Con la mia tata di 79 anni è stato probabilmente un addio. Del resto questo viaggio è stato miracoloso ma anche faticoso, perché tornare è rischioso. Diciamo che, comunque, ogni 16 anni avrei bisogno di tornare.

Ma concludendo… riesci a provare la nostalgia felice con le accezioni positive che contemplano i giapponesi?

Non ci sono mai riuscita completamente, diciamo che sono ancora in prova. Quando sono tornata, ho giurato che non avrei più provato questa nostalgia occidentale devastante, ma mi sarei applicata nella nostalgia felice. Invece ci sono ricaduta mille volte,  ma confido che prima o poi ci riuscirò.

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4 risposte a Amélie Nothomb

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Ottimo

  2. Nicoletta ha detto:

    mi era sfuggita… grazie a un link di Mauro baldrati su facebook l’ho recuperata… grazie

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