COUNTRY GIRL di EDNA O’BRIEN

Tenace, Edna.

Magnifica, Edna.

Scandalosa, secondo alcuni detrattori. Più che altro sincera, direi.

Diseredata da una patria – quella irlandese bigotta e cattolica – che ha preferito tacciarla, più che ascoltarla, Edna ha raccontato anche vizi, sangue e virtù di un paese non conosciuto a fondo, dai più.

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Ragazze di campagna (pubblicato nel 1960 in lingua originale, poi uscito in Italia per Elliot l’anno scorso) suscitò uno scandalo: fu bruciato dal prete della parrocchia cittadina, il gesto suscitò un’eco da parte della comunità e la famiglia dell’autrice cadde in rovina.

Questa scrittrice nata nel piccolo paese irlandese di Tuamgraney, nel 1930, ci ha regalato la sua vita in un nuovo libro pubblicato da poco in Italia, sempre da Elliot, con un’eccellente traduzione di Cosetta Cavallante. Dall’infanzia alla vita a Dublino, all’esperienza londinese e non solo, Country girl segue l’assunto di una vita che è stata ricerca, come ha dichiarato la O’brien ospite a Che tempo che fa, non tanto della felicità quanto del sentimento.

Un’autobiografia che parte dall’infanzia, da reminiscenze trascorse ma ancora vividissime, come quella del morso del cane, degli arredi, dei profumi, dell’impatto con la morte:

Gli uomini si sedettero su quella panca, alla veglia funebre di mioednaA nonno, a fumare pipe d’argilla e a passarsi l’un l’altro la bottiglia di whisky, parlando sottovoce. La morte era al piano di sopra. Il volto esangue del nonno sembrava ancor più bianco, per via delle lenzuola candide e inamidate che gli avevano tirato fin sul mento e i baffi brizzolati parevano innaturali su quel viso morto. Le vene in rilievo sul dorso delle mani erano geroglifici, ramificati gli uni con gli altri in mezzo alle croste e ai nei marroncini, tra le rughe della pelle.

Dublino rappresenta l’iniziazione col mondo urbano, con tutti i pericoli che ne conseguono. Anche qui si incontrano mandriani e bovari, ma è più facile imbattersi in vecchi balordi agli angoli delle strade o nei “sostenitori della decenza” capeggiati da un arcivescovo solerte che ce l’aveva a morte con i manichini e con gli assorbenti interni. Attenzione: a Dublino era vietato ballare il jitterbug e chi era inottemperante veniva arrestato per atti osceni. Le storie che aleggiavano per le strade avevano il sapore raccapricciante dei romanzi neri, come quella della donna che praticava aborti clandestini iniettando nelle gestanti una soluzione di sclerozio di segale.

La protagonista, questa fanciulla giunta dalla campagna che si beve la città e osserva la civilizzazione con gli occhi spalancati di chi è incantato, si fa facilmente sedurre e non solo da un uomo: grande attrazione rivestono per lei il teatro, la lettura, la poesia e almeno uno dei suoi tentativi va a buon fine. Così Edna riesce a farsi assegnare una rubrica settimanale curata con lo pseudonimo di Sabiola – rubrica fotocopiata tra le illustrazioni del libro, fornito di un prezioso corredo di immagini e fotografie. Quello che rappresenta la letteratura, per questa autrice che ha prodotto oltre trenta opere tra romanzi, raccolte di racconti, poesie, biografie e scritti per il teatro, è chiaro dalle prime pagine del romanzo e si corrobora fino alla fine: la letteratura è linfa ed energia, acqua e materia lunare, anelito a una compiutezza assente nella vita:

Non riuscivo a smettere di piangere. Perché la vita non poteva essere vissuta con quella pienezza? Perché era solo attraverso i libri che le mie emozioni trovavano una via d’uscita?

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Poi è la volta del matrimonio. Matrimonio triste, forse non all’inizio, ma per come si deforma e per l’epilogo. Una vita coniugale ingrigita dalla figura dominante di un marito meschino, che incassava gli assegni per gli ingaggi letterari di Edna e si rodeva dei suoi successi, anche apertamente. Chissà se presagiva che la madre dei suoi due figli sarebbe diventata una delle più importanti scrittrici irlandesi. Nutriva per la moglie una rabbia feroce, restava sveglio di notte ad ascoltare musica e scrivere parole velenose contro gli altri – era uno scrittoruncolo, lui, che non sopportava di restare nell’ombra e puniva l’ambizione di questa grande donna sferzandola quotidianamente con la sua frustrazione e pretendendo il controllo totale sui loro bambini: così la romanziera si trovò per anni senza via di scampo.

Poi arrivarono l’affrancamento, le lotte per la custodia e i problemi che ne conseguirono, non ultimo un dossier di oltre seimila pagine in cui l’ex-marito la accusava, tra le altre cose, di essere un «mostro di vanagloria, priva di qualsiasi umanità».

Lei stesso ha ammesso, in un’intervista su minima&moralia (ripresa e ridotta da un’altra apparsa sul Venerdì di Repubblica), la sua predilezione per la poesia e forse è questa che ha sempre cercato, anche nelle relazioni d’amore: la poesia, con le sue edna2vertigini, i suoi ossimori, la disperazione, la dispersione anche, «i venti che soffiavano ora caldi, ora freddi e poi di nuovo caldi». Di amore ce n’è parecchio in questo libro, ma non è solo l’amore inteso nella sua accezione più ovvia: verso l’uomo, verso l’altro, verso la prole, verso i luoghi, sempre guardati con l’occhio di chi si vuole calare nel contesto. Le case in cui abitò, quelle da cui si trasferì e le nuove residenze vengono descritte con dovizia di particolari, l’attenzione al dettaglio è indice di un desiderio altissimo e lirico, quello di partecipare della pienezza dell’esistenza, sia che questa sia bosco, giardino o roccia.

Un discorso a parte va all’Irlanda, eterna presente-assente, che riaffiora tra le righe anche quando il suo suolo è distante. Se la Nostra ne sperimenta le spigolosità, crescendo e conoscendone luci e ombre, il desiderio costante è fuggire via. Eppure, anche quando l’Irlanda pare lontana, ha la facoltà di ricomparire: è il ricordo di una madre divenuto senso di colpa o il pungolo di una maldicenza o la malinconia di un paesaggio o il tentativo di comprenderne i meccanismi. Significativo, in questo senso, anche il capitolo dedicato ai dissidi intestini:

«Scrivere dell’Irlanda del Nord significava cacciarsi in un ginepraio», ma Edna non si fa intimorire e traccia un excursus sentito, frutto sia dei libri di storia, sia delle testimonianze dirette, sia del vissuto, il più grande maestro.

Le due fazioni contrapposte condividevano la lingua e il paesaggio, ma anche lo stesso zelo atavico nel reclamare lingua e paesaggio come qualcosa di proprio, un diritto legittimo e innato. Fui sorpresa di vedere come le persone vivevano normalmente, nonostante i continui allarmi, le sirene e la paura che il peggio potesse accadere in qualsiasi momento. Nessun negozio di quartiere, nessun pub, nessun parcheggio, nessuna discoteca, nessun benzinaio, nessun’area di sosta era immune al “miasma” del sangue versato. […] La storia è ovunque, penetra il suolo e il sottosuolo, come pioggia, grandine, neve o sangue. Una casa ricorda, una baracca ricorda, un popolo rimugina e il racconto cambia a seconda del narratore.

EDDY

Segue la vita a New York, le serate di festa e di impegni, le conoscenze celebri e non (memorabile la ninna nanna suonata Paul Mc Cartney ai suoi bimbi), il disgelo, le volpi, Singapore, le sceneggiature, le delusioni, i desideri esauditi e quelli disattesi.

E la critica. Edna è stata – ed è tuttora – una scrittrice scomoda. Perché è una donna, perché ha avuto successo rimboccandosi le maniche e inseguendo i suoi sogni in un periodo in cui le donne faticavano a ottenere A Room of One’s Own. A ciò si aggiunga che ha raccontato di una mentalità benpensante, pagando il conto salato che i compatrioti conservatori le hanno riservato e il loro conformismo trapela anche dalle disapprovazioni:

Come scrittrice ero considerata oscena e irrazionale, la mia gamma espressiva ristretta e maniacale, una mera accozzaglia di clichè destinati al pubblico straniero. Secondo la critica non ero in grado di dare la giusta prospettiva ai fatti, le mie storie erano sempre le stesse. Una giornalista inglese, naturalmente di origini irlandesi, trovava la mia prosa “soffocante” e aveva scritto che era stato un bene che me ne fossi andata dall’Irlanda.

Un biasimo naufragato miseramente contro l’evidenza: l’autrice ha, nel corso degli anni, riscosso ottime recensioni da parte di un’altra categoria di critici, quelli più asettici, nonché ottenuto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui i prestigiosi James Joyce Ulysses Medal e l’Irish Book Award. Non ha bisogno di essere difesa, vorrei solo concludere riprendo l’esaustiva recensione del Guardian di Lucy Scholes, condividendo le parole della giornalista quando dice che “The Love Object” is also something of a love song to Ireland itself.

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2 risposte a COUNTRY GIRL di EDNA O’BRIEN

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Grazie e buon anno

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