ANTONELLA LATTANZI

ATTIVITA’:  scrittore

SEGNI PARTICOLARI:  l’ho riscritta dieci volte questa voce, quindi forse l’insicurezza?

La TROVATE SU: http://antonellalattanzi.wordpress.com

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Le tue origini e la tua città

Japigia, il quartiere in cui sono nata e cresciuta, a Bari. Il mare di Bari. I libri e i fumetti che mi facevano leggere i miei genitori.

Cosa rispondevi, da piccola, quando ti chiedevano che lavoro volevi fare?

La scrittrice. Poi, la scrittrice ballerina. Poi, la scrittrice ballerina paracadutista. Poi, la scrittrice ballerina paracadutista suora.

E adesso cosa dici?

Scrivere.

Partiamo dal tuo ultimo romanzo, “Prima che tu mi tradisca”, da poco uscito per Einaudi Stile Libero. Un sottotitolo al libro.

“Amore è tutto ciò che si può ancora tradire” (Andrea Pazienza)

Hai eletto Bari come ambientazione, una città che Michela, la protagonista, sente visceralmente  ma da cui desidera staccarsi. Prova a spiegarci la tua “baresità”.

Nella mia intenzione Bari dovrebbe essere sia un personaggio – le città, le cose, gli oggetti, gli animali, le piante, le persone, i fantasmi, gli spiriti: per me tutto ciò è vivo, nella realtà di ogni giorno, e quindi è anche vivo nei miei romanzi, ed è personaggio – sia la materializzazione narrativa di quello che Calvino dice quando scrive: un classico è un libro che parla anche di te. Sostituendo alla parola classico la parola romanzo, per me un romanzo è un libro che parla anche di te. Per cui, quando scrivevo “Prima che tu mi tradisca”, la mia intenzione era che Bari, Japigia, fossero sia Bari e Japigia veramente – e quando dico veramente intendo sia nella loro parte materiale che nella loro parte immateriale – che il tuo luogo dell’infanzia, del tradimento; che il mio Sud fosse il tuo luogo di provenienza fisico o emozionale, la mia Japigia traditrice il tuo quartiere traditore, la tua casa (in tutti i sensi) traditrice.

lattanzi2Japigia è qualcosa di ancora più potente di Bari: la zona della malavita, il quartiere dei topi e dell’immondizia radioattiva, degli edifici frantumati o abbandonati. Forse, se non fosse finita ad abitare lì, Michela non beneficerebbe di quel modo totale di sentire la vita attorno a sé?

Credo che sia sempre così. Ciò che siamo è sempre il risultato del bene e del male che ci hanno fatto, che ci siamo fatti, che abbiamo fatto e che facciamo.

La domanda è banale, ma ti chiedo di soddisfare la mia curiosità: cosa c’è, in questo romanzo, della tua vita e della tua famiglia?

Mia madre e mia sorella mi hanno detto che questa è la cosa meno autobiografica che ho scritto. Anche io lo credo. In “Devozione”, il mio primo romanzo, per riuscire a trovare un contatto reale, emotivo, vivo, con una realtà così distante da me come l’eroina, dovevo mettere in gioco tanto di me come persona (la danza, per esempio, la voglia di fare la scrittrice, il rapporto d’amore, la concezione dell’amore). Mentre in “Prima che tu mi tradisca” di biografico c’è solo il contorno: i nomi, per esempio, di mia madre, mia nonna, mia sorella – si chiamano tutte e tre Angela, e anche mia cugina. E poi c’è Japigia, e Bari, il posto in cui sono nata, il mio posto per eccellenza, il mio eterno amore non corrisposto. E c’è un sentimento: quello di odio e amore per mia sorella. Mia sorella non è mai scomparsa materialmente, ma è scomparsa di colpo dalla mia vita emotivamente, quando avevo appena compiuto diciotto anni. Ma è stato solo quando il libro è uscito e ho cominciato a parlarne che ho capito: “Prima che tu mi tradisca” è una storia d’amore in cui non ci sono solo due personaggi che si amano, ma in cui si amano tutti, tumultuosamente. Tra i più grandi amori tumultuosi di questo romanzo c’è Angela J, tra i miei più grandi amori tumultuosi c’è mia sorella Angela. Quindi di autobiografico c’è, sopra tutto, il mio modo di vivere la vita e l’amore: mio malgrado, tumultuosamente.

Ho trovato il tuo stile molto ricco, imprevedibile, vulcanico. Perché, come lava, esplode pieno di luci, ma i rivi di magma scendono precisi, seguendo ciascuno la sua traiettoria arancio. Passi con disinvoltura da strutture sintattiche complesse a semplici, le alterni, le vari dall’italiano standar a quello più elegante al dialetto barese. Ti chiedo che lavoro porti avanti a livello formale.

Ti ringrazio, il tumultuoso che usavo prima è simile al vulcanico che usi tu ora: per me è molto importante che le intenzioni che avevo mentre scrivevo “Prima che tu mi tradisca” non rimangano solo intenzioni ma si trasformino, per chi legge, in materiale narrativo. È vitale.

Per quanto riguarda il lavoro sulla scrittura: per scrivere il mio primo romanzo ci sono voluti cinque anni, ma in realtà tutta la vita; per scrivere “Prima che tu mi tradisca” quattro, ma in realtà tutta la vita. Voglio dire che è da sempre che – a volte solo a livello mentale e teorico, a volte scrivendo e riscrivendo – lavoro su questi che sono alcuni dei fuochi della mia vita e della mia scrittura. Io credo che la scrittura sia come tutte le altre arti, o attività creative. Se vuoi fare il ballerino devi studiare tutti i giorni, 8/10 ore al giorno. Devi studiare la danza e la teoria della danza, e devi metterti lì a provare e riprovare finché non riesci ad avvicinarti all’idea di danzatore che tu hai. È lo stesso con la scrittura. Per prima cosa devi leggere tantissimo, molto molto di più di quanto hai mai scritto in tutta la vita (comprese le liste della spesa, o gli scarabocchi mentre parli al telefono). L’ispirazione è il 5% del talento. Scrivere un romanzo vuol dire lavorare ogni giorno per guadagnarti, a ogni parola, la parola scrittore. Scrittore, per me, non si diventa mai. Te lo giochi a ogni parola, questo ideale così alto. L’umiltà è, invece, la parte principale del talento. Capire che se non scrivessi nulla, se non avessi mai scritto nulla, il mondo sarebbe uguale oppure migliore: è importantissimo per migliorarsi sempre. Cancellare. Cestinare. Buttare. Riscrivere. Editare. Decidere di chi fidarsi e, quando ci si fida del proprio editor, lasciare che ci aiuti a buttare il più possibile, cancellare il più possibile, riscrivere il più possibile. Questo è per me essere scrittore.

Il lavoro di editing su questo romanzo è stato lungo, faticoso, impegnativo, e per questo per me meraviglioso. Ho lavorato al libro con Severino Cesari, non a caso definito il miglior editor italiano. È vero. Non ho mai lavorato con nessuno come con lui. È stato emozionante, duro, pieno di dolore e di felicità, divertente, totalizzante, ero tutta lì, su quelle pagine, mentre Severino e io lavoravamo a questo romanzo. Dopo Severino, ci sono stati Luca Briasco e Francesco Colombo. Lavorare con loro tre è stata l’esperienza più bella della mia vita letteraria – e dunque tra le esperienze più belle della mia vita. E dico bello per dire anche duro, come quando studiavo danza e finché quel dato salto non mi riusciva, la mia insegnante mi faceva rimanere a saltare da sola nella sala di danza anche per un’ora di seguito, senza smettere mai. Mi mancava il fiato, avevo fame, ero debole, mi girava la testa, mi sentivo soffocare: ma sentivo che lo volevo fare, lo volevo fare più di tutto. Così l’editing con Severino Cesari.

Sei mai stata tradita? Quando? 

Sempre. E di certo avrò anche sempre tradito, mio malgrado.

L’ultima volta che ti sei arrabbiata

Stamattina. Mi arrabbio tantissimo, ma non lo dico quasi mai, perché ho paura di essere abbandonata. E quindi come tutti quelli che si tengono la rabbia, a un certo punto odio.

L’ultima volta che hai tentato inutilmente

Stamattina. Due minuti fa. Tentiamo sempre inutilmente e pochissime volte riusciamo, o sono solo io?

L’ultima volta che hai tentato con successo

Non lo so. Mi pare che ogni volta che crediamo di essere riusciti in qualcosa, ci viene dimostrato che c’è ancora molto da fare. E che a volte è vero anche il contrario. Poi sono superstiziosa per cui, anche volendo, non lo potrei dire.

L’ultima certezza

Sono in un momento della vita in cui per scelta o per forza sto riconsiderando tutte le certezze che avevo, sulla mia moralità, il mio credo, le mie convinzioni in tutti i sensi. Un po’ perché la vita mi dimostra di continuo che ho sbagliato, un po’ perché non mi piace dare le cose per scontate, per digerite, per archiviate. Sono sempre stata certa che a volerle veramente le cose, le avresti avute. Che quando uno dice “non si può” è solo perché non ha il coraggio di volere veramente. Sono stata sempre certa che l’amore vince su tutto. Sono stata sempre certa che se dài amore hai amore. Veramente, eh, non sto parlando per luoghi comuni. Poi però non lo so, veramente non lo so.

L’ultimo sorriso

Mi piace da morire far ridere le persone.

L’ultimo dubbio

Eh, vedi sopra sopra. Sono il dubbio fatto a essere umano.

Due pregi e due difetti

Pregi: mi piace ascoltare, mi piace cercare di capirti. Difetti: sono vendicativa in modo assoluto e senza fine; non so fare quasi niente.

Cosa ti piace, del mondo editoriale?

Mi piacciono le cose vere, come gli editor veri, gli scrittori veri, le case editrici vere, tutti quelli che stanno lì a fare davvero il loro lavoro. E ce ne sono, altrimenti io non avrei potuto lavorare all’editing del mio romanzo per più di un anno.

Cosa invece non mandi giù?

Quello che non mando giù del resto del mondo: le persone che non scelgono, non si impegnano, non combattono. I lassisti, i superficiali, quelli che ti fanno del male con la loro indolenza, che fanno del male a chi invece ha voglia di impegnarsi.

Progetti?

Leggere. Scrivere. Uno o più cani. Felice?

Salutaci con “Devozione” (Einaudi Stile Libero).

“Mi sollevo sulle braccia. Spengo la sigaretta. Fatico proprio, a tenere gli occhi aperti. Mi tiro un po’ su le maniche. Fa caldissimo, ma io a casa indosso sempre maniche lunghe, per non farmi vedere. Mio padre dice: – Sino a quando ti trattieni. – Non lo so, – dico, – papà –. Mi piacerebbe rimanere per sempre. Mio padre guarda in aria, per terra, dietro di sé. Mi tiro giú le maniche. Se mia madre, invece, mi avesse chiesto ti fai ancora, queste maniche le terrei sollevate, davanti a tutti. Gliele vorrei far vedere, queste braccia. Sono le braccia di tua figlia, mamma, riesci ad amarle anche cosí? Di colpo sarei a rota”.

E adesso salutaci come ci saluterebbe Michela in “Prima che tu mi tradisca” 

E tutto intorno c’è la normalità che con speranza si sono costruiti, la primavera che sta arrivando negli odori e nei cieli della sera, i sogni per cui ciascuno dei due ha combattuto, le parole che hanno ingollato per non dirsele e quelle che invece si sono sentiti dire dalla gente. Ci sono le notti stretti e le notti accapigliati, e ci sono le volte in cui hanno fatto l’amore che sembrava davvero di aver trovato tutto il senso, di averlo tutto in una bolla calda che si passavano con le bocche come i cani, e le coperte quando si sporcano di sesso. Il suono che fai quando stai per venire, gli occhi che fai, la bocca che fai. Io li conosco. Quella volta che hai pensato non voglio mai piú far l’amore con nessuno che non sia tu, e quella della gelosia, un mulino a vento di coltelli nello stomaco. Tutto questo si fracassa, perché?

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2 risposte a ANTONELLA LATTANZI

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Grazie

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