ROBERTA BRUZZONE

SEGNI PARTICOLARI: Ducati

LA TROVATE SU: facebook, twitter e su http://www.robertabruzzone.com

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Cosa rispondevi da piccola, quando ti chiedevano che lavoro volevi fare?

Io ho scelto di fare questo lavoro molto presto: alle scuole elementari avevo già le idee chiare (mio papà faceva parte della polizia provinciale con attività contro bracconaggio). Ricordo che la sera facevo finta di andare dormire e restavo davanti alla porta ad origliare le vicende raccontate da mio padre.

Da grande volevo svelare i misteri ed aiutare le persone.

E credo di esserci riuscita.

Quando ti chiedono oggi di cosa ti occupi, tu cosa rispondi?

Faccio parecchie cose perché il mio lavoro mi permette di spaziare in diversi ambiti professionali. L’asse portante è: sono psicologa forense, criminologa ed analista della scena del crimine. Mi occupo di valutazioni legate alla capacità di intendere e volere, ricostruzioni di dinamiche criminali, cosa è successo sulla scena del crimine in termini di tracce presenti su di essa, valutazioni legate alle attendibilità testimoniali, aiuto e sostegno alle donne ed ai minori abusati. Quindi le attività legate all’aspetto forense sono l’80 % della mia vita professionale. Poi mi occupo di comunicazione e formazione specialistica in ambito criminologico ed investigativo soprattutto con l’Accademia Internazionale delle Scienze Forensi – AISF (www.accademiascienzeforensi.it) di cui sono Presidente.

Chiunque può iscriversi?

Il prerequisito minimo è il possesso del diploma di scuola superiore.

Come funziona?

La formazione specialistica è organizzata per moduli e dura circa un anno.

C’ è un incontro al mese con un percorso multi-disciplinare che attraversa tutto il mondo delle scienze forensi applicate all’investigazione. Insegno inoltre sono docente in diverse università italiane di Psicologia Forense, Psicologia Investigativa, Criminologia investigativa e Criminalistica applicata.

In questi ultimi anni, in più, ho aggiunto l’attività di scrittura saggistica, legata a casi e storie che ho analizzato direttamente in qualità di consulente tecnico.

Tuoi maestri criminologici?

Le persone che mi hanno influenzato maggiormente sono quasi tutte americane.

Non riconosco nessun maestro nella criminologia italiana. In America ho avuto modo di formarmi attraverso il contributo di diverse persone valide del calibro di Vernon Geberth, Toby Walson e Ross Gardner, per quando riguarda in particolare l’analisi delle tracce di sangue sulla scena del crimine (BPA – Bloodstain Pattern Analysis), Robert J. Morton uno dei più importanti profiler americani in servizio presso la Behavioral Analysis Unit del FBI, Jim Gocke della Sirchie (http://www.sirchie.com). E molti altri.

Come è, in Italia, lavorare da criminologa?

E’ una grande occasione, il lavoro è tantissimo ed è molto particolare; però oggi il percorso formativo italiano in ambito criminologico non crea figure professionali in grado di affrontare questo tipo di richiesta in maniera soddisfacente a mio avviso. Per riuscire a formarmi adeguatamente io ho deciso infatti di andare all’estero.

Moltissima parte della nostra clientela, a livello formativo, è composta da persone che hanno fatto master costosissimi, carenti nella parte pratica, e vengono da noi per capire come affrontare un caso nella realtà. È un lavoro che comporta un continuo aggiornamento professionale e una grande passione perché i sacrifici da affrontare sono tanti. In primis questo è un lavoro che ti tiene spesso lontano da casa. E ad oggi siamo davvero pochissimi a lavorare davvero in questo settore.

Parliamo del tuo libro uscito per Aracne, “Segreti di famiglia. Il delitto di Sarah Scazzi. Le prove, i depistaggi e le lacrime di plastica”. Quando hai capito che c’era qualcosa di irrisolto/strano in questa famiglia?

Quado ho incontrato il 5 novembre 2010 in carcere Michele Misseri, persona che non poteva aver commesso quel delitto anche perché non era in grado di raccontare niente se non la soppressione del cadavere, riguardo alla quale era preciso e coerente sia nei particolari che nei dettagli.

Se davvero voleva proteggere le donne di casa, perché ha aiutato gli inquirenti a trovare il corpo della nipote?

Quest’uomo viveva in una condizione di sudditanza nei confronti della moglie, che, non a caso era la persona che lo preoccupava maggiormente. Basta pensare a quanto riportato nei verbali del primo interrogatorio, quando Misseri ha confessato il delitto di Sarah e ha permesso il ritrovamento del corpo. Il PM dott. Buccoliero ha posto la domanda:  «Michele ci dica dove si trova la ragazza, almeno cerchi di dare una degna sepoltura al corpo di Sarah», e Misseri ha risposto: «Ok, se volete vi porto dove si trova il corpo, però non ditelo a mia moglie».

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Michele era fortemente sottomesso alla famiglia e il suo ruolo all’interno della famiglia era quello di uomo di fatica. Violare questo terribile patto familistico indubbiamente rappresentava la sua preoccupazione principale. E lo ha dimostrato anche in quel drammatico frangente. Era disposto a collaborare con gli inquirenti a patto che la moglie non lo venisse a sapere. E credo che questa circostanza sia stata piuttosto emblematica.

Sabrina e Cosima, in base a quello che ha stabilito la Corte di Assise di primo grado, hanno ucciso Sara. Perché?

L’hanno fatto per una serie di motivazioni:

in primis per colpa della divulgazione di un segreto (ecco perché il titolo del libro “Segreti di famiglia”) sulla vita di Sabrina raccontato da Sarah e cioè di un rapporto sessuale terminato in maniera rocambolesca con l’amato Ivano Russo. In sostanza i due si sarebbero incontrati e appartati una sera in macchina e da lì sarebbe iniziato un rapporto sessuale bruscamente interrotto da Ivano con la motivazione che così si sarebbe rotta l’amicizia.

Sabrina, uscita devastata da questa esperienza, ha raccontato questo episodio a Sarah che poi lo ha riferito al fratello Claudio, il quale a sua volta si è confrontato con Ivano Russo e, a quel punto, la vicenda è diventata di domino pubblico.

Ivano si è arrabbiato con Sabrina perché si era raccomandato anche via sms di non dire niente a nessuno; infatti questo episodio causerà una rottura brusca tra Ivano e Sabrina.

Nel frattempo Sarah è andata a San Pancrazio dall’altra zia dove ha trascorso due-tre giorni per tornare poi ad Avetrana il 25 pomeriggio, giorno in cui avvenne il famoso litigio tra Sarah e Sabrina, con quest’ultima che le ha detto: “Ti vendi per due coccole”.

Sarah il giorno dopo ha scritto sul diario dell’ennesima lite con Sabrina (lite che Sabrina durante gli interrogatori cercherà sempre di negare e, quando non può più negare, minimizzare).

Si è trattato di un omicidio pianificato?

No, probabilmente no, ma è esploso tutto forse per una frase sbagliata o per l’ennesimo rimprovero  (ma questo non lo sapremo mai,  perché lo sapevano la povera Sarah, Cosima e Sabrina Misseri, e non credo che le due donne siano disposte a raccontare com’è andata!).

Oggi è uscito il tuo nuovo libro “State of Florida vs. Enrico Forti – Il grande abbaglio”, Edizioni Curcu&Genovese. Parliamo della sua innocenza. I lettori se vogliono possono approfondire, oltre che sul tuo libro, anche attraverso questo video.

La sua innocenza è l’esito di un percorso che mi ha portato ad analizzare approfonditamente tutte le carte processuali del caso. Sulla base cdi quanto emerge da questa analisi, lui si è trovato coinvolto in una situazione molto più grande di lui, perché banalmente ha  commesso un errore, forse per superficialità o paura: ha negato di aver incontrato la vittima Dale Pike il giorno in cui effettivamente si erano incontrati.

Questa bugia verrà “sanata” dallo stesso Forti il giorno dopo quando, ritornando di spontanea volontà al Dipartimento di Polizia, racconta come erano andate effettivamente le cose. Noi abbiamo dimostrato che Forti aveva ricevuto informazioni false durante il primo interrogatorio (la morte del padre di Dale Pike, Tony Pike); ecco il motivo per cui aveva detto questa bugia sull’incontro con Dale Pike, perché dal resoconto delle trascrizioni (seppure incomplete) della polizia (non ci sono le domande poste ma abbiamo solo le risposte di Chico tra cui la seguente: “Io non ho idea di chi possa aver ucciso Pike” – che in realtà vivo e vegeto – è una risposta che presuppone che gli sia stata posta una domanda di un certo tipo; poi perché e per quale motivo parlano della morte di una persona che in realtà è viva e  vegeta? ).

Io ho lavorato 5 anni per questa vicenda, sono stata 2 volte a Miami per incontrare Forti in carcere. Il lavoro è stato ampio e complesso e questo libro contiene tutti gli elementi che dimostrano l’innocenza di Chico Forti. Sul libro www.ilgrandeabbaglio.it sarà possibile, dopo essersi registrati,  scaricare integralmente i circa 200 allegati citati nel testo..

Perché la polizia ha mentito sulla morte di Anthony Pike?

Per mettere sotto pressione Forti con cui aveva un conto aperto dopo il video documentario “Il sorriso della Medusa”, che aveva messo in cattiva luce l’operato della Polizia di Miami Beach e della Procura nel caso del presunto killer di Gianni Versace (Andrew Cunanan).

In carcere come viene trattato Chico?

Considera che Chico si trova in un carcere di massima sicurezza americano, con una struttura interna rigidissima, insieme a gente che ha alle spalle numerosi omicidi e che sconta numerosi ergastoli. La sua vita è a rischio ogni giorni. In quel genere di carceri la vita di un uomo vale meno di 100 dollari.

Sei ambasciatrice per telefono Rosa e da anni ti batti contro la violenza alle donne. Una volta hai parlato di “patto scellerato”: cosa intendevi esattamente?

Molte donne hanno avuto modo di riconoscere nel proprio partner dei tratti violenti,  o comportamenti irrispettosi. In quel frangente le donne possono scegliere di andarsene, di liberarsi dell’aggressore oppure di restare con loro.

Il “patto scellerato” viene sancito  in quel momento: quando una donna, che sa di aver a che fare con un soggetto che nella migliore delle ipotesi é un violento e nella peggiore può anche arrivare ad ucciderla, non fa nulla per sottrarsi a questa relazione.

Patto che molte donne fanno fatica ad infrangere, perché questo comporterebbe una serie di conseguenze difficili da affrontare, però la maggior parte delle donne che ho aiutato nella mia vita professionale sono donne che quel patto hanno avuto la forza e il coraggio di violarlo e romperlo.

A te cosa fa paura?

Non riuscire ad accertare la verità, tutto il resto si affronta.

Cosa ti fa arrabbiare?

La stupidità, la mediocrità e la meschinità di persone che non hanno le qualità per fare il mio lavoro e quindi si rifugiano in attacchi invidiosi per cercare di ripristinare un minimo di autostima. Battaglia persa. Ogni volta ne escono sempre più a pezzi. E io vado avanti per la mia strada.

Una cosa che ti dà la carica

I buoni risultati che raggiungo molto spesso, quindi il ritorno concreto come lo sguardo dei familiari quando si riesce a trovare l’assassino del loro congiunto o lo sguardo della persona che ti ha chiesto aiuto e per cui sei riuscita a trovare una buona soluzione: questa è una continua ricarica di energia che metto a disposizione per altre vicende, per altre battaglie.

Un desiderio

Che le cose continuino ad andare cosi, ho tutto quello che volevo. Non saprei cos’altro chiedere alla vita.

2 pregi e 2 difetti

Pregi? Sono molto ostinata e determinata, ma sono anche i miei due peggior difetti visto che sono una persona che vive al 100% tutto. Cerco di non accontentarmi mai né nella vita professionale né nella vita personale e questo può creare qualche “problema”. Vivo passioni molto forti tipo quella per il motociclismo: ho 2 moto, precisamente 2 ducati una Diavel e uno Streetfighter 848. E adoro correre. Sono molto passionale e, quando mi innamoro, amo visceralmente, senza mezzi termini. Le “relazioni tiepide” mi fanno perdere interesse molto rapidamente. Purtroppo adoro sentire l’ “adrenalina”. Sono sposata, credo di aver trovato la persona giusta sotto questo profilo, ma mi rendo conto che è complesso stare vicino ad una donna come me. Per questo motivo i miei due principali pregi sono anche i miei due più gravi difetti. Sono una persona che non dimentica, sia nel bene che nel male, per cui se ricevo del bene sono una persona che sarà grata per tutta la vita, ma se qualcuno mi fa uno sgarro, mentendo o comportandosi male, chiudo ogni forma di contatto senza se e senza ma. E non dimentico.

Non esistono condizioni a metà: o vali o non vali. E se non vali allora non c’è spazio per te nella mia vita. Detesto i mediocri, gli invidiosi, i codardi: queste categorie di persone con me hanno vita durissima.

Neanche se chiedono scusa?

Posso accettare le scuse però rimani quello che sei. Conoscendo la natura umana, se tu sei una persona mediocre, sei una persona mediocre anche se prendi una posizione diversa perché ti fa comodo; persone di questo tipo non cambiano: al limite peggiorano. Accetto le scuse, le archivio e li scatta l’indifferenza. La vita è troppo breve e preziosa e non possiamo sprecarla con chi non se lo merita.

Una cosa carina che ti hanno detto

Un magistrato, con cui oggi lavoro spesso, all’inizio della nostra collaborazione era forse un pò prevenuto nei miei confronti, ma un giorno, dopo aver chiuso un caso molto complesso, finalmente si è un po’ lasciato andare dicendo: «Dopo dieci minuti che si lavora con te ci si dimentica del colore degli occhi, dell’aspetto fisico e del colore dei capelli». L’ho trovato uno dei migliori complimenti ricevuti in vita mia.

Cosa è il male?

Il male è la banalità, quel piccolo gesto che fai per colpire qualcuno alle spalle per stare meglio. Tutte le volte che si scende a compromessi con se stessi: quello è il male, é quello che macchia e che  corrode la parte sana della natura umana. È la menzogna, il non vivere pienamente quello che sei e il non avere il coraggio delle proprie azioni. Ecco perché è imprevedibile! Non ci sono “grandi delitti”, sono tutte storie di persone mediocri; banalmente basti pensare a Parolisi: lui sapeva di avere una certa predisposizione alla “poligamia” ben prima di sposarsi, avrebbe potuto viverla rimanendo single e beneficiando di tutta la disponibilità femminile di questo mondo e nessuno gli avrebbe potuto dire niente. Ma non l’ha fatto.

Salutaci con un progetto.

Ho creato un’associazione “SOS Vittima ONLUS” e ho ricevuto tutte le  autorizzazioni per cominciare a lavorare al fianco delle vittime di ogni forma di violenza. Conto, nel 2014, di potenziare la rete di supporto di tale associazione in modo tale da fornire un concreto aiuto a tutte le donne che si rivolgono alla nostra rete: tutela legale, psicologica, medica e la possibilità di scappare dalla loro prigione, trovando anche un posto di lavoro.

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2 risposte a ROBERTA BRUZZONE

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Grazie

  2. Luisa Palli ha detto:

    Cara Roberta io ti stimo moltissimo sei una donna veramente ok e vai avanti cosi e non mollare mai Quelli che ti criticano non sanno cosa fare della loro vita, le chiacchiere stanno a zero!!!!!! Viva Roberta con amicizia da Luisa ( Milano)

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