La vendetta è un piatto che…

Chi non ha mai desiderato ripagare pan per focaccia, avendo ricevuto uno sgambetto? Chi non ha mai mandato degli accidenti – anche solo col pensiero – all’automobilista che, sfrecciando come un pirata della strada, gli strombazzava sguaiatamente il clacson? O al capo che gli affidava un incarico con fare sgarbato? Capita a tutti di aver a che fare con persone sgradevoli, gente che – se ne avessimo la possibilità – eviteremmo, ma che la vita ci pone di fronte. Così come capita di ricevere delle cattiverie, di essere oggetto di maldicenze, magari da parte di persone che nemmeno ci conoscono, o al contrario, che un tempo ci erano vicine: parenti, ex amici, colleghi.

L’istinto di vendetta è fortemente connesso con la sensazione di risarcimento che si prova anche solo nel momento della sua ideazione. Per molte religioni – penso a quella degli Orishas cubani, ma anche all’occhio per occhio dente per dente veterotestamentario – la vendetta è un viatico per risistemare l’equilibrio del creato: rispondendo al male con altro male è come se ne venisse contenuta la portata energetica negativa. Se volessimo spiegare la questione su presupposti più intimi, potremmo appellarci alle parole di Jean Monbourquette:

«La vendetta è in qualche modo una giustizia istintiva che proviene dagli dèi primitivi dell’inconscio. Mira a ristabilire un’uguaglianza basata sulla sofferenza inflitta in modo reciproco»

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Ma la vendetta ripaga del danno subito?

Da uno studio svolto presso le Università di Bonn e Maastricht e apparso sulla rivista “Economic Journal”, sembrerebbe di no. Secondo la ricerca, infatti, le persone vendicative tendono ad avere meno amici ed essere più insoddisfatte della propria esistenza. E, stando alla teoria della reciprocità di comportamento, le scortesie – motivate o meno – inducono a ripagare con la stessa moneta: se seguissimo la logica della faida creeremmo una catena infinita di delitti, castighi e di nuovo delitti.

Eppure è innegabile che il pensiero della vendetta ci arrechi un dolciastro piacere.

Uno studio di Dominique de Quervain, dell’Università di Zurigo, pubblicato sulla rivista “Science”, ha analizzato il livello di attivazione delle aree del cervello incaricate di monitorare le sensazioni di piacere mentre stiamo progettando la punizione per coloro che ci hanno arrecato disturbi, più o meno gravi. Lo scienziato ha dimostrato che la soddisfazione c’è, eccome, cambiano solo i livelli. 

dicevamo… la vendetta è stata metro di risarcimento della notte dei tempi.

«Ma se segue una disgrazia, allora pagherai vita per vita: occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido». Questi precetti dell’Esodo verranno poi superati nel Vangelo di Matteo, nel celebre passo del “volgi l’altra guancia”.

Gli dei greci erano invidiosi, gelosi, schiavi dei sensi e, in generale, si lasciavano corrompere dalle passioni umane. Ergo, quando si muovono in miti e poemi li riconosciamo come altamente vendicativi. Non si dimentichino le Erinni (nel dipinto sopra, di William-Adolphe Bouguereau perseguitano Oreste), divinità greche femminili della vendetta – avvalorate come Furie nella mitologia romana –, che infliggevano feroci punizioni. I loro nomi facevano tremare solo al pronunciarli – Aletto, Megera e Tisifone – e la loro potenza imperversava nelle tragedie antiche.

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Di esempi ce ne sarebbero di innumerevoli, ma se saltiamo attraverso i secoli e le arti, potremmo deliziarci di cinema e citare Uma Thurman in “Kill Bill” di Quentin Tarantino, i cui due volumi altro non sono che un inseguimento per placare la guerriera principale della sua sete di vendetta. Il suo uomo gliel’ha l’ha fatta grossa, bella grossa, e lei non avrà pace finché lui e la sua banda non saranno annientati. Perché cito proprio questo film, disponendo di una casistica pressoché infinita di pellicole? Perché la bella protagonista di Kill Bill molto ha in comune con le giustiziere che mi appresto a presentarvi.

Ma veniamo al libro da cui ho rubato lo spunto.

LE VENDICATRICI di Carlotto/Videtta

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Più che di un libro singolo, vi parlo di un progetto intitolato, appunto, “Le vendicatrici”. Si tratta di un poker di quattro romanzi pubblicati da Einaudi nella collana Stile Libero, scritti a quattro mani da Massimo Carlotto e Carlo Videtta: la siberiana Ksenia, la profumiera Eva, l’apparentemente fragile, ma in realtà durissima Monica, ferocemente sodomizzata da due energumeni stolti, che si fa chiamare Saraquesti tre libri sono già usciti – e la bella colombiana Luz – il 26 novembre in libreria. I casi della vita fanno incontrare queste donne graffiate dalla vita, maltrattate dall’altro sesso e dalle vicissitudini: allora la vendetta sgorga naturale come unica possibilità di sopravvivenza. La vendetta non come ricerca gratuita di cattiveria, ma, al contrario, come opportunità per ristabilire un equilibrio scardinato. Si tratta di fare i conti col passato e con i sassi che son stati scagliati contro le quattro donne: in questo risiede la sacralità delle loro scelte insindacabili, nel voler in qualche modo vendicarsi per rendere il mondo un posto migliore. Ecco perché, come ho scritto in altra sede, «il lettore non può esimersi, parteggia per queste erinni sfortunate che impongono la loro giustizia e lo fanno con serietà, quasi con onestà, mantenendo intatta la loro femminilità ferina, sia quando colpiscono con violenza, sia quando si concedono una debolezza. Come Eva, non rassegnata ad aver perso il marito, pur dopo tutte le umiliazioni cui lui l’ha sottoposta. La loro forza è la rabbia, la solidarietà – quella solidarietà che manca spesso alle donne – e, per assurdo, proprio l’apparente vulnerabilità».

car2Ma la vendetta non è esclusivamente quella contro gli uomini, come dimostra il terzo romanzo, uscito da pochi giorni. Sara è rosa da un ossessivo desiderio di regolare i conti, per il quale si trova a sacrificare la prospettiva di una vita normale. Ma non importa, la cecità della sua ansia vendicativa trova riscontro nella ferocia dell’origine dell’odio. Nel suo progetto di vendetta giusta e necessaria non sono previsti danni collaterali: la determinazione è direttamente proporzionale al danno subito e il danno è tanto più importante quanto il soggetto è innocente e indifeso. Non posso dirvi molto altro, altrimenti vi rovinerei la sorpresa. Però posso anticiparvi che il finale non è per nulla scontato e ribalta il concetto generico di vendetta in un’ottica più lungimirante.

«Quella storia meritava un finale diverso. […] Un finale osceno, con una serie infinita di brindisi. Portò il bicchiere alle labbra e trangugiò una lunga sorsata. Il liquore ghiacciato arrivò dritto allo stomaco trasformandosi in calore».

 

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