#Nessuna più, gli incipit 6

nessuna più fabrizioGENTILE
di Lorenza Ghinelli

C’è stato un giorno in cui ho desiderato il tuo calore, il tuo broncio di bambino triste e geloso contro le mie labbra. Mi sentivo protetta da te. Mi ripetevi che non mi avresti lasciata. Ti adoravo. Ti obbedivo. E credevo che quel recinto che mi costruivi addosso si chiamasse amore.
C’è stato un giorno in cui ti ho chiesto le chiavi di quel recinto, per respirare un po’ d’aria che non fosse la stessa che respiravamo insieme. Non si può dormire sempre in due con una candela accesa in stanza, ogni tanto bisogna aprire la finestra e lasciare che qualcosa di nuovo entri a scompigliare un po’ lo sguardo. Provai a spiegarti in questo strano modo il mio bisogno di iscrivermi a un corso d’inglese da sola. Volevo imparare la lingua e magari cambiare lavoro. Desideravo che il mio futuro fosse incerto, e non determinato come un vicolo chiuso senza uscita. O come una stanza in cui qualcuno ti rinchiude e poi butta via la chiave.

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IL TEMPO DI UN BACIO
di Laura Liberale

Da qualche giorno eri stata ritrovata.
Interrogavo di continuo quell’immagine di terra e d’insenzienza: il campo che ti aveva forse tanto a lungo tenuta con la cecità minerale con cui la terra tiene quando non è grembo di custodia ma solo superficie di abbandono. Interrogavo quel suolo congelato nel suo mutismo invernale, e i versi che ne vennero li portai con me a Londra, qualche mese dopo, in un taccuino d’appunti.
A Londra ci andai con la mia famiglia: il mio uomo e la mia bambina, e a Londra la mia bambina si perse per non più di quindici minuti. Tutto il tempo della mia vita. I suoi nove anni si erano attardati davanti all’ennesima effigie ierogamica di William e Kate in un chiosco della metropolitana.
Suo padre e io salivamo, convinti di averla dietro, come quelle poche volte che non la si teneva per mano; salivamo, noi due, emergevamo, mentre lei restava giù, a guardare una radiosa promessa di futuro, giù a studiare le cuciture e le pieghe del vestito nuziale, per riprodurle in piccolo sulle sue bambole, come amava fare da sempre.

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A OGNI PORTINAIA LA SUA REGOLA
di Elisabetta Liguori

La prima donna dice: «Hai visto la madre di Angela? Venti anni dopo, ancora sta là che si affanna, che gira, che fa». Le risponde la seconda: «Quella s’è ingoiata la morte con tutti i vestiti.
Come può mandarla giù?». Delle due donne, la prima è la portinaia del palazzo. La figlia della portinaia, in verità, che non ha trovato un lavoro migliore e vive con la madre nell’appartamento ricavato dalla cantina. La seconda è una vecchia vicina di casa. Una che sa tutto di tutti. Parlano a bassa voce. Il palazzo non è cambiato dalla morte di Angela a oggi, mentre la città che accoglie il palazzo da sempre sta diventando più verde. Quella
mattina di giugno di venti anni fa Angela non aveva fretta. Strano per lei, inseguita dal tempo come tutte le sue coetanee. Cominciava l’estate; soffiava calda verso est, verso la casa sul mare con la palizzata di legno che veniva giù a pezzi. Angela, con il cuore, un po’ voleva andare, un po’ restare. Per prima cosa bisognava portarci il motorino. Angela non si fidava, era vecchio e malconcio, ma da quelle parti poteva essere comodo. Tutte stradine sterrate e muretti a secco.

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2 risposte a #Nessuna più, gli incipit 6

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Grazie, buona estate

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