CLAUDIO CECIARELLI

Cecia 1ATTIVITA’: Editor per la narrativa italiana in e/o.

SEGNI PARTICOLARI: nessuno, a parte una brutta cicatrice in faccia dovuta alla mia passione per i cani, anche per quelli stronzi.

LO TROVATE SU: Su fb, ma molto di rado, altrimenti su Marte ogni lunedì mattina.

Le tue origini e la formazione

Liceo classico e laurea in filosofia morale, due anni di praticantato presso la redazione del Messaggero e due anni di volontariato alla Sapienza.

Cosa rispondevi, da piccolo, quando ti chiedevano che lavoro volevi fare?

La guardia forestale (agli amici) o il giornalista (ai genitori e agli insegnanti).

E adesso cosa rispondi?

La guardia forestale (a tutti).

Qual è il lavoro dell’editor, al di là della revisione in solitudine? Ti chiedo di parlarci del “poi”, dal momento in cui l’editor si confronta con l’autore.

In realtà nella maggior parte dei casi “prima”, “durante” e “poi” sono un tutt’uno: per funzionare davvero, il rapporto con l’autore dev’essere improntato alla sua fiducia nei miei confronti. Questa fiducia devo es­sere capace di costruirla fin dalla “chiacchierata” preliminare, quella in cui spiego quali sono i criteri del mio lavoro, in cui esprimo le mie impressioni sul libro e in cui ascolto quali sono i dubbi (e le certezze) del­l’autore stesso.

Una volta trovato il punto esatto in cui collocare l’asticella, inizia il “durante”, ossia il lavoro sul testo, che ovviamente svolgo in solitudine ma sottoponendo le mie proposte all’autore a blocchi di una trentina di pagine alla volta, in modo da ricevere un feedback da parte sua che mi serve per tarare meglio gli interventi successivi. In questo modo si avvia una dialettica a volte entusiasmante il cui risultato è che la versione finale di un determinato passaggio (o la scelta di una singola parola) non è né quella iniziale dell’autore né quella proposta da me, ma è del tutto nuova. E di solito è la migliore (quella che io chiamo “opzione Eureka! ”).

Hai raccontato di aver appreso il mestiere non grazie a una scuola specifica, ma imparando attento al mondo e con umiltà. La mia sen­sa­zio­ne è che oggi si tenda a privilegiare il processo inverso, pur con le do­vute eccezioni: si pretende tutto subito e guai se non si ottiene. Cosa ne pensi? Può bastare un corso per diventare editor?

No che non può bastare un corso per diventare editor, ma questo vale per quasi tutte le professioni, che per lo più vanno apprese “sul campo”, sbagliando e imparando, soffrendo e ripartendo. Nella migliore delle ipotesi, un corso per diventare editor, se presentato onestamente da chi lo tiene, serve a capire se è un lavoro nelle nostre possibilità e nelle nostre corde oppure no. Ecco due parole chiave per capirlo: umiltà e coraggio. Coraggio perché quello dell’editor è un lavoro ingrato per la sua mancanza di “oggettività”: ar­ri­verà sempre qualcuno, dopo, a farci le pulci, a dire che avrebbe fatto diversamente e meglio, ecc. ecc. Ecco, ci vuole il coraggio di saper difendere le proprie scelte accompagnato dall’umiltà di dare per scontato che ogni lavoro fatto è perfettibile. Credimi, servono spalle larghe per tenere insieme le due cose.

Cecia 2

Al di là della tua esperienza in edizioni e/o, ti chiedo che idea ti sei fatto, guardandoti attorno in merito ad alcune questioni che riguardano l’editoria. Come la crisi ha cambiato l’editoria (-9,4% di titoli pubblicati)? Quali romanzi vengono penalizzati?

L’editoria è già cambiata, e sta cambiando, non solo a causa della crisi (ce ne sono state altre), ma per una molteplicità di fattori, non solo nazionali, che non è questa la sede per affrontare analiticamente. Di per sé, il fatto che ci sia una contrazione nel numero di titoli pubblicati potrebbe persino essere un fatto positivo, in un Paese in cui da sempre si pubblicano troppi libri (lo diceva già Flaiano più di mezzo secolo fa: in Italia tutti scrivono ma pochi leggono. E oggi, con il self publishing, siamo al delirio). È vero che ogni crisi si lascia dietro molte macerie, ma rappresenta uno stimolo incomparabile a osare, a inventare e reinventare. E le case editrici che sperano di cavarsela pubblicando solo i libri più commerciali rischiano di perdere cre­dibilità e con essa il treno della ripartenza: bisogna saper essere anticiclici, per dirla con il linguaggio degli economisti. Io credo che un romanzo davvero buono abbia oggi le stesse possibilità di essere pubblicato che aveva ieri o l’altroieri.

Rispetto a questo momento di stallo, quali provvedimenti potrebbero migliorare la situazione?

Ma per chi mi hai preso? Se lo sapessi sarei già Ministro della Cultura… Ciò detto, vedrei con grande favore una politica intelligente dello Stato (è un ossimoro?) a sostegno delle librerie indipendenti, del­l’editoria indipendente, delle campagne di sensibilizzazione alla lettura, insomma, di tutta la filiera del libro, come del resto avviene da tempo in altri Paesi europei.

Com’è l’ambiente intellettuale italiano?

Stagnante, anzi morto, nei suoi luoghi istituzionali, compresa gran parte delle università, la cui sterilità e autoreferenzialità sono oggi pari, pur con le solite lodevoli eccezioni, a quelle del ceto politico. Nella cosiddetta “società civile”, invece, nonostante tutto permangono sacche di resistenza e vitalità che faticano però a trovare un’organizzazione e uno sbocco sufficienti per fare massa critica.

Ci dai una definizione della voce “scrittore”?

No.

Un consiglio a un aspirante. Una cosa da fare.

Leggere molto e bene, leggersi e rileggersi moltissimo, cestinare moltissimissimo.

Una cosa da evitare.

Prendere sempre per oro colato il giudizio degli amici.

Salutaci svelandoci una tua passione.

Letteraria? David Foster Wallace. Extraletteraria? I cani, le Dolomiti, andare a spasso con il mio cane sulle Dolomiti.

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