NICOLETTA SIPOS

ATTIVITA’:  scrivente

SEGNI PARTICOLARI: 

un po’ di mal di schiena peggiorato dallo yoga

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Le tue origini e la tua formazione

Sono nata in Ungheria da papà ungherese mamma italiana e sono arrivata in Italia a 10 anni. Ho studiato al liceo classico e mi sono laureata in scienze politiche.

Quando da piccola ti chiedevano che lavoro volevi fare, cosa rispondevi?

Scrivere. Scrivevo sulle foglie: ho scritto romanzi interi sulle quelle del nostro giardino.

Se te lo chiedono adesso?

Avrei fatto meglio a fare il medico. Sarei forse più utile.

Nel 2009 è uscito per Sperling & Kupfer “Il buio oltre la porta”: un sottotitolo oltre a quello che già c’è (“Un matrimonio da favola. Una casa da sogno. Un corpo pieno di lividi”).

Quando l’amore fa male. Non permettere che l’amore ti dia dipendenza. Salvati la pelle.

Cosa ha impedito alla tua protagonista (e cosa impedisce a tante altre donne, come lei) di non ficcarsi in situazioni simili?

Il fatto che questi uomini siano spesso molto seducenti e dall’apparenza assolutamente innocua. E queste donne si innamorano, giustamente. Hanno scelto male e poi dopo le bloccano vergogna, frustrazione, la paura di non essere credute, di non riuscire a mantenersi, l’amore è vissuto come dipendenza: è una droga, ha effetti pervasivi, è un’euforia, quindi è difficile uscirne se non hai aiuto, invece le donne si chiudono e si isolano.

Lo scrittore ha il dovere di interessarsi ai proprio tempi o può vivere recluso in un mondo a parte?

Può vivere recluso, ma non serve a niente.

Sostieni che la discriminazione che le donne subiscono oggi avvenga anche per colpa nostra. Come rimediare?

Intanto capire che tutti abbiamo dei talenti uguali a quelli degli uomini, non siamo da meno, abbiamo diritto a cercare la nostra felicità, non siamo condannate  a essere le ombre dei nostri maschi, perché se siamo persone complete saranno più felici anche gli altri familiari.

Hai lavorato per diversi quotidiani (Avvenire, Il Giorno), sei stata inviata speciale del settimanale GENTE prima di diventare, nel 1994, redattore capo di CHI. Hai lasciato la redazione nel giugno 2009, ma continui a collaborare con il giornale. Cosa ti affascina del mondo giornalistico?

Ho sempre sperato di poter essere testimone del mio tempo, di vedere problemi, di cercare soprattutto soluzioni. Spesso il giornalismo non cerca soluzioni, ma scandalo, invece per me far capire i meccanismi alla gente è molto improntate

Cosa invece non ti piace?

Il sensazionalismo vuoto, la volgarità, non mi piace lo scandalo fine a se stesso, aggredire i personaggi, tormentarli per ottenere qualcosa di sensazionale.

Cosa cambieresti?

Penso che i meccanismi siano abbastanza giusti, siamo noi che li abbiamo corrotti: stiamo inseguendo le richieste più basse del pubblico, mentre invece potremmo portare cultura e conoscenza, due parole desuete, purtroppo. Su questo insisto anche quando vado nelle scuole a parlare di violenza: occorre collegare i fenomeni per capirne le ragioni.

Il pezzo di cui sei più orgogliosa.

Credo di averne scritti 30.000, sono in difficoltà. Però, forse… una intervista telefonica all’ultimo sopravvissuto del Titanic. Mi ha raccontato la sua storia – era piccolissimo, ai tempi della tragedia – ma i colleghi hanno deciso che io me la fossi inventata. Invece era tutto vero: avevo parlato con qualcuno, poi chissà: negli anni mi è venuto il dubbio che il mio interlocutore potesse avermi mentito, ma io ho agito in buona fede. Di questo sono orgogliosa: di tutto quello che ho scritto non ho mai forzato la mano o inventato.

Quello per cui hai più sudato.

Un memoriale di Lisa Sergio, una figlioccia di Marconi che finì in prigione nel 1936 perché era la voce radiofonica della rassegna stampa estera e, parlando della guerra in Etiopia, diceva peste e corna di Mussolini, però lo diceva in inglese. Finì in prigione e poi fu liberata grazie a un intervento di Marconi, migrò in America e lì si rifece una vita. Una persona dolce che io amavo molto: ho dovuto raccontare la sua storia in breve ma non è stato facile. Ai miei occhi era una specie di detective, una spaccona.

L’ultima delusione

Non avere scritto un libro che avevo in mente e che mi è arrivato già scritto da una persona che conosco. Questo mi ha insegnato a non mollare.

L’ultimo sorriso

Adesso, parlando con te.

L’ultima scoperta

Mi piace molto insegnare. Una cosa che ho cominciato a fare quest’anno e mi lascia la sensazione di seminare qualcosa.

L’ultimo sassolino tolto dalla scarpa

Sono molto appassionata di discipline orientali, quindi i sassolini me li tolgo ogni mattina facendo meditazione. Sono abbastanza serena.

L’ultima incertezza

Scrivendo il libro che ha trovato un agente, ma non ancora un editore. Sperò che vada a finire bene.

Allora un grande in bocca al lupo. A cosa stai lavorando, ora?

A un nuovo libro: la saga di una grande famiglia europea. Chissà…

Con Simonelli hai pubblicato “L’antica arte dello scandalo”: salutaci scandalizzandoci.

Mi ha commossa, in quanto donna, la vicenda di Maria Antonietta, questa cagna austriaca che tutti si divertivano a schernire in un modo pazzesco attribuendole amori saffici, pedofilia, un po’ di tutto. Lei probabilmente era una brava signora finita sugli scandali anche per colpa di queste voci. Il pettegolezzo ti toglie l’umanità e quindi ti autorizza a farti di tutto.

Ora salutaci come Alice, la protagonista de “Il buio oltre la porta”, nel momento in cui si ribella.

Non arrendetevi, non pensate che il domani sia buio come l’oggi: forse vi porterà un sorriso.

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