MASSIMILIANO SANTAROSSA

ATTIVITA’: Scrittore, editor
SEGNI PARTICOLARI: nessuno
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Le tue origini e la tua formazione.
Le mie origini sono contadine e operaie. Sono figlio di una famiglia che lavorava la notte in fabbrica e il giorno nei campi, divenuto subito orfano di padre morto in catena di montaggio e “orfano” di madre “sequestrata” dall’industria per dare da mangiare a me piccolo.
La formazione è stata una contro-formazione. Non ho alcun titolo di studio, mi hanno sospeso e cacciato dalle scuole superiori al secondo anno. I libri sono divenuti una marea in cui perdermi per trovare una specie di fuga prima e di via poi.

Quando da piccolo ti chiedevano che lavoro volevi fare, cosa rispondevi?
Il camionista. Mi innamorai di un camion arancione un giorno quando da piccolo scappai dall’asilo e mi ritrovarono dei camionisti mentre vagavo da solo per strada. Ricordo che era grandissimo.

Quando te lo chiedono adesso?
Ciò che faccio: lo scrittore.

Un sottotitolo al tuo libro “Viaggio nella notte” (Hacca edizioni)
Il giorno della Fine.

Tra le altre cose, qui sono affrontati i temi della memoria e dello disfacimento dei luoghi reali e dell’anima. Il ricordo comporta sempre una dose inevitabile di dolore?
Sì. La narrativa realista è sempre figlia di una memoria colma di domande, dubbi, dolore.

La fatica del lavoro in fabbrica cui è costretto il protagonista è metafora di un’altra fatica?
Innanzitutto è fatica della pelle, della carne, dei muscoli e del sangue. Per cui una fatica estremamente reale, e in me ancora molto presente come ricordo di quegli anni. Poi la letteratura lavora anche per metafore, certo, e in Viaggio nella notte l’industria è rappresentazione concreta, reale, profonda di quelli che la Teologia Aquileiese definiva “Inferi in terra”, dove ogni uomo è chiamato a scontare la propria pena.

Anche la tua produzione del passato si è contraddistinta per l’attenzione alla gioventù (mi riferisco a “Gioventù d’asfalto” Biblioteca dell’Immagine, 2009 e “Hai mai fatto parte della nostra gioventù?” Baldini Castoldi Dalai editore, 2010. Come mai?
Perché sono sempre stato attratto dalle tensioni e dalle paure dell’anima, e nella gioventù ci sono le tensioni morali e le paure umane più interessanti.

Il mondo editoriale. Una cosa che ti infastidisce.
Fino a qualche anno fa diverse cose. Oggi non ci penso più. Conduco la mia vita.

Una cosa che ti piace (sempre del mondo editoriale).
I libri stampati, la carta.

L’intellettuale ha il dovere di interessarsi ai propri tempi o può vivere recluso in un mondo a parte?
Per definizione l’intellettuale deve usare la testa, il pensiero, per spiegare le cose del mondo. E questo ovviamente avviene solo quando si conosce e si tocca quotidianamente la realtà.

Dai una definizione alla voce “intellettuale”.
Persona che con parole semplici racconta le cose difficili.

E alla voce “scrittore”.
Persona disposta ad attraversare i propri inferni per far sentire meno soli gli altri, attraverso i libri.

Cosa ti dà la carica?
Voler a tutti i costi uscire dalla “Classe dei bambini indietro” in cui venni rinchiuso a 6 anni. A 38 non ne sono ancora del tutto uscito.

Cosa ti abbatte?
Me stesso. In una guerra dove perdo quotidianamente.

Cosa ti manda in bestia?
I libri senza senso. E molte altre cose, ovviamente.

L’ultima risata di gusto.
Alcune sere fa a Padova con alcuni amici, diciamo dopo qualche bottiglia.

L’ultimo sassolino tolto dalla scarpa.
Non nutro rancori verso gli altri.

L’ultima incertezza.
Vivo sempre immerso nelle incertezze e nei dubbi. Sempre. Su tutto.

A cosa stai lavorando, ora?
Ho una idea ben fissa, ma non scrivo da qualche mese. Ho una sorta di paura, che ha colto molto bene Ermanno Paccagnini su “La Lettura” di questa settimana: «…quale sarà, a questo punto, non essendo replicabile l’esperienza di Viaggio nella notte, la sua futura strada narrativa”.

Salutaci dicendoci “Cosa succede in città”, questo il titolo del libro uscito per Baldini Castoldi Dalai editore nel 2011.
Erano anni diversi. Anni passati. Dove esplodeva il giallo della gioventù, il rosso della passione, il bianco dell’amicizia, quella che accoglie senza chiedere.

E adesso salutaci viaggiando nella notte.
«Vi accompagno nel dolore del mondo e nella rabbia d’una generazione sbranata dai padri prima che dai mostri, o dai mostri divenuti padri o dai padri divenuti mostri, o forse tutto assieme senza possibilità alcuna di distinzione. Padri che dovevano difendere la carne della propria carne, quella carne chiamata figlio e che invece come nella migliore tradizione divina nel proprio angelo più bello hanno visto il peccato, il dubbio, il pericolo, il lucifero.»

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