LAURA LIBERALE

ATTIVITA’: studiosa di religioni e filosofie dell’India, insegnante
SEGNI PARTICOLARI: bassista
LA TROVATE SU: facebook

Le tue origini e la formazione
Sono nata a Torino. Ho vissuto per trent’anni a Favria, nel Canavese. Ho fatto l’università lavorando come segretaria in una ditta di impianti elettrici. Papà operaio (prima, impiegato poi) e mamma casalinga.

Cosa rispondevi da piccola quando ti chiedevano che lavoro volevi fare?
La scrittrice. E forse, per un certo periodo, la veterinaria.

E adesso cosa rispondi?
La scrittrice.
“Madreferro” è il tuo ultimo romanzo uscito per Perdisa Pop – sottotitolo “Saga familiare minima”. In questo libro si affrontano diverse tematiche, collegate dalla memoria intersecata ai luoghi e ai racconti, la suggestione del tempo trascorso e la sua ricostruzione. Che rapporto hai, tu, con il tempo?
Ho un rapporto privilegiato con il mio tempo mitico, il tempo dei sogni, dei ricordi, delle ossessioni.

Dalla figura della madre, a quella della moglie, della vecchia e bambina, ma anche della Madonna e della Kore… si può dire che questo romanzo sia un grande omaggio alla donna, nelle sue diverse vesti e nel suo più potente talento, la procreazione intesa, anche metaforicamente, come proseguimento, come continuità?
Certo. Ed è un omaggio che chiama in causa tutta la forza archetipale del femminile. Procreazione, naturalmente. Ma anche distruzione. La polivalenza simbolica del sangue.

La protagonista si chiama Laura, scontato chiederti quanto ci sia di te, in lei…

Tanto, tantissimo. Più di quanto vorrei.

Ma quando ci si traspone in un libro, fino a che punto ci si spinge e da che punto si mantengono le distanze?
È come il sentiero che ho percorso giorni fa per arrivare all’eremo di San Romedio, in Trentino. Un ex acquedotto scavato nella roccia, strettissimo, affacciato su un baratro di novanta metri. Guardi giù, cercando di restare ben attaccata al parapetto. Ti affacci per raccogliere squarci di visione. A volte, per la paura, ti tocca accelerare, lo sguardo fisso a terra, a schiena bassa, avendo come unica priorità quella di mantenere l’equilibrio e di non rispondere al richiamo del vuoto.

Ci racconti qualcosa che ancora non hai mai rivelato su “Tanatoparty”, il tuo romanzo uscito per Meridiano Zero?
In una delle due versioni precedenti la definitiva, gli orifizi del cadavere plastificato di Lucilla Pezzi venivano riempiti di droga. Sia benedetto Marco Vicentini, l’editore, per avermelo impedito!

Tre cose che ti piacciono
La musica di Jeff Buckley.
Andare in bicicletta.
Il gomasio.

Cos’è il gomasio?

Sale con semi di sesamo

Tre cose che detesti
I posti troppo affollati.
La frase: ‘A me la musica piace un po’ tutta’.
Arrivare in ritardo.

L’ultimo sorriso
Adesso.

L’ultima volta che ti sei arrabbiata
Due giorni fa, con mia madre.

L’ultimo bacio
Poco fa, alla mia bambina.

L’ultima parolaccia
Ieri sera, a casa di amici. E sono stata rimproverata da un bambino di sei anni.

L’ultima canzone che hai ascoltato
Una delle nostre, del trio in cui suono. L’ho fatta ascoltare ad amici musicisti.

L’ultimo libro
Appena prima di rispondere all’intervista stavo leggendo il libro d’esordio di Ivan Schiavone. Poesia.

L’ultima incertezza
Sulle mie capacità di madre.

Progetti?
Un viaggio in India con figlia e marito.

Salutaci da Madreferro

“I paesi vengono sempre eretti su fanciulle sacrificate, bambine dissanguate, ragazzine sparite.”

E adesso salutaci libera, come rivela la prima parte del tuo cognome
Che le fanciulle possano edificare ovunque paesi di libertà. Grazie, Marilù.

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