La puttana e il colibrì

Sul manifesto cartaceo del 30/08/12 è uscito un mio racconto, all’interno della bellissima rassegna Resistenze Noir.

La domenica mattina è un momento di duro lavoro per le puttane. Tanto più per quelle gettonate come Olubunmi che, in ossequio alla mania italiana della semplificazione, tutti chiamano Lulù. È da lei che si dirige il dottor De Fulvis, come fa ogni giorno di festa da due anni a questa parte. La domenica mattina, dopo la messa, sistemati i figli a catechismo, accompagna la moglie davanti casa cosicché lei possa preparare un lauto pranzo e la saluta:
«Vado a lavare la macchina».
«Caro… ma non è già pulita?».
«Non come vorrei io. Impiegherò un po’, c’è sempre fila all’autolavaggio».
«Certo».
«Poi passerò a prendere i bimbi e tra un’ora saremo di ritorno».
Un’ora, pensa. Sono le undici e cinque. Ha solo un’ora per andare da Lulù, possederla, ripassare in parrocchia e tornare a casa.

La Mercedes l’ha lavata il sabato pomeriggio, tanto le donne non ci capiscono niente quando si parla di cofani più o meno lucidi.
Un’ora, dovrà fare tutto in fretta. È abituato. Dieci minuti per raggiungere il luogo della trasgressione. Altri dieci per tornare indietro. Cinque per prelevare i bimbi e tornare a casa. Un’ora meno venticinque minuti significa che gli restano trentacinque minuti. Del resto non gli interessa intrattenersi troppo con Lulù, quello che vuole da lei è uno scambio antico quanto l’uomo, che non necessita di filtri impegnativi quali coccole o convenevoli, è la risposta a un bisogno fisiologico, non c’è niente di male si dice, sua moglie è troppo grassa e sfatta per essere trombata, così lui ha ripiegato su una negra snella e soda che dice sempre di sì e non fa la schizzinosa quando lui glielo mette in bocca. È una clandestina costretta alla prostituzione da un destino meschino e da una rete di ricatti e minacce, e questa sua condizione di inferiorità gli sembra che renda il peccato meno sporco. Forse il dottor De Fulvis si sentirebbe più in colpa se pagasse il corpo di un’italiana benestante e piena di prospettive.

Il racconto prosegue qui:

http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/argomenti/manip2n1/20120830/manip2pz/327912/?tx_maniabbonatimvc_pi2[sezione]=CULTURA&cHash=96c50bc05b549dd29726374b78d28cfe

e dopo, se ne avete voglia, vi invito a leggere questo commento profondo dello scrittore Sabot Andrea Melis:

“E’ la velocità delle ali di questo uccello che mi porta a brevissime riflessioni su questo racconto dalla lingua di una bellezza estenuante, che non cede a compromessi nemmeno per una virgola e mantiene per tutto il racconto la stessa tensione: quella della pelle nera e bellissima da puledra della protagonista, quella dei muscoli da fiore volante del colibrì e quella velocità con cui i benpensanti eiaculano le loro autoassoluzioni.

Di storie di puttane ne ho lette tante. Storie di confine come questa poche, pochissime. Storie di frontiera, dove il perimetro dell’umanità coincide con la carne dei corpi. Tutto si tocca in questo racconto tranne gli occhi: occhi africani sbarrati su una favola dolcissima, e occhi occidentali aperti sulla freddezza della scienza e dell’apparenza.Viene in mente, finito di leggere, che il confine più doloroso narrato in questo racconto non è quello tra moralità e umanità, ma quello che tiene in gabbia le favole vere, che attraversate le latitudini delle convenzioni perbeniste, le impedisce di andare avanti. Soccombono i colibrì delle favole africane davanti allo squallore dell’unica storiella che l’occidente riesce a raccontarsi: una bella macchina. una moglie non necessariamente bella, dei figli, tutto purchè si sembri normali.

Non importa se felici o no. La felicità si può sempre comprare alla bancarella dell’altrui disperazione”.

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