MARCO MARSULLO

ATTIVITA’:  narratore, lettore, giocatore di xbox, uno che ascolta, uno che spera.

SEGNI PARTICOLARI:   ho il ritmo circadiano dei gufi (nemmeno sapevo cosa fosse il ritmo circadiano, poi me l’ha spiegato mia madre, c’entra il fatto che non dormo la notte)

LO TROVATE SU:  facebook (di più), twitter (di meno), www.marco-marsullo.blogspot.com (poi prometto che prendo il dominio col .com)

Le tue origini e la tua formazione

Credo che l’unica cosa che mi abbia realmente formato siano stati i cinque anni delle elementari. La passione per la scrittura è nata lì, quando era il momento di fare i temi ero stranamente elettrico, volevo mettermi in mostra.
Le medie e il liceo hanno rafforzato questa mia attitudine. E all’università (ero iscritto a Giurisprudenza, media del 21.9) mi sono reso conto che l’unica cosa che sapevo, più o meno, fare era raccontare le cose. Non imparare usucapioni ed enfiteusi (che però ancora mi ricordo).

Cosa rispondevi da piccolo quando ti chiedevano che lavoro volevi fare?

C’è stata una fase in cui benzinaio (chiaramente per i rotoli di banconote che hanno in tasca) e pompiere se la combattevano ad armi pari. Poi sono cresciuto e, intorno ai quattordici anni, la mia risposta era sempre la stessa: giornalista e scrittore.
Poi ho provato a fare un po’ il giornalista e ho capito che non era per me. Fondamentalmente sono pigro, scrivere romanzi è il giusto compromesso tra i miei ritmi e la vita reale.

E adesso cosa rispondi?

Scrittore. O meglio, narratore. Voglio raccontare le mie storie, voglio che siano lette, che il lettore provi l’emozione che ho provato io nelle scriverle. Nessun dubbio.

Hai esordito nel 2009 con la raccolta di racconti “Ho Magalli in testa ma non riesco a dirlo” (Noubs Edizioni). Qual è il filo conduttore dei racconti?

Nessuno. E questo probabilmente è il punto debole della raccolta. Quello è un libro a cui sono molto legato, l’ho scritto tra i ventidue e i ventitré anni, più per gioco che per reale intenzione di vederlo pubblicato. Scrivevo un racconto dietro l’altro perché mi divertiva, poi quando ne ho messi insieme un buon numero ho deciso di mandarlo in giro tra piccole case editrici.
Alcune mi hanno ignorato, altre rifiutato, altre ancora risposto, e la Noubs (che ringrazio sempre) è stata la prima. Così, Noubs è stata. Sono contento di essere partito da una piccolissima casa editrice, ho capito tante cose di questo mondo editoriale e mi sono fatto le ossa organizzandomi le presentazioni praticamente da solo, girando con lo scatolone pieno di copie del libro nel cofano della macchina mentre andavo da una città all’altra durante il giro di presentazioni. Andare alla Fiera del Libro di Torino e non avere idea di niente, girare con il nuovo libro (quello che uscirà con Einaudi a ottobre) nello zaino per vedere a quale editore appiopparlo. È stato divertente.

Il tuo primo romanzo uscirà per Einaudi Stile Libero in autunno. Ci anticipi qualcosa?

Marilù sei la prima con cui ne parlo, ho dovuto anche chiedere il via libera ai grandi capi per non rischiare di prendere una cazziata. Si chiama “Atletico Minaccia Football Club”. È la storia di un allenatore di calcio decisamente particolare: Vanni Cascione. Un po’ sognatore un po’ canaglia, un po’ sbruffone e un po’ (troppo) sfigato, vive nell’adorazione di un suo celebre collega, José Mourinho, tanto da sceglierlo come modello di riferimento… Solo che il mio allenatore è seduto sulla panchina dell’Atletico Minaccia Football Club, Armata Brancaleone delle serie calcistiche minori, piena zeppa di calciatori improbabili. Dall’ex concorrente del reality “Campioni”, al difensore detto “Trauma”, considerato l’artista del fallo da dietro. Di pari passo con le (dis)avventure calcistiche della squadra, ci sarà la vicenda umana-familiare di Cascione. Una specie di commedia di formazione (qui l’ho sparata grossa, scusatemi). Mi sono divertito tantissimo a scriverla.

Se ti chiedessi un titolo alternativo al libro?

Parafrasando il mio amico Woody Allen: “Provaci ancora, Cascione”. So che Woody ci sta leggendo, gli mando un abbraccio.

Come è avvenuto il passaggio ad Einaudi?

Mi sono procacciato la mail di Severino Cesari usando l’astuzia. Non c’ho pensato un minuto di più: gli ho scritto. Semplicemente. Non lo conoscevo, non conoscevo nessuno che lo conoscesse. Mi sono presentato, sfacciato ma educato come sono io, e gli ho detto che avevo un romanzo che credevo perfetto per Stile Libero. Lui si è incuriosito, gliel’ho mandato. Nel giro di tre mesi ero a Roma a parlarne con loro. Un sogno, cos’altro dire. Con Stile Libero ho trovato persone meravigliose. Partendo da Cesari (la persona a cui devo tutto questo), passando per Rosella Postorino (la mia editor… e pur lavorando anche ad altri libri in Einaudi per me è mia e le voglio bene) e Paolo Repetti (con il nostro dualismo calcistico Milan io, Juve lui). Oltre a tutto il resto della redazione (ragazze dell’ufficio stampa e ufficio diritti incluse). Persone speciali, professionisti, con cui però riesco sempre a farmi un sacco di risate. Ma la cosa più importante è la loro capacità di ascolto: quando sto discutendo delle mie idee con loro mi accorgo che realmente mi percepiscono, che realmente si rendono conto della direzione in cui sto andando. E questo, suppongo, per un autore sia la cosa più bella ed emozionante.

Sul mio blog c’è un post dedicato a tutto questo, se vi frega qualcosa: http://marco-marsullo.blogspot.it/2010/10/damore-deinaudi-e-di-altre-sciocchezze.html

Ora alcune domande che potrebbero interessare gli aspiranti scrittori. La tua prima pubblicazione è avvenuta semplicemente: hai spedito il manoscritto a diverse case editrici scelte in base alle loro impostazioni editoriali e alcune ti hanno risposto. Prerequisito imprescindibile era che non chiedessero soldi per pubblicare. Hai dichiarato (e sono d’accordissimo con te): “Trovo l’editoria a pagamento la morte del libro e la mortificazione dell’autore prima, e del lettore poi”. Approfondiamo.

Il discorso è molto semplice: un editore non deve prendere soldi da un autore. Se mai il contrario. O almeno: uscirne pari. Mi rendo conto – e lo so perché sono partito da lì – che un piccolo editore abbia difficoltà a poter dare un anticipo a un proprio autore. Basta essere chiari, come lo è stata la Noubs con me all’epoca. Massimo rispetto. Ci si mette d’impegno e si promuove insieme il libro, al meglio delle proprie forze. Questo è un discorso onesto, limpido. Quello che non è onesto è quando un editore prende dei soldi da chi scrive, rinunciando automaticamente a promuovere l’opera (se ha incassato già una quota che copre le spese di stampa, e addirittura le supera, perché usare altre risorse economiche per dare visibilità al prodotto?). Non capisco, né capirò mai, le persone che pubblicano a pagamento. È un modo per regalarsi una soddisfazione? Benissimo. È pieno di siti internet, ormai, sul modello de ilmiolibro.it che ti permettono, in modo molto più dignitoso e meno dispendioso, di togliersi la gioia di veder stampato il proprio romanzo e entrare in contatto con una comunità di lettori e appassionati del settore. La mia esperienza è molto chiara: ho selezionato solo case editrici che non chiedevano partecipazione economica per la pubblicazione, né un numero di copie da acquistare. Poi ho spedito il romanzo (via posta o via mail, dipende dall’editore) e ho incrociato le dita. Nell’attesa ho scritto altro, ho vissuto, ho giocati ai videogiochi. Insomma, le solite cose.

Cosa trovi meraviglioso del mondo della scrittura?

Nel mio mondo della scrittura la cosa più bella è quando nasce l’idea. Personalmente: io la vedo proprio. Vedo i protagonisti, vedo le loro facce, comincio a sentire canzoni da associare a loro e a quello che gli capiterà. Spesso mi avviene mentre sono in macchina (adoro guidare, mi rilassa). È una magia ed è uno dei motivi per cui vivo. Del mondo della scrittura, considerato quello “editoriale”, adoro le presentazioni. Mi piace parlare ai lettori, soprattutto se sono ragazzi. Mi è capitato di parlare in delle scuole o a delle scolaresche in gita premio (modello detenuti) in qualche libreria. È bellissimo vedere l’interesse negli occhi di chi ti segue; segue quello che dici, come lo dici, e talvolta si emoziona. Condivide con te una parte del tuo sogno.

Cosa invece detesti?

Stesso distinguo di prima. Del  mio mondo della scrittura detesto dover dire addio ai personaggi alla fine di un romanzo. Mi sento triste, anche se orgoglioso, al pensiero che non dovrò più pensare a loro notte e giorno (specie a quelli a cui mi affeziono di più), e che saranno sostituiti da altri, e così via. È la stessa sensazione di quando sei piccolo e finisce l’estate. Quel senso di situazione irreparabile, fuori controllo, ma che sai essere ciclica e necessaria. Del mondo editoriale non detesto niente perché lo vivo poco, ho pochi amici scrittori (tra questi uno in particolare, lui sa che sto parlando di lui, e in questo periodo particolare della mia vita gli devo tantissimo), e sostanzialmente odio davvero solo la Juventus. Quindi…

Due tuoi difetti e due pregi

Difetti: sono pigro, ma non sempre, dipende da quello che mi si propone. E forse sono un po’ ansioso quando mi sta a cuore qualcosa. Pregi: quando mi impegno in qualcosa, o con qualcuno, riesco a tirare fuori il meglio di me. Sempre, in ogni momento. E poi sono determinato. Molto, molto, determinato.

Un libro che hai riletto

“Branchie!” di Niccolò Ammaniti. Per me è l’equivalente della Nutella o della cioccolata per il resto delle popolazione mondiale. Quando sono un po’ triste lo sfoglio a caso, leggo qualche pagina, sorrido. Anche perché è il libro “per cui” ho iniziato a scrivere. Dopo averlo letto ho detto: “Cazzo! Anche io voglio fare questa cosa”.

Un libro che non hai terminato

Raramente non finisco un libro. Diventa una questione di principio. Seleziono attentamente le mie letture proprio per questo motivo. Ci sto pensando ma proprio non mi viene in mente…

L’ultima volta che hai pensato: “Questa cosa sì che la voglio fare!”

Dieci minuti fa. Mandare un sms a una persona che doveva studiare.

L’ultima volta che ti sei arrabbiato

Calcio. Milan – Fiorentina 1-2, al gol vittoria di Amauri. Non si può far segnare uno come Amauri e perdere lo scudetto. Dio, proprio no.

Ma quando ti arrabbi cosa fai?

Per il calcio mi chiudo in un mutismo angosciante, il modo perdere colori, odori, profondità, spazialità. È come stare chiusi in una cesta piena di mutande usate da un maratoneta. In generale sono un tipo che tenta di spiegarsi sempre… però a volte non ci riesce.

L’ultimo sogno ad occhi aperti

Il libro che esce e vendo un mmmiliardo di copie (da leggersi con accento siciliano). La Bignardi mi invita e io le faccio un clamoroso baciamano in diretta tivù.

L’ultimo sorriso

Sorrido spesso. Comunque: per l’sms di risposta a quello che ho mandato (ricordate la domanda di prima?).

Progetti?

Vivere bene, sorridere tanto. Vendere tante copie del libro in uscita. Continuare a scrivere con questa gioia nel cuore che a volte mi sembra di scoppiare per la felicità. Trovare una brava ragazza (pure cattiva va bene, purché non lo diventi durante la nostra relazione), innamorarmi, fare un paio di bambini, essere felice. Ah, e diventare uno di quei vecchi che insegnano le cose.

Salutaci come saluta chi ha Magalli in testa

“Stamattina mi sono svegliato e, porco Giuda, ho Magalli in testa ma non riesco a dirlo!” (Oh, mi ricordo anche a memoria l’intro di quel racconto. Bestiale).

E adesso salutaci con Stile (Libero), dal tuo prossimo libro Einaudi

“La seconda regola del calcio secondo Cascione è: non esistono partite amichevoli, solo partite da vincere. Il fair play è un’invenzione dei Testimoni di Geova e dei preti di oratorio”.

Ciao a tutti, ciao Marilù e grazie dell’ospitalità. Mi sono divertito un sacco.

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