RESPIRO CORTO

«Le nuove generazioni pensano alla “mafia” in maniera diversa, non concepiscono più sistemi verticistici: per capirci, un capo alla Provenzano non sarebbe più possibile. Non ragionano nemmeno più in base al Paese di provenienza, loro sono cittadini del mondo ed è quello che vogliono conquistare. Adesso vogliono fare soldi infiltrandosi sempre più in profondità dentro i canali ufficiali della società e degli affari, stringono rapporti sempre più saldi con i politici e soprattutto con le grandi aziende. Agiscono e si muovono come se fossero multinazionali. La storia del legno di Chernobyl che ho raccontato nel libro è vera: in Slovenia fanno bare con materiali radioattivi»

(Massimo Carlotto, da un’intervista rilasciata a Repubblica)

Non ci sono più i boss di una volta, c’insegna Carlotto. Almeno non a Marsiglia, nella Marsiglia di Respiro Corto (Einaudi, 2012), dove laureati pluririconosciuti incontratisi alla facoltà di economia di Leeds sfruttano le conoscenze acquisite per installare una società a delinquere. Non una qualsiasi, s’intende: roba che scotta. Sono quattro e costituiscono la Dromos Gang: Zosim il russo, Sunil l’indiano, Inez la svizzera e Giuseppe l’italiano. Oltre alla cultura e alla tracotanza di chi sa sfruttarla senza impedimenti etici, i magnifici quattro sono eleganti, sicuri del fatto loro, implacabili.

«Dromos. Corsa, in greco antico. Il crimine era un buon affare solo se correva alla velocità imposta dall’economia. Domanda, offerta, costi, ricavi. Tutto il contrario delle organizzazioni criminali, che impiegavano troppo tempo a capire che un’attività non era più remunerativa e ci rimettevano soldi e uomini».

Inevitabile lo scontro con i vecchi baluardi del potere e a mettere loro i bastoni tra le ruote sono un tenace capo corso e una gendarme dal nome conturbante e dalle iniziali cariche di promesse: B.B. è lesbica, fanatica di Johnny Halliday, combatte ai margini della legalità, si crede dio ma non sempre capisce con chi ha a che fare.

Dai boschi radioattivi di Cernobyl ai caveau delle banche svizzere, fino ai boulevard di una città portuale, che Carlotto conosce bene. Un luogo d’approdo, dove lo scrittore ha vissuto il tempo di documentarsi e infatti dimostra di aver assorbito in tutte le sue contradditorie sfumature: «Marsiglia. Città difficile. Da capire, da vivere. Alla fine anche un uomo come Don Santucho si sarebbe beccato una raffica di kalashnikov». Solo apparentemente sullo sfondo, Marsiglia a tratti sgomita e risalta violentemente. La città dei diseredati e di chi controlla i traffici, la città in cui  poliziotti e magistrati – se non sono corrotti – incorrono facilmente in una sconfitta.

Romanzo polifonico in cui la coralità concede a ciacun personaggio il proprio spazio narrativo – perfino alle comparse –, intreccia multinazionalità con l’infinita capacità di moltiplicazione del misfatto: servizi segreti, terroristi, poliziotti senza scrupoli, nascotrafficanti, faccendieri, traditori. Così nascono figure incredibili come Esteban Garrincha, paraguaiano in fuga dalla mafia cinese, sempre sull’orlo di essere «fottuto» e chissà mai la fine che farà.

Una scrittura incalzante, essenziale ma completa, fulminea, precisa, perfettamente ritmata tra azioni e dialoghi, avamposto di una sceneggiatura alla Tarantino. All’inizio le briglie sembrano molte, ma il lettore si accorge presto che Carlotto le padroneggia tutte magistralmente. Così si immerge a capofitto nella storia e lo fa proprio come recita il titolo: tutto di un fiato, col respiro corto:

«Garrincha scivolò fuori dall’auto. Madame era pazza. Era proprio vero che non capiva nulla e non aveva il benché minimo spirito imprenditoriale. L’eroina era il futuro. La gente era sempre più povera e sfigata e la chasse au dragon scacciava tutti i brutti pensieri. Alzò le spalle. Lui, il suo piano per dire addio a Marsiglia l’aveva già».

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