Premi Letterari Polizieschi (maschile plurale)

Fino ad ora mi è capitato di parlare della situazione sessista in Italia – con particolare riferimento alla scrittura – sulla base di dati, sondaggi, interviste. Non ho tratto conclusioni definitive, ma posto solo domande, dubbi, anche se le conclusioni sembrano convergere tutte verso un’unica direzione.

Ho portato avanti un progetto significativo con Laura Costantini, ho parlato del suddetto argomento in diverse conferenze (tra cui un incontro a Politicamente Scorretto, organizzato e presieduto da Carlo Lucarelli), sto collaborando – come esterna – alla multiforme ricerca lanciata e promossa da Loredana Lipperini.

Oggi vorrei parlare – a proposito di uomini e donne – di come funzionano i premi in Italia, in particolare i concorsi letterari polizieschi, ad alcuni dei quali ho avuto modo di partecipare (portando a casa dei riconoscimenti – Premio Azzeccagarbugli come opera Prima, secondo Premio al Festival Letteratura Gialla Camaiore e finale Scerbanenco – quindi non parlo perché offesa da “esclusa”. Parlo perché un po’ allarmata da donna).

La sensazione, suffragata dai dati, è che le donne siano fortemente penalizzate.

Notizia recentissima è che, alla finale del Premio Nebbiagialla 2012, la Commissione Scientifica abbia selezionato 10 finalisti, uno solo dei quali è una scrittrice (Commissione composta “dall’Assessore alla Cultura, dal presidente del Premio e da un massimo di altre quattro persone esponenti del mondo della cultura di Suzzara”. Ciò senza nulla insinuare sull’organizzazione di Paolo Roversi, l’ideatore, che conosco come persona seria e so che lavora sodo e bene e che, a tal proposito, ha dichiarato: «Il problema è che nelle grandi case editrici le donne, se si escludono le straniere, sono molto di meno degli uomini. Di una cinquantina di libri pervenuti, solamente 5 erano di donne»). Allora la domanda che sorge spontanea è: perché le case editrici investono così poco?

Ma capitano situazioni anche peggiori, rispetto all’ultimo esempio. Alla sesta edizione – tenutasi a Sassari – del Festival Mediterraneo del Giallo e del Noir 2012 sono arrivati in finale dieci scrittori: nemmeno una donna!Premesso che la vittoria è andata meritatissima ad Enrico Pandiani, cui va il mio plauso, qui non si contesta chi vince: semplicemente si osserva che il rapporto scrittrici/scrittori è addirittura di 0 A 10.

Ho scritto al direttore del Festival Mediterraneo, Aldo Curcio, chiedendogli le modalità di spedizione del libro per partecipare – perché anche qui non si capisce bene: scelgono loro i concorrenti? Sarebbe molto discriminatorio, perché ciò significherebbe che vengono esclusi gli scrittori che non hanno la fortuna di essere capitati tra le loro mani. Sullo statuto si legge che un “Responsabile Organizzativo” con pieni poteri elabora una lista di romanzi  anche sulla base di segnalazioni delle case editrici, per dire: la casa editrice può segnalare, ma non è detto che venga accolto il suo libro (anche se è un noir). Ora, questa lista – che non viene resa pubblica, ma che passa al vaglio della Commissione (scelta, quest’ultima, proprio dal Responsabile Organizzativo, ndr!)- mi domando: secondo quali criteri viene redatta? Contano solo i gusti personali del potentissimo Responsabile Organizzativo? Mistero. Comunque Curcio non mi ha risposto.

Ma andiamo avanti. Sui 15 titoli finalisti al Premio Scerbanenco 2011, di nuovo figura una sola scrittrice (altro dato: al Premio Scerbanenco si sono aggiudicate il primo posto 4 donne e 17 uomini) . Non solo. Alla finale del Premio Camaiore 2011 alle donne non è stato conferito nemmeno un posto e negli ultimi tre anni non hanno vinto (in quelli precedenti non è dato saperlo: cliccando sugli anni del sito della fondazione non succede niente). Ora qualcuno dirà: però allo Scerbanenco l’anno prima ha vinto una donna, la Bucciarelli. E in finale eravate ben due donne su cinque finalisti (l’altra ero io). Però qui, però lì. Però due anni fa, però l’anno scorso, etc. Basiamoci sui numeri: i numeri confermeranno che il divario, anche negli anni, è consistente.

Il Premio Fedeli? A parte il mistero della scelta dei libri (i 3 finalisti vengono individuati da una giuria di poliziotti: bene, ma sulla base di cosa? Almeno in quasi tutti gli altri concorsi sono le case editrici che propongono o almeno segnalano gli autori. Qui non vi è nemmeno la possibilità autonoma di concorrere: in sostanza, se sei fortunato e i poliziotti ti conoscono, allora, forse, puoi capitare in finale), a parte questo, dicevo, di 14 edizioni del Premio Fedeli, le donne hanno vinto solo una volta. Al Premio Azzeccagarbugli, su 7 edizioni gli uomini hanno vinto 6 volte. In finale sono giunte 4 scrittrici versus 22 scrittori.

Certo, nessuno vuole ometterlo: un minimo di presenza femminile questi premi la concedono, ogni tanto, con molta parsimonia. Allora non si può nemmeno negare che il 2011 sia stato un anno particolarmente sfortunato (o improduttivo? o maschilista?) per le donne: i dati sono eloquenti. Ovviamente qui non si vuole colpevolizzare (solo) le organizzazioni, tant’è vero che spesso sono le giurie popolari che decretano il vincitore finale (tra una rosa di possibilità che, però, è spesso presentata da una giuria nominata dalle organizzazioni), ma, oltre a ciò, occorre andare a monte: quante autrici propongono le case editrici? Forse il tutto è addebitarsi a un misto di consuetudini, preconcetti, o forse i libri al femminile proposti erano davvero tutti bruttini. Non lo so, vorrei scoprirlo.

Questo post non vuole assumere toni vittimistici né richiedere d’ufficio le quote rosa nei concorsi, sarebbe una proposta assurda. Però un dislivello esiste, sarebbe opportuno sondarne il motivo, ecco a cosa mira il mio articolo. Se il genere, considerato fino a poco tempo fa di appannaggio maschile, è coltivato oggi da scrittrici donne (in una percentuale circa del 30%), perché i concorsi non riflettono questa percentuale? Se si rispetta il criterio del 3:10, i conti non tornano.

Sussiste la tendenza diffusa a considerare i libri delle donne meno interessanti?

Oppure resta un’altra possibilità, ugualmente da prendere in esame: forse le donne sono davvero meno brave?

Pensiamoci.

La mia sensazione, quella che mi segue da quando ho cominciato a scrivere, è che il nostro lavoro sia svalutato rispetto a quello dei colleghi. Ciò rifletterebbe una realtà consolidata, in Italia, a quasi tutti i livelli eccezion fatta per i mestieri che fino a pochi decenni fa venivano considerati “femminili”, quali l’insegnamento. Le donne vengono assunte di meno in ruoli direttivi, vengono considerate di meno sul versante artistico, vengono pagate di meno. I dati della Presidenza del Consiglio confermano che una dirigente guadagna il 26,3 per cento in meno di un collega maschio. Lo chiamano “differenziale retributivo di genere”, è pari al 23,3 per cento: una donna percepisce, a parità di posizione professionale, tre quarti di uno stipendio di un uomo. E questo nel pubblico. Nel privato la situazione peggiora. Nel testo messo a disposizione dalla Presidenza del Consiglio si legge che “nel 63,1 per cento delle aziende quotate, escluse banche e assicurazioni, non c’è una donna nel consiglio di amministrazione”. Su 2.217 consiglieri solo 110 sono donne, il 5%. Va ancora peggio nelle banche dove su un campione di 133 istituti di credito, il 72,2 per cento dei consigli di amministrazione non conta neppure una donna.

La mia sensazione, quindi, quella per la quale non ho dati, e che va presa solo come una sensazione basata solo sulla mia esperienza personale, è che per le scrittrici sia più faticoso ogni passaggio. Quando scrivi, fatichi a ritagliarti il tempo e a trovare la stanza per te. Quando ti proponi, sei presa meno in considerazione. Quando vieni valutata, ricevi meno proposte e a compensi più bassi. Quando espirimi il problema, passi per la rompiscatole di turno e c’è ancora qualche imbecille che cerca di ridurre il problema a un marchiatura anacronistica: «La solita femminista».

Pur con le dovute eccezioni – ho incontrato una minoranza di professionisti serissimi che hanno una concezione paritaria del lavoro – la nostra penisola è piena di ostacoli e di pregiudizi per le donne, in tutti i settori. Ciò non significa che per noi sia impossibile farcela, significa semplicemente che sarà molto più dura e che perderemo molto tempo a superare ostacoli ottusi. Non voglio calare questa osservazione come una verità indiscutibile. Oltre alla denuncia vorrei confrontarmi, sondare altri pareri, completare i dati. Perché il primo passo affinché si superi un’iniquità è anche il più difficile: non ometterla, ottenere il riconoscimento che quell’iniquità esista.

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12 risposte a Premi Letterari Polizieschi (maschile plurale)

  1. Giacomo Brunoro ha detto:

    Constato che i numeri sono questi quale potrebbe essere la soluzione? mettere le “quote” nei concorsi letterari e nelle case editrici? Io non credo nelle quote, tantomeno in una realtà come questa. E’ un discorso complessissimo ma credo che, per quanto riguarda l’Italia, purtroppo spesso le prime ad essere sessiste (e quindi autolesioniste) sono proprio le donne, per questo il lavoro culturale dovrebbe essere fatto a monte.

    • libroguerriero ha detto:

      no, le quote rosa non hanno senso. una soluzione sarebbe un’educazione a ri-considerare la scrittura delle donne, ad esempio. cmque d’accordissimo con te sul fatto che il lavoro (culturale e di rieducazione) andrebbe fatto a monte.

  2. Diego ha detto:

    Ciao Linda. Io mi permetto di dire che non sono d’accordo con le (possibili) conclusioni che ne trai. Secondo me è ingenuo dividere gli scrittori in base al sesso, anche perché il fattore discriminante di un’opera dovrebbe essere la qualità, non il sesso dell’autore. Ciò permesso, ricorda che nelle manifestazioni più importanti i racconti vengono consegnati anonimi ai giurati, e te lo dico sia da autore – anche io ho un discreto curriculum in fatto di concorsi – che da giurato. Anzi, la tendenza alla quale sto assistendo negli anni è diametralmente opposta a quella che segnali: basti pensare al Nero Lav, oppure alle selezioni Wmi-Mondadori, dove è palese una sempre più corposa affermazione femminile. Ma questo, ripeto, non dovrebbe essere un fattore dirimente, in quanto un racconto dovrebbe vincere se è valido e basta, a prescindere dal sesso dell’autore. Altrimenti, in virtù di un buonismo improduttivo, si finirà all’estremo di imporre quote rosa, riproducendo in letteraratura l’ormai ben noto scempio politico. L’unica conclusione che è possibile trarre dalle tue statistiche è che sì, in quei concorsi che hai segnalato, gli uomini erano più bravi o piacevano di più. Stop. D’altronde, molte giurie sono esclusivamente femminili: prendi la super giuria del Premio Algernon Blackwood, composta da tre donne. Dovrei pensare di essere stato penalizzato in virtù di una presunta rivendicazione femminista? Io non l’ho pensato. Ho solo concluso che il mio racconto fosse mediocre e che i racconti finalisti – tutti maschili – fossero in assoluto i migliori.

    • libroguerriero ha detto:

      come ho sopra detto, le quote rosa non hanno senso.
      però qualcosa non torna nei dati raccolti (e i dati non sono opinabili). rispetto la tua conclusione (che “gli uomini erano più bravi”), ma non la condivido. penso che il motivo non si riduca a quello. penso che purtroppo le ragioni siano molto più complesse e concomitanti (pregiudizi che sfavoriscono le donne, sì, ma anche contingenze quali ad esempio le case editrici che propongono meno donne, etc). Insomma, secondo me non si può semplificare con un “gli uomini sono più bravi”. sarebbe una conclusione superficiale che si somma a un dislivello.

      • Diego ha detto:

        Ma io non ho detto che gli uomini sono più bravi, non lo direi mai. Ho solo detto che in alcuni concorsi – in parte da te segnalati – i maschietti hanno vinto di più perché avevano presentato opere migliori. In altri concorsi – in parte da me segnalati – le donne hanno vinto di più perché hanno presentato opere migliori. Poi considera che, ribadisco, in molti concorsi di racconti, come Lama&Trama, oppure il Nero Premio – di cui sono stato giurato – o anche Orme Gialle, le opere arrivano anonime ai valutatori. Quindi chi vince, che sia maschio o femmina, è semplicemente il migliore.

      • libroguerriero ha detto:

        Non credo, Dario, che vinca sempre il migliore e la scontentezza diffusa per i concorsi lo dimostra. Ciò senza nulla togliere a giurati onesti, come sarà certamente il tuo caso. (nei concorsi citati però le opere non arrivavano anonime). forse una parentesi a parte merita il discorso in merito alla scrittura differente: alcune donne hanno una scrittura più “intimistica” che potrebbe non piacere nemmeno alle donne stesse. questo potrebbe essere uno dei fattori da aggiungersi a quelli sopra nominati. non so, la questione è complessa e credo che per venirne a capo si debbano analizzare una serie di cause, tra cui anche quella che hai sollevato tu. non come causa principale, però.

  3. Provo un senso di sconfitta, come autrice pluridecennale, davanti ai numeri e agli argomenti che porta Marilù Oliva in questo suo articolo. Sto scrivendo un racconto steampunk per un’antologia composta in maggioranza da autori uomini, stranieri, e non mi sono dovuta confrontare con nessuna forma di snobismo da parte loro. Sei una collega e ti rispettano a prescindere da ciò che scrivi. Punto. Viceversa in Italia quando dici che ti occupi, tra mille altre cose, di narrativa romantica, capita quasi sempre che chi fa altri generi prenda subito le distanze, come se avesse il timore di infettarsi. Esiste una letteratura di classe, diciamolo, e tutto ciò che a torto o a ragione esula dagli stretti parametri entro cui essa si muove è considerato spazzatura. Per favore, ammettiamo che da noi esistono discriminazioni che fanno rabbrividire, a cominciare dalle firme rosa presenti in un paese dove la cultura ha la puzza al naso ormai da troppo tempo.
    Mariangela Camocardi

    • libroguerriero ha detto:

      “Per favore, ammettiamo che da noi esistono discriminazioni che fanno rabbrividire, a cominciare dalle firme rosa presenti in un paese dove la cultura ha la puzza al naso ormai da troppo tempo”: Mariangela, concordo. E’ una faticaccia incredibile ottenere il riconoscimento di questa ingiustizia: negare allo stremo è l’unico alibi per mantenere indisturbati lo status quo.

  4. No comment. Per la maggior parte dei casi hai ragione.
    Ma il problema italiano e di tanti altri paesi nel mondo è che per ora gli uomini riescono a imporsi su tutti.
    Un libro scritto da una donna spesso viene letto solo da donne. Perchè? Mah…
    Tu dici che la cosa dovrebbe essere un vantaggio perchè la maggior parte dei lettori sono donne. Può darsi, ma gli editori, quelli che comandano chi sono? E quelli che scelgono cosa pubblicare o mandare a un premio letterario? Se sono donne credo che siano sopraffatte dalla loro posizione e ormai si sentano in pantaloni…
    Dovremmo temere di più certe donne?

    • libroguerriero ha detto:

      Vero, Patrizia, questa è un’osservazione che dovremmo approfondire: perché gli editori si muovono in un certo modo? sono spinti da scelte commerciali, probabilmente. (ps. la maggior parte dei direttori editoriali sono uomini – cfr ricerca Molinari Peresson- anche se lo scarto è di poco: quasi 60%, quindi sono loro soprattutto che decidono. e poi, del restante 40% di donne, probabilmente è come ipotizzi tu: una parte potrebbe essere condizionata dalla posizione e dalle abitudini.

      • Elena ha detto:

        E’ senz’altro così, lo si vede in tutti i settori, la maggior parte delle donne che ‘ce la fanno’, che assurgono a ruoli prettamente maschili, è perchè si comportano appunto come uomini e come loro pensano e agiscono. In questo, secondo me, il movimento femminista ha fallito. Ha ottenuto, certo, cose importanti ma non è mai riuscito veramente a far passare un modello ‘femminile’ ed anche per questo, come dice Mariangela, parlare di narrativa romantica è come parlare di un tabù.

  5. libroguerriero ha detto:

    anche se si tratta di una questione leggermente diversa (ma pur sempre affine: il ruolo delle donne nel lavoro e nell’arte), rimando a questa interessante ricerca promossa da Loredana Lipperini: http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2012/06/04/gap/

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