SACHA NASPINI

NOME: Sacha Naspini

ATTIVITÀ: Scrittore

SEGNI PARTICOLARI: Caffè e sambuca

LO TROVATE SU: Facebook, http://www.sachanaspini.eu

Sacha Naspini è il tuo nome vero o è un nome d’arte?

Ciao! Dovessi scegliermi un nome d’arte, mi piacerebbe Bogdan Blaga.

Oggi esce per Elliot Le nostre assenze. Ci dici sul romanzo qualcosa che non hai anticipato a nessuno?

La prima bozza di questo libro ha visto la luce durante l’estate del 2010. Era un periodo bello intenso, mi davo alla scrittura quando potevo. E avevo questo malloppo di cose da raccontare. Per la prima volta in assoluto c’erano i posti miei, quelli che ho vissuto nell’infanzia, nell’adolescenza. E i miei nonni, le loro vite pazzesche. Ciò che nel romanzo riguarda quei personaggi corrisponde a fatti veri, io mi limito ad adattarli sui binari di una vicenda che segue un altro percorso. Ma è stato bello scrivere anche di loro, glielo dovevo. Anzi, è ancora troppo poco. Per il resto potete trovare tutte le anticipazioni qui: http://www.sachanaspini.eu.

Se ti chiedessi un sottotitolo…

Mi metteresti in difficoltà. Mi fanno schifo i sottotitoli – come le prefazioni e tutte queste cose inutili. Be’, uno (scherzoso) potrebbe essere: “Non c’entra niente con il marinare la scuola”. Altrimenti, adattando il titolo di una canzoncina famosa, direi “Quello che le persone non si dicono”.

Al proposito hai dichiarato: “È una storia in cui si parla di segreti indicibili con cui fare i conti quando arriva la notte, rabbia con cui affrontare i giorni, pompati dal sogno sfrenato della vendetta”. Parliamo della rabbia: tu ne provi mai? In che frangenti ti si scatena?

Esistono tante rabbie. E sì, una bella varietà di queste sono all’ordine del giorno. Anzi, mi spingerei a dire che senza quel carburante lì, forse la scrittura ne risentirebbe. La rabbia è una bella cosa. La rabbia sana, quella lucida, pura. Da qualche parte mi pare di aver letto qualcosa tipo “La rabbia gioiosa”. Una roba del genere, che ti fa stare sveglio. Si studia con rabbia, si ama con rabbia. Eccetera. Poi c’è la rabbia della quotidianità, che occupa infinite sezioni. Pensa ai politici che rubano i milioni mentre la gente crepa per pagare una bolletta. Pensa a quelli che guidano con la bazza appoggiata sul volante e t’impallano la corsia. L’elenco sarebbe lunghissimo. Comunque sì, sono uno che s’incazza parecchio. E me ne vanto.

Cosa diresti a chi si aspetta un libro “alla I Cariolanti”?

Che Le nostre assenze è un altro libro, semplicemente. Come sono stati altri libri I sassi, Never alone, L’ingrato… Intonazioni diverse, storie diverse. Credo che se avessi “cavalcato l’onda” di quella voce non sarei stato onesto. Le pagine sono felicemente stronze, parlano anche sotto (anzi, soprattutto), non puoi nasconderti dietro a un dito se tenti di fare il furbo.

Il romanzo comincia negli anni ’80. Se ti chiedessi di sintetizzare in una frase ciò che ti è rimasto di quegli anni…

Il giorno inaspettato in cui mia madre, dopo la scuola, mi faceva trovare la maglia di Mazinga e i pantaloncini corti, ormai si affacciava giugno, allora io mi mettevo quei vestiti e uscivo come un fulmine, in quel caldo, e correvo, correvo e basta, con una felicità imbecille per questa cosa di guardarmi le gambe nude, all’aperto, dopo tanti mesi.

Cosa rispondi a quelli che dicono che in letteratura più o meno sia già stato detto tutto o meglio: che non esiste un’opera pura al 100%, ovvero fatta di situazioni mai descritte, nomi mai pronunciati, battute mai scambiate? Cosa fa la differenza, allora?

Se vai a un corso di scrittura scadente te lo dicono subito, partono così: «Buonasera. Sappiate che tutto è già stato scritto». Uno risponderebbe «Benissimo, allora arrivederci» e finita lì. Poi esci e ti raccontano che solo in Italia vengono stampati più di quaranta titoli al giorno. I cinema sono pieni di storie, le case di produzione e i canali investono in serie TV senza sosta. Ogni volta che sento quella frase mi vengono in mente i film porno. Voglio dire: sappiamo tutti come vanno a finire. Niente colpo di scena. È dall’alba dei tempi che gli umani lo ficcano e se lo fanno ficcare, eppure questo “prodotto” è costantemente al top delle vendite. Senza un minimo di pubblicità. Neanche una terza di copertina su Topolino.

Il fatto è che raccontare e ascoltare storie non passerà mai di moda, è l’operazione principe del linguaggio, della comunicazione. Raccontare e ascoltare storie serve all’evoluzione della specie (ecco, tra le altre cose, ciò che ci contraddistingue dagli altri animali). Tramutare in parola. Dare un nome a. È per questo che quando ascolto quella frase penso subito a una sana cazzata popolare. I libri, le storie, appartengono a un flusso in evoluzione, accompagnano i passi dell’umanità verso il futuro. I libri (intendo i Libri con la L maiuscola) e gli Scrittori sono ponti tra epoche e linguaggi. E se anche gli “ingredienti” di un testo possono essere simili (“ingredienti” è un termine mostruoso, chiedo perdono), quel che fa la novità è la Voce. Ecco la differenza sostanziale. La voce di un regista, di un pittore. La voce di un batterista. La voce e una buona storia da raccontare rendono un’opera pura, come dici tu. Al cento per cento. Secondo me, chi non capisce questo (anzi, forse il termine giusto è “sente”) e vuole scrivere, non potrà mai muoversi dall’artigianato – che non è niente di disprezzabile, devi solo accontentarti di non avere la maiuscola. Perché la voce fa capo al talento, non ci sono cristi. Hai voglia a corsi. Hai voglia a pubblicare libri con i marchi grossi. Imparare a disegnare non significa essere artisti. È quel che ci fai dopo, con il pennello. Qui potremmo poi aprire una lunghissima discussione su quanti scrittori senza voce ci siano in giro, quanti registi, cantanti e fotografi che operano nell’ambito del “ciò che il pubblico si aspetta”. Ma anche questa è una cosa che accade dalla notte dei tempi.

Come accordi questo discorso sull’importanza della voce con quello sull’idiosincrasia verso un genere (il noir, ad esempio) o una tipologia di personaggio (l’ispettore, altro esempio)? Alcuni autori, se genere e personaggio coincidono con quello che richiede la moda del momento, spesso vengono immediatamente declassati, al di là della storia, della voce e delle eventuali innovazioni. Cosa ne pensi?

Come si dice: sarò breve. Secondo me l’importanza della voce non stride con niente, perché la Scrittura – e tutto il creare – sta in gran parte lì. Il bello della faccenda è che uno scrittore di talento si muove, dispone di registri e intonazioni, usa questo bel materiale umano, plasmandolo all’occorrenza. La storia da raccontare può essere considerata come “un’occasione”. Ma sono le due facce della stessa medaglia: il cosa e il come, per capirci. Pensiamo a un personaggio che conosciamo tutti: Picasso. C’è questo ragazzino che impara a disegnare. Si spara una carrellata infinita di nature morte, copie dal vero, vasellame, modelli eccetera. Insomma, acquisisce gli attrezzi del mestiere. È a questo punto che accade qualcosa. Puoi usare questo bagaglio d’esperienze per accontentare le richieste del pubblico (ritratti fedeli, fiorellini, paesaggi) e imbarcare un po’ di soldi, o ascoltare quella cosa che ti urla dentro: la tua voce, che non è mai esistita su questa terra e che nessuno ha mai visto prima (certo, devi averla, non basta la convinzione). Le tele sono delle occasioni. Se intraprendi la seconda strada il rischio è alto, puoi “fallire”, perché la gente non è pronta, vuole avere i quadri dei fiorellini sopra il camino, comprano quelli (pensa a Van Gogh). Per lo scrivere non è diverso: hai una voce? Vuoi vergare roba tua, che non necessariamente sposa le mode del momento? C’era uno che diceva: Quando ti fai la domanda, sai già la risposta. Forse è più dura, e qualche marchetta è da mettere in conto per tirare avanti. Ma l’altra parte della questione è bella e succosa: provare a inserirti nella fabbrica del linguaggio del tuo tempo. Questo può significare anche scrivere cose che toccano i generi, perché no. E vendere molto, mica è un delitto, anzi. Nella musica (che è un mondo vicino alla scrittura, e più immediato) ci sono esempi sfolgoranti: ti butto lì i Pink Floyd, per dire. Pensa a The Wall, che conosciamo tutti. Di certo non è un disco che la gente si aspettava. Poi è uscito e ha fatto epoca. Tramutava in suoni e parole un periodo esatto, con quella voce loro. Di certo avremmo perso molto se si fossero messi a fare le cover e una carrellata di canzoni melense, da hit calcolata. Pensa a Hendrix. E così via. Insomma, parliamo di gente che educa, non si muove sul filo del consenso. La canzone è un’occasione. Nella scrittura le occasioni possono essere anche delle storie di commissari, certo. E in questo caso l’importante non è se ti “declassano”. L’importante secondo me è muoverti sulla tua voce, al solito. Picasso non si è fermato al “Periodo Blu”. Dopo c’è stato quello rosa, poi quello africano, e il cubismo… Insomma, io diffido di chi rimescola sempre la solita zuppa (un esempio palese sono i cantanti pop, quelli che fanno la stessa canzone per trent’anni). Perché il punto è: sei utile al movimento umano? O ti adagi a fare fiorellini per ingraziarti i ragazzini di quindici anni che dopo ti comprano i dischi? Come dice quello di mezzanotte: Fatti una domanda, datti una risposta. Se vuoi la maiuscola, la risposta la sai già.

Per te quanto è importante il parere altrui?

Ascolto tutti, mi piace il confronto. Specie quando ho ragione io.

Due tuoi difetti

Disciplina zero. Tolleranza al minimo.

Due pregi

Faccio il furbo: disciplina zero. Tolleranza al minimo.

L’ultima bugia che hai scoperto

Che forse non sono antipatico e sporco come pensavo.

L’ultima bugia che hai raccontato

Tempo fa ho telefonato a mia madre in piena notte. Le ho detto di avere appena vinto cinquecentomila euro al casinò. Si è sentita male.

Una frase a cui pensi spesso?

Ogni uomo, alla lunga, è le proprie circostanze.

Una cosa che davvero non sopporti?

La D eufonica usata a cazzo di cane. Ah, e le poesie con gli uccellini. Ah, e le persone lagnose. Ah, e la domenica pomeriggio. Ah… Va bene, mi blocco.

Una cosa a cui non puoi rinunciare?

Tre film al giorno, come minimo.

Una cosa che speri vivamente?

Che il mio editore non legga quest’intervista, perché sono sboccato e a lei non piace.

Hai mai tradito?

Certo, ferocemente.

E hai mai chiesto scusa per aver tradito?

Con i polmoni sul tavolo. Un tempo ero così esagerato.

Raccontaci una piccola gioia della quotidianità

Mangiare la frutta di stagione.

Il giorno in cui hai capito di essere cresciuto.

Tra gli altri, quello in cui mi sono reso conto che esprimere a tutti i costi il mio punto di vista profondo sulle cose non è vitale per nessuno. Quel giorno ho forse cominciato a scrivere meglio.

Un autore che di recente hai scoperto di amare alla follia?

Te ne dico due: Donald Ray Pollock e Tibor Fischer (è di quest’ultimo l’epigrafe de Le nostre assenze).

E parlando di autrici?

Ultimamente ho letto dei racconti di Amy Hempel che sono qualcosa di clamoroso.

Prima di salutarci: progetti futuri?

Dopo Le nostre assenze ci sono tre romanzi da rileggere e far uscire. Più una trilogia young adult, il primo libro della saga sarà fuori a settembre prossimo, sempre per Elliot. Scrivere per i ragazzi è stupendo, voglio continuare a farlo. È un po’ come “riprendere fiato” restando nei paraggi. Inoltre ci sono scritti già chiusi, uno di questi è Il canile, racconto (sfiora il romanzo breve) che uscirà in antologia per Guanda all’inizio del 2013. Un altro progetto bello è quello che Alessandro Greco mi ha proposto per Aìsara, potete vederlo qui: http://sachanaspini.wordpress.com/2012/03/20/le-prince-noir/. Poi c’è in corso un bell’esperimento che mi ha proposto Antonio Paolacci, per Perdisa Pop (Paolacci, se stai leggendo quest’intervista non mi maledire, arrivo con tutto). Ah, dovete prendere il Watt 0,5: a parte un racconto mio (si intitola Solo), si tratta di un’Opera con la O così. Guardate il sito: http://www.wattmagazine.it. Eccetera. Senza considerare il romanzo che sto scrivendo adesso. E il soggetto per una serie TV che sviluppo a poco a poco, nei ritagli di tempo.

Sei nato a Grosseto. Ci saluti in grossetano?

Se non ci si rivede, speriamo dipenda da te.

E adesso salutaci con una tua assenza

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2 risposte a SACHA NASPINI

  1. alessandrogreco ha detto:

    Splendida intervista. Grazie per aver pubblicizzato il progetto.
    Immenso Sacha.

  2. Pingback: LE NOSTRE ASSENZE – Due interviste « SACHA NASPINI

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