DIETROLOGIA di FABRI FIBRA

Il titolo è esplicativo sulla tenuta del libro e lo è anche la copertina: un Fabri Fibra dalla cintura in su, la pelle un manto tatuato, in bocca una simil-canna da cinquecento euro arrotolati in fase di accensione, lui è tutto proteso nella contemplazione dell’atto e spicca su uno sfondo grigio scuro. Anche questo è linguaggio: pensiero, arte e fumo, ecco in tre parole il messaggio dell’immagine e subito scatta la curiosità.

Ho letto questo libro perché – da neofita – sono molto attenta al panorama del rap italiano (considero il rap una forma letteraria alla stregua della poesia e lo inserisco nel programma scolastico ogni volta che è possibile: ai ragazzi piace, li invoglia a giocare con l’italiano, a riflettere, a confrontarsi, e – least but not last – ad abituarsi alla critica senza rinchiudersi a riccio in sterili permalosità)

Edito da Rizzoli, con un sottotitolo invitante – I soldi non finiscono mai – e con una prefazione di Marco Travaglio, il libro è, come ha dichiarato l’autore: «Un’affermazione politica a trecentosessanta gradi, ma nell’accezione più onesta della parola politica».

Di dietrologia l’artista ne fa, l’intento è lodevole: si rivolge ai giovani incurante delle accuse di populismo che prevede arriveranno, anzi, procede per la sua strada compiaciuto e sicuro del fatto suo, domandandosi «come mai queste cose che chiamano popolari non si sentano più spesso in giro e comunque fra i ragazzi non sono né argomenti né meccanismi noti». I temi affrontati sono molteplici, dal senso profondo del rap, alla ribellione come forma di risposta all’ottusità, all’immobilità di un paese dove la gente non è competente né disposta a faticare, ma insegue il sogno del successo immediato e del guadagno facile. Il rapper affronta anche l’argomento delicato della mancata integrazione in Italia e lo fa alla sua maniera, senza giri di parole:

«In Italia non ci sono stranieri.[…] Ma tu la chiami integrazione quella che vedi da noi? Ma sei mai andato all’estero a vedere la bellezza di una società aperta, multietnica, sviluppata, al passo coi tempi, ma volete davvero fare questo discorso? Se non ci sono stranieri in un Paese non c’è crescita, non ci sono scambi di idee e di culture. Ma non lo vedete che in Italia nessuno ha più un’idea da vent’anni? […]  In Italia nessuno si ribellerà mai. La storia insegna, l’italiano non si ribella, l’italiano si adatta, osserva cosa succede e in base alla merda che arriva capisce come pulirsi o come coprirsi».

Il libro si presenta come un discorso alle folle o meglio: come un’unica, lunga, efficace canzone – ma questo è insito nella cifra comunicativa del cantante –, l’intento è dichiarato e Fibra snocciola parecchie questioni interessanti, delle volte scuotendo volutamente, delle volte con ironia, delle volte incazzato duro. Oltre a una descrizione dettagliata dello scenario rap locale (come funziona, come si parte, come si diffonde e come risponde il pubblico) e del mercato della musica, la miscellanea di pensiero tocca questioni attualissime ed è un bene che siano presentate ai giovani. Con uno stile fluido, gergale, a impatto – ma questo è insito nella cifra comunicativa del cantante –, Fibra dipinge in poche righe anche la situazione stagnante lavorativa di oggi: «In Italia siamo schiacciati dalle manie conservatrici di quattro vecchi del cazzo che decidono anche quando dobbiamo o non dobbiamo guadagnare».

E poi ci sono le uscite geniali, come il paragrafo dedicato alla televisione del passato, quando Fonzie era un po’ maestro di vita perché piaceva alle ragazze, era un duro ma era un tipo con le palle, serio, «si faceva un gran culo», alla faccia dei bambocci propinati in TV oggi, quelli di Uomini e Donne per fare un esempio, tronisti con un trono d’argilla e senza virilità, griffati e truccati come delle maschere: «Se un ragazzino di oggi viene in studio a registrare una canzone, si presenta tutto firmato e conciato come un tronista, quindi probabilmente senza saper fare un cazzo, e appena mi vede domanda: “ma tu come fai ad avere successo?”. Io rispondo: “coglione, io guardavo Happy Days”».

Concludo con una citazione dedicata alle donne, pagine di grande delicatezza nonostante le sferzate. Come riconosce l’artista, le donne sono sottopagate rispetto ai colleghi maschietti, le donne sono spesso vittime di violenza. Ci sono quelle che cercano la loro indipendenza, ci sono quelle che piegano la testa alla sottomissione. Molte – sufficientemente infarinate dai media (e perfino da alcuni politici) – ambiscono a far le mantenute. Il cantante non si risparmia su chi cerca le strade più facili e la spiegazione arriva subito dopo la condanna: «…per essere indipendente devi saper fare qualcosa. Devi sviluppare il tuo talento e metterlo in pratica. Se non sei interessata a nulla, allora farai la mangia-uomini».

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Una risposta a DIETROLOGIA di FABRI FIBRA

  1. lupus.sine.fabula ha detto:

    La ‘filosofia’di Fabri Fibra è molto grezza, ma può rappresentare una certa cultura/sottocultura esistente e ben diffusa tra i ragazzi. Io, ad esempio, per spiegare le figure retoriche uso un più tranquilli (ma avanguardistico) Tiziano Ferro… bella idea quella di usare il rap.
    Ottime anche le tue altre osservazioni, mi scuso se ho commentato solo questo aspetto del tuo articolo… collega!

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