L’ASPRA STAGIONE

E’ appena uscito per Einaudi L’aspra stagione, scritto a quattro mani dallo scrittore e critico letterario Tommaso De Lorenzis e dal giornalista Mauro Favale.
Il romanzo è incentrato sulla figura del giovanissimo cronista Carlo Rivolta, che visse la stagione tra gli anni ’70 e gli ’80 e «riportò la vita e la morte di un movimento, intuí gli anni a venire, contribuí a far nascere un grande giornale, morí di eroina».

Carlo Rivolta e l’Urbe degli anni ’70.

Una città che è specchio e caleidoscopio dell’intero paese: piegato dalle sue lotte intestine, corrosa, anticipo a colori di quello sbaraglio sbiadito che sarà il futuro, tuttavia ancora capace di grandi respiri. Uno di questi è il giornalismo, inteso come passione, dedizione, arte e anelito di verità. Proprio del giornalismo qui si tracciano – paralleli ma fondanti rispetto alla narrazione – albori e ideologie d’origine. I motivi genuini, gli slanci, le sconfitte. L’aria che si respirava in redazione:

Il Rotor era un enorme tavolo, composto da quattro scrivanie, al centro della redazione che, al secondo piano, comprendeva cronaca e politica. Un solo telefono, una sola macchina per scrivere. Qualche sedia, A terra, moquette. Gialla. A calpestarla c’erano le grandi firme: Bocca, Viola, Rocca, Pirani, De Luca. E un gruppetto di giovani alle prime armi.

Come ha chiarito già Wu Ming 4 in GIAP , questa è una «storia di intelligenza, di acume, e di rovina.
Di quelle che fanno venire il fiato grosso. Alla fine della quale, sarò sincero, non si può dire di conoscere davvero il protagonista (chi può dire di conoscere l’eroe?), ma un po’ di più se stessi».

L’ossimoro è toccante: non si conosce davvero il protagonista, ma non lo si potrebbe conoscere più di così. L’essenzialità è salvata. La profondità, anche. La percezione del presente, della politica, dell’amore. Poi arrivano i suoi forse. L’inutilità, il non senso.

E l’eroina, la cui spiegazione convoglia i suoi diversi motivi nella molteplice anafora:

Perché?

Perché qualcosa s’è rotto.

Perché ci siamo guastati. Perché ci siamo bruciati.

Perché siamo friabili.

Perché le alternative si scartano. Perché il mazzo sta per finire.

Perché Moro non scrive più.

Perché l’amore ha deragliato.

Perché le piazze sono vuote. Perché le piazze sono mute. Perché le cose non vanno. Perché le cose vanno come vanno.

Perché ancora vuoi provare piacere. Perché non vuoi più provare dolore.

Perché vuoi ancora vedere i colori.

E perché la roba è buona.

Questo romanzo si legge col cuore in gola e con la mente attenta: ogni frase è meditata, ogni parola scansa la casualità e si sedimenta nel lettore lasciandolo incantato e sgomento, in balìa di una scrittura segmentata ma potentissima. Il grande merito dei due autori, oltre alla stesura di un’opera estremamente interessante, frutto di anni di accurata documentazione (si rivelano diverse fonti, da quelle testimoniali a quelle giornalistiche e mediatiche, ma anche in generale storiche), è di averci restituito intatto quello che io chiamo “il senso di un’epoca”, la fine degli anni ’70 senza altre macchie eccetto quelle che già quei giorni si portavano appresso.

 

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