FABRIZIO LORUSSO

Fabrizio Lorusso è nato a Milano 34 anni fa e vive da quasi 10 anni a Città del Messico dove si dedica a diverse attività ludiche e culturali tra cui un dottorato in Studi sull’America Latina, l’insegnamento dell’italiano, la traduzione di testi e l’interpretariato, i viaggi di ricerca e d’esplorazione oltre a collaborare con alcuni media e web-zine come Carmilla On Line, Carta, Latino America, Peacereporter, Globalproject, Rebelion, Kaos en la Red, Revista Isla Negra, Radio Popolare e L’Unità.
I suoi temi d’interesse sono il culto alla Santissima Muerte, la poesia in tutte le salse, la politica, la storia e l’economia dei paesi latino americani, i movimenti e i fenomeni sociali (specialmente) in Messico, il (sotto o sovra)sviluppo economico. E’ anche co-autore del libro di racconto Sorci Verdi. Storie di ordinario leghismo di Ed. Alegre, Roma.

Cura un blog personale chiamato L’AmericaLatina.Net che è fonte d’ispirazione e consigli, ma anche inquietudini, per numerosi italiani in partenza per la gran urbe, Mexico City, (anche fosse solo col pensiero) o per gli altri territori centro e sudamericani.

Ha presentato il prestigioso premio internazionale di poesia Nosside edizione 2008, (premio spesso assegnato a un poeta del paese in cui l’organizzatore ama di più viaggiare in quel momento) e ha pubblicato in Messico nel 2009 la sua prima raccolta di poesie in spagnolo chiamata Memorias del Mañana (Memorie del domani) con la Editorial Quinto Sol.

Dal 2008 una mostra di fotografie di Edoardo Mora e poesie di Fabrizio chiamata “Altri occhi e parole per Roma e Venezia” sta circolando per il Messico in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura. Perde pezzi e didascalie ad ogni viaggio ma tutte le poesie si trovano sul suo blog!

 

Con un prologo di Valerio Evangelisti, “Los latidos del mar y del corazón…”, e una conclusione dell’autore, i cinquantasette componimenti di “Memorias del mañana“, nascono molto prima del 2009 (anno di pubblicazione per la casa editrice messicana Ediciones Quinto Sol). La loro origine, anche solo a livello embrionale, è  da far risalire a una lettera che Lorusso scrisse al liceo (“Lettera al futuro” ) e alla risposta che lui stesso si diede (“Risposta al passato”). Un dialogo immaginario tra quello che è stato e quello che è ora, tra vite parallele ma mutate nel tempo. Ci sono diversi elementi che rendono prezioso questo gioiello letterario di 76 pagine. In primis la peculiarità della lingua, ovvero l’utilizzo dell’idioma spagnolo come lingua eletta (cfr bio di cui sopra). Al lettore finale questa lingua – per via della sua dolcezza, della sua musicalità, della chiusura evanescente di alcune parole – si presenta come mezzo idoneo di comunicazione di una materia anche astratta, ma non solo. Il tempo è il grande leitmotiv che scorre attraverso le poesie, ma ciascuna racchiude un senso più intimo legato alla politica, alla comunicazione, al dubbio e, perché no? anche all’amore.
Momenti intensamente lirici sono alternati a toni ironici (meravigliosa la pagina di letteratura comparata e la rivisitazione dell’ungarettiano “M’illumino d’immenso” in “M’affumico d’incenso), immagini potenti (la Solitudine personificata, nuda e disperata, sempre avvinghiata a qualcuno e la sua ombra sorride da lontano), colori in blanco e nigro che si alternano alle luci (luz è parola ricorrente) in un rimando di ombre e di chiaroscuri che il poeta proietta oltre i versi.
Le sovrapposizioni di epoche vengono evocate attraverso l’utilizzo di una terminologia ricca di rimandi temporali: questa la funzione degli aggettivi e dei sostantivi riferiti alle suddivisioni del giorno (nocturno, crepuscolares, vespertina, medianoche, alba mexicana, etc) e questa la funzione di verbi di percezione (e non percezione, primo tra tutti i verbi per eccellenza incatenati al tempo e al suo fluire irreparabile che implica una cancellazione: dimenticare, perder, olvidar). Significativa l’opzione di un lessico legato alla dimensione in cui il tempo si può concentrare o si sottrae al conteggio: dormir, oscuridad, adormecido, las oníricas incociencias.

Un bellissimo libro, “Memorias del mañana“: qui ogni pagina è un momento prezioso, piacevole, libero. Leggendolo vi verrà voglia di rileggerlo, sottolinearlo, copiare qualche verso, vi verranno in mente delle domande. E qualche risposta l’autore ce la svela in “Dudas temporales”, con cui chiudiamo questa recensione:

Siempre jugamos a perder el momento justo
y el pasado está echo de momentos injustos
caídos como perlitas entre dedos distraídos
mientras que el presente de ahora es ficcion
que se admira en una vida frente al espejo
y nos hace creer que el futuro también existe
aunque el vago tiempo humilde no sabe
de relojes.

Intervista a Fabrizio Lorusso

La tua silloge si intitola “Memorias del mañana” (Memorie del domani). Partiamo da qui…
L’idea, al limite dell’assurdo, di poter ricordare il domani, cioè avere una memoria di quello che verrà, mi suggeriva visioni e aspettative, mi faceva pensare al potenziale dispiegamento delle possibilità della vita che la poesia cerca d’afferrare in pochi attimi di scrittura e sensazione, ascolto e riflessione. A volte sento di aver descritto in poesia una serie di deja vu grazie a un gioco temporale in cui lentamente si rinuncia alla linearità del tempo per abbracciarne, invece, la circolarità.
La speranza e la visione di cosa vogliamo e possiamo diventare guidano la penna, il cuore e la mente   mentre inviano ricordi, consigli e messaggi poetici all’Io di domani, alla persona che saremo. Emozioni e persone che ritornano, situazioni che si ripropongono come certi sogni ricorrenti oppure luoghi inesplorati che ci sono familiari. Siccome si tratta della mia prima raccolta, tante annate diverse e distanti dialogano tra loro e si perdono in vari mondi, cominciando dai miei due preferiti: l’Italia, quello d’origine, e il Messico, d’adozione. Quindi molte di queste poesie, maturate e rimaneggiate nel tempo, tendono a rispondersi l’una con l’altra, provano a ricordarci che il futuro esiste come concetto ma che in fondo è una sequenza di mille presenti, fuggevoli come un sogno all’alba, che dobbiamo cogliere come memorie preziose per il presente che verrà. A volte le vedo anche come il responso dell’oracolo o della sfera di cristallo alle infinite domande e al mare di aspettative che ci rendono umani e insicuri. Rileggo alcuni testi e penso che siano ammonimenti più che esperienze già consumate. O forse sono entrambe le cose.

Il tuo rapporto con la poesia
E’ sempre stato un buon rapporto d’amicizia, di comprensione reciproca e anche un po’ d’amore. Mi ha sempre accompagnato ovunque, non credo mi abbia tradito mai (o almeno io non lo so!) e ci rispettiamo molto. Insomma, un’unione passionale ma anche dell’anima. Amo la poesia quando è spontanea, risoluta, non sottomessa agli schemi, alla moda, all’accademia o alla complessità. Preferisco quando la poesia riesce ad essere aperta, espansiva, unica e sa parlare con tutti, non solo con i “letterati”, gli esperti di chissà che. Deve essere un po’ ambigua ma sapere come definirsi quando serve, poi fermarsi con chi ne apprezza le doti più degli altri, con chi – e lei lo sa – potrà innamorarsi di lei. Quindi adoro scriverla ma anche leggerla e immaginare destini tra le sue righe.

La scelta della lingua spagnola
Il discorso dei due mondi vale anche per la scelta linguistica. Molte poesie nascono in italiano poi vengono tradotte allo spagnolo, magari alcuni anni dopo e, infine, ritornano in italiano o si fermano in spagnolo, dipende. E’ un circolo imprevedibile. Dopo alcuni di studio in Messico ho preso a comporre direttamente in spagnolo perché la realtà chiedeva di esprimersi nella lingua in cui veniva vissuta ed esplorata. Quindi si libera lo spagnolo, la variante messicana, forse con influenze e paroline colombiane e argentine, ma sono poche. Piccole eredità di luoghi e persone. Invece, per lo spagnolo messicano si tratta di integrarsi nella cultura locale e indossarne gli abiti anche nella scrittura.

C’è un leit-motiv che unisce i componimenti?
Forse non uno solo. Sono molto vari. Il titolo aiuta a creare un vago filo conduttore, ma in effetti i tempi e i luoghi sono i più disparati. Esistono nel libro un’anima messicana e una italiana, una adolescente e una più “matura”, una politica e una sentimentale, una sarcastica e una riflessiva, un componente metropolitano e di quartiere popolare misto a immagini della natura, legate, per esempio, alle mie Alpi e agli oceani che lambiscono le coste latino americane, e così via. Però il tono frammentato, la mancanza di bussole funzionanti, la nostalgia latente, l’infinito perso dietro l’angolo, la voglia di raccontare storie e chiedere spiegazioni costituiscono elementi ricorrenti che danno un senso alla raccolta. Nella presentazione del libro in copertina si parla di un “romantico postmoderno” felicemente disorientato nell’immensa Città del Messico.

Come li hai suddivisi e perché?
Adoro il caso ma non il caos. Quindi non c’è un criterio preciso anche se ho cercato, nei limiti del possibile, di alternare le tematiche, le epoche di riferimento, gli stili e le dimensioni dei componimenti in modo da creare un cammino armonico con un inizio coinvolgente, forse più passionale e amoroso, e un finale più riflessivo e politico.

La poesia più malinconica (e un suo sottotitolo)
Poèticas mentiras (Poetiche menzogne), sottotitolo: Vera guerra e bugiarda pace

La poesia più rosa (e un suo sottotitolo)
Nuestra larga historia (La nostra lunga storia), sottotitolo: Paure al macero, ora solo noi.   

La poesia più blu (e un suo sottotitolo)
Solo per il titolo sarei tentato da una che si chiama Preso blue (prigioniero blu). Invece opto per Pàrpados susurran (Palpebre sussurrano), sottotitolo: Dove nasce il mare?

Quali sono i requisiti che pretendi dalla tua scrittura?
Il lavoro di traduzione e i vari passaggi tra l’italiano e lo spagnolo mi hanno permesso di rivedere in più fasi i testi e di poterli riascoltare a distanza di tempo per capire dove non funzionavano. Il suono, il ritmo e il senso dovrebbero armonizzarsi e agire insieme come melodie e parole di una canzone. Non sempre ci si riesce. Dopo le prime letture a voce alta realizzate da altri si hanno rivelazioni importanti sulla forma e sul contenuto. Un altro aspetto che ritengo importante è il registro che non deve risultare artificiale e altezzoso, preferisco ricercare alcuni sinonimi particolari “ad effetto” ma anche usare in vari contesti le parole che la gente utilizza (e comprende) nella vita quotidiana della strada e nella realtà specificamente messicana. Penso che la poesia debba essere socievole e amichevole, come dicevo pocanzi, e di conseguenza non ha senso rifugiarsi eccessivamente nella ricercatezza pedante, dentro torri d’avorio che, personalmente, non sarei forse più in grado di apprezzare e costruire! Trovare la parola giusta può costare ore, giorni e notti ma spesso è lì, facile facile sotto il naso che ci solletica. Dunque la speranza è che, quando possibile, si riescano a comunicare immagini, profondità, stupore e contenuti “complessi” con le armi della semplicità e dell’immediatezza. Un universo può stare in una frase, un granello di sabbia che portiamo sempre con noi, leggero sul palmo di una mano.

Quali sono i maestri di stile?
Io direi, soprattutto Mario Benedetti, l’uruguaiano, l’italiano Dino Campana, Jaime Sabines, Alì Chumancero e Josè Emilio Pacheco, tra i messicani.

Ci regali qualche verso (o 1 poesia intera)?
Claro! Eccone alcune:

CIEGO
…leeré con los dedos
tu rostro adormecido
entre dos almohadas
que son nubes de la memoria
y aprenderé del ciego que ama rozando
la intensidad de un fragmento de tu voz…

CIECO
…leggerò con le dita
il tuo viso addormentato
tra due cuscini
che son nuvole della memoria
e imparerò dal cieco che ama sfiorando
l’intensità di un frammento della tua voce…
———

PÁRPADOS SUSURRAN
Respira el mar a mi lado
única vía
las olas se retraen
los ojos se reabren
las horas se repiten
párpados susurran.

PALPEBRE SUSSURRANO
Respira il mare al mio fianco
unica via
le onde si ritraggono
gli occhi si riaprono
le ore si ripetono
palpebre sussurrano.

Qui il resto.

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