EVA CLESIS

NOME: EVA CLESIS, MA È UNO PSEUDONIMO
ATTIVITA’: SCRITTRICE, GRAFICO, STUDENTESSA E PRECARIA, IL TUTTO PER NECESSITÀ
SEGNI PARTICOLARI: NONSENSE
LA TROVATE SU: WWW.FACEBOOK.COM/EVACLESIS,
SU TWITTER COME EVACLESIS
SU WWW.MYSPACE.COM/EVACLESIS.

Raccontaci le tue origini e la tua città
Sono nata trent’anni fa a Bari, in Puglia, da una famiglia di origini toscane da parte di padre, il che ha fatto sì che in ogni anno scolastico della mia vita gli insegnanti leggessero il mio cognome sul registro e dicessero “ma tu non sei di qui!”.
Ho vissuto per molto tempo in provincia di Bari, poi a Roma, poi all’estero, poi a Bari e infine di nuovo a Roma. Un domani chissà, mi piacerebbe cambiare e vivere altrove. Sono molto legata alla mia regione, alla mia casa natale, alle mie tradizioni, ma non penso che il posto in cui sono nata mi rappresenti come una fotografia e non amo sentire quei discorsi in cui l’esaltazione della terra si sposa al campanilismo. Credo che quanto più riuscirò a vedere il mondo, tanto più mi sentirò davvero a casa.

Hai pubblicato “E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco”  (edizioni Newton Compton), una storia corale dove il singolo trova il suo spazio espressivo. Come l’hai portata avanti, tecnicamente parlando?
All’inizio ho diviso la storia per filoni e mi sono concentrata su quelli in modo separato, per poi unirli in un momento successivo. L’intreccio del romanzo è a piramide rovesciata: i protagonisti hanno più scene narrative degli altri personaggi, ma c’è una connessione tra tutti. Poi, quando ho iniziato a prendere confidenza con la storia, ho continuato in modo unitario, lavorando su un corpo unico.

Cosa rispondi quando ti chiedono che lavoro fai?
Con grossa meraviglia mia, da quest’anno ho iniziato a guadagnare scrivendo, per cui potrei anche dire “scrittrice”, ma di rado rispondo così. In questo lo pseudonimo aiuta e la mia timidezza fa il resto. Il più delle volte, avendo fatto tanti lavori per mantenermi, mi presento con il mio nome di battesimo, che tra parentesi adoro, e dico il lavoro che svolgo in quel momento, anche se non è mai l’unica cosa che faccio. Ora ad esempio sono segretaria e redattrice per un portale.

Nel 2005 è uscito il tuo primo romanzo, “A cena con Lolita”, (Pendragon). Cosa è cambiato da allora ad oggi? In cosa ti senti cambiata professionalmente?
Dopo il primo romanzo ho iniziato a scrivere con regolarità, a lavorarci sodo anche quando non mi andava, perché mi sembrava che scrivere fosse l’unico modo per sentirmi autentica, per diventare quel che ero in potenza a costo di tutti i sacrifici che questa scelta avrebbe comportato e comporta tuttora. Pubblicare un libro con un titolo così criticato in realtà è stato come farsi la croce da sola, ma mi ha insegnato alcuni fondamentali sulla scrittura e altri sulla vita e le persone. Uno è che sono tutti pronti a sparlare e giudicarti (anche inventandosi cose di sana pianta, come quando a Bari dicevano che i miei mi avessero cacciato di casa dopo aver letto “A cena con Lolita”), per cui tanto vale provare a riderci su. Due è che qui ci prendiamo maledettamente sul serio specie nel campo dell’arte e della cultura, escludendo anziché aprendoci a quanto è diverso dal nostro punto di vista e dai vecchi retaggi, il che a mio avviso è una rovina. Tre, che se qualcosa andrà male lo farà, ma questo lo diceva già Murphy e nel mio caso aveva ragione. Quattro, che inviare manoscritti senza avere nessun punto di riferimento concreto in una casa editrice, scrivendo l’indirizzo sulla busta e stop, equivale a non spedire niente rimettendoci però i soldi.

Il tuo secondo romanzo, “Guardrail” (casa editrice Las Vegas, 2008) ha una protagonista chiamata Alice che sottende riferimenti –in negazione o in parallelo – ad Alice nel paese delle meraviglie. Come potrebbe essere, secondo te, un paese, per diventare davvero delle meraviglie?
Il nostro Paese reale cade a pezzi, mi sembra pieno di incongruenze e di inefficienze a cui con orrore ci stiamo abituando pur di andare avanti. Al posto di nuovi valori stiamo perdendo i vecchi, ma intanto inventiamo poco. Il mio Paese delle meraviglie dovrebbe essere civile, giusto, coraggioso, forte della regola aurea, ma soprattutto non stereotipato e interdipendente. Un posto in cui la gente pensa con la propria testa eppure coopera, riuscendo a non vivere solo di condizionamenti sociali e massmediatici ma a vivere in modo creativo senza essere irrispettosa. Un Paese a misura d’uomo e d’ambiente. Qualcosa a metà tra l’Italia e il Nord Europa, ecco, sarebbe già meraviglioso.

Per Newton Compton è uscito “101 motivi per cui le donne ragionano con il cervello e gli uomini con il pisello”. Come lo definiresti? Un manuale per…
Un manuale per ridere dei luoghi comuni sugli uomini e le donne. Quando mi è stato proposto dalla casa editrice ho accettato subito quella che per me era quasi una provocazione, visto l’argomento e la facilità di scivolare nell’ovvio. Allora ho cercato di realizzare un libro che non fosse banale, ma che fosse una lettura godibile e piena di spunti di riflessione oltre che condivisione di esperienze culturali. Per questo, anziché aggirare i luoghi comuni e le frasi fatte su uomini e donne, ci sono andata a sbattere in pieno, cercando di prendere spunti vari (come il testo della canzone Teorema di Ferradino o le trame di molti film, dato che amo il cinema) per sdrammatizzare i vari “si dice”. Poi è ovvio che sia le donne che gli uomini ragionino con il cervello, ma nel caso del libro, il ragionare con il cervello delle donne vuole indicare la caratteristica che avrebbero di essere cervellotiche e troppo riflessive, schiacciate da regole sociali pensate al maschile. Secondo me aveva ragione Zadie Smith quando in un’intervista diceva che l’Italia è un Paese molto maschilista.

Com’è la situazione editoriale in Italia?
Rispecchia l’Italia? Io non condanno il fatto che le case editrici non siano delle opere pie ma facciano a monte dei ragionamenti di convenienza economica sui libri da pubblicare. Tutto però è una questione di misura. L’editoria è in crisi, d’accordo, ma il problema secondo me è che manca una letteratura italiana indipendente e competitiva e che anche nei libri come nel cinema, l’eredità neorealista è ancora pesante. Insomma, gli editori per avere certezze di guadagno seguono le tendenze e a meno che l’autore non sia strombazzato o già noto, lo ignorano. Si muovono come padroni di un’azienda qualsiasi, anziché essere promotori e scopritori di nuove voci culturali. Manca il talent scouting e l’editoria diventa così una forza trainata (dai critici, dal web, dal cinema, dalla tv) anziché un traino.

E l’ambiente letterario-culturale?
Nell’ambiente letterario devi imparare a sgomitare un po’ per farti notare, cosa in cui io sono un totale disastro. L’autore non è più una figura che si muove in un ambiente ma che si promuove, deve adeguarsi e sapersi costruire una rete di appoggi e consensi per andare avanti, e spesso ricalca le solite tendenze perché sa che così può pubblicare più facilmente.

Un commento che han fatto al tuo lavoro, che ricordi con piacere.
In genere alcuni mi dicono che ho una scrittura curata, dietro la quale si nota una dedizione particolare. È vero che dedico tutto il tempo che posso alla scrittura, e che la scrittura segue sempre una o più immagini mentali che mi sforzo di mettere sulla carta con più precisione possibile rispetto all’ideale.

3 libri che ti porteresti sulla Luna
Tre libri per me sono pochi e non riesco a trovar mici riflessa. Tuttavia, visto che è appena uscito il film, cito con piacere la “Versione di Barney” di Mordecai Richler, un libro che mi è rimasto molto impresso e che contiene una delle battute più belle della storia della letteratura. Poi, “Una banda di idioti” di O’Toole e un classico come il “Don Chisciotte” di Cervantes. Così però escludo tutti i noir e i romanzi hard-boiled, forse il mio genere preferito se parliamo di generi. Ma tu me ne hai chiesti tre!

3 libri che non ti porteresti mai sulla Luna
Di solito leggo cose molto diverse tra loro, ma ho i miei gusti personalissimi. Diciamo che non porterei mai con me i libri di Paulo Coelho, un autore che proprio non sopporto, i noir di Jean-Claude Izzo o un libro alla Dan Brown.

L’ultima volta che ti sei arrabbiata
Di solito mi incazzo e mi scazzo con le persone per cui provo affetto, perciò sarà successo con il mio compagno qualche giorno fa. Considero la rabbia una faccenda molto personale, e faccio fatica ad arrabbiarmi con le persone che non amo o non stimo. Non sono capace né di arrabbiarmi né di mostrare rabbia, è un mio limite. Piuttosto sono una che si fa prendere dai cinque minuti per questioni di instabilità umorale… poi però mi calmo.

L’ultima volta che hai tentato inutilmente
Io tento sempre qualcosa, tento di continuo, potrei dire oggi, ieri o l’altro ieri e non mentirei. Fare tentativi è una costante della mia vita, avere rifiuti o insuccessi fa parte di essa.

L’ultima volta che hai tentato con successo
La scorsa settimana ho consegnato un racconto su un tema che non avevo mai svolto per una grande rassegna, e sembra che sia andata bene.

L’ultima volta che hai pensato: Fantastico!
In vita mia sono stata abituata ad avere più brutte sorprese che belle e non mi entusiasmo con facilità. Sono un saliscendi continuo di emozioni, cerco di controllarmi tra picchi e cadute. Dieci giorni fa ho firmato un contratto di edizione, e ho pensato con contentezza “Be’, anche questa è fatta”. Va bene al posto di “Fantastico”?

L’ultimo bacio
Con questa domanda mi fai pensare a un bellissimo romanzo di James Crumley che si intitola “L’ultimo vero bacio”. E io sono una baciatrice seriale, quindi mi è capitato un secondo fa.

Due pregi e due difetti
Aspetta che chiedo in giro. Fatto. Sono una persona generosa e piena di premure, dicono. Per i difetti non c’è bisogno di chiedere, ne ho troppi: se proprio dovessi scegliere, i più limitanti sono la mia inquietudine che non mi rende mai serena, e un animo passionale e battagliero con tendenza a fare catastrofi.

Progetti?
Ho appena finito un romanzo a cui tengo molto ma che non so quando pubblicherò, mentre il mio prossimo romanzo in pubblicazione uscirà con la Newton Compton agli inizi del prossimo anno.

Salutaci  parafrasando
È una storia con tanti personaggi, ambientata a Bari a dicembre, dove accadono tante cose in sole 24 ore. E detto questo vi saluto e mando un bacio virtuale all’intervistatrice.

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