MAURIZIO DE GIOVANNI

ATTIVITÀ: GIALLISTA
SEGNI PARTICOLARI:
È STATO UN ESORDIENTE ANZIANO
LO TROVATE SU:
http://www.fandango.it
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Con “Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi” è avvenuto il passaggio da Fandango, casa editrice cui sei tuttora legato affettivamente, a Einaudi. Cosa implica, questo cambiamento, nella vita pratica di uno scrittore?
Assolutamente nulla. Per mia fortuna, è dal terzo Ricciardi che i romanzi, grazie anche all’enorme aiuto di chi ho vicino, vengono pubblicati sostanzialmente per come escono da casa mia. Una variazione importante è nella promozione e nella stampa, clamorosamente maggiore per la dimensione dell’editore. Ma a Fandango ho lasciato un pezzo di cuore, è inutile negarlo.

Se ti chiedessi un sottotitolo al libro?
La traduzione della tradizione. Ho scoperto un mare di cose interessantissime e ho cercato di raccontarle, anche perché sono state un po’ dimenticate. Un altro modo di passeggiare per la mia città, in uno dei periodi più stimolanti dell’anno.

Cosa rispondi quando ti chiedono che lavoro fai?
Sono convinto che il lavoro sia il modo in cui ci si guadagna da vivere, né più né meno. Quindi, lo scrittore è uno che vive dei proventi della propria scrittura, come il medico della propria attività di medico, l’idraulico del proprio mestiere e così via. Diciamo che io sono un funzionario di banca con un hobby che invece di essere costoso è piuttosto remunerativo.

“Il senso del dolore” si è susseguito, in questi anni, con una scansione nel titolo che rimanda al succedersi del tempo. (“L’inverno del commissario Ricciardi”, 2007, “La primavera del commissario Ricciardi”, 2008, “L’estate del commissario Ricciardi” e “L’autunno del commissario Ricciardi” 2010, tutti editi da Fandango). Cos’è il tempo per te?
Il tempo è un pentagramma che scandisce la vita. Nulla prescinde dal tempo, inteso come atmosfera, clima, sole e notte. Cerco di mettere nella scrittura la vita, di raccontarne la sequenza, e quindi racconto il tempo. Necessariamente.

Ci dici qualcosa su “L’autunno del commissario Ricciardi”?
Lunedì 24 ottobre 1931, sotto una pioggia battente, vengono ritrovati sullo scalone che porta alla reggia di Capodimonte un bambino e un cane, due randagi. Uno è vivo, l’altro è morto. É l’inizio di una discesa nell’inferno della disperazione e della tenerezza per Ricciardi. Credo di poter dire che, se riesco a scriverlo per come lo sento, questo sia il miglior romanzo della serie.

“Il senso del dolore” è ambientato nel 1931. Quali sensazioni/emozioni hai provato durante il momento documentativo?
É stato come fare un viaggio, letteralmente. Un tempo e una città che la storia contemporanea vuole dimenticare, cancellandone le tracce in maniera così profonda da rendere molto complessa qualsiasi attività di ricerca. Per fortuna esistono le fotografie dei grandi archivi, Parisi, Troncone, Alinari: basta metterle in movimento, completarle con le notizie necessarie e ci si ritrova in quel periodo. É molto stimolante scoprire affinità e diversità tra la Napoli di oggi e quella di allora.

Del commissario Ricciardi, la tua creazione letteraria, hai dichiarato che non ha nulla di te. Se lo incontrassi, cosa gli diresti?
Gli chiederei di raccontarmi dell’amore e della vita, di come sono osservati da lontano. Di come si fa ad avere tanta paura e tanto coraggio da decidere di allontanarsi dall’amicizia e dall’affetto. E gli chiederei dei morti, naturalmente. Di come ci guardano, di che cosa sentono. Di com’è il sentirsi allontanare dal mondo, del dolore e del rimpianto.

E lui, cosa ti direbbe?
Scuoterebbe il capo, e farebbe un triste mezzo sorriso. Mi direbbe, a frasi mozze e a bassa voce, di non parlare di dolore o di sofferenza, perché nemmeno immagino lontanamente cosa siano. E, forse, mi racconterebbe un’altra storia, che io scriverei.

In riferimento al tuo libro Juve-Napoli 1-3. La presa di Torino, Cento Autori, 2008: quanto e come sei tifoso?
É la mia seconda pelle. In qualsiasi circostanza, in qualsiasi contesto, se non riesco a evitare impegni diversi la mia mente e il mio cuore sono in campo al fianco delle maglie azzurre. Ognuno ha i suoi limiti: il mio è questo.

Ci racconti qualcosa della tua napoletanità?
Essere napoletani è molto diverso da come si immagina lontano da questa città. É un rimpianto costante di quello che potrebbe essere e non è, è allegria nella tristezza e tristezza nell’allegria, è malinconia e pessimismo, ma voglia di sorridere perenne. Stiamo malissimo, qui: ma non vorremmo mai essere altrove.

Cosa cerchi in un libro, quando leggi?
Quello che cercano tutti, immagino: un’emozione. Ogni lettura deve lasciarti un po’ diverso da quando hai cominciato, una piccola cicatrice sull’anima, un segno da ricordare tirandolo fuori quando il tempo è grigio.

Cosa ti fa chiudere un libro e cosa ti fa proseguire con entusiasmo?
Non chiudo mai un libro. Ogni libro ha il diritto di essere letto fino all’ultima parola, e ogni libro ha qualcosa di bello per cui essere ricordato. Quelli belli, però, non ti fanno vedere l’ora di vivere la giornata per poter di nuovo immergerti nel mondo che raccontano. I libri belli sono tra le cose per cui vale la pena vivere.

Scrivi per un dizionario la voce  SCRITTORE
L’ho detto: uno che vive della sua scrittura. Un insieme chiuso nel quale rientrano forse una dozzina di persone, in Italia. Un’altra definizione che darei è: uno che inventa storie, e le racconta.

Due tuoi pregi e due difetti
Sono allegro ed entusiasta. Ma sono anche permaloso e facile a deprimermi.

L’ultima volta che ti sei arrabbiato
Domenica scorsa, al secondo errore difensivo di Campagnaro. Mi scuso per l’effimero, ma mi piace essere sincero.

L’ultima volta che hai pensato: “Questa non ci voleva!”
Domenica scorsa, al secondo errore difensivo di Campagnaro. Mi scuso per l’effimero, ma mi piace essere sincero. No, non è un errore: è proprio la stessa risposta.

L’ultima volta che hai pensato: “Fantastico!”
Quando sono stato cercato, con una proposta di assoluto interesse, da uno dei massimi editori nazionali.

L’ultima volta che hai avuto paura
Quando sono stato cercato, con una proposta di assoluto interesse, da uno dei massimi editori nazionali. Anche qui non si tratta di un errore.

L’ultimo bacio che hai dato
Oggi, naturalmente. Un giorno senza almeno un bacio, qualsiasi tipo di bacio, è un giorno di cui il Padreterno ti chiederà conto.

Un commento al tuo lavoro che ti ha colpito
Un critico scrisse che terrorizzare senza sangue né sesso estremo era un piacere che danno pochissimi scrittori, tra cui me.

A cosa stai lavorando, ora?
A un romanzo nero contemporaneo, senza Ricciardi stavolta. E mi sento un acrobata costretto a fare il solito esercizio senza la rete. Incrociamo le dita.

Salutaci come se fossi il commissario Ricciardi. É la fine dell’inverno.
State bene. E ricordatevi che ogni stagione ha la sua bellezza, la sua solitudine e il suo orrore.

Adesso un bel saluto napoletano
Stateve bbuono; arricurdateve ‘e rirere e pure ‘e chiagnere. Sulo ‘nu muorto nun rire e nun chiagne.
(per i non napoletani: state bene. E ricordate di ridere e piangere, perché solo un morto non ride e non piange).

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2 risposte a MAURIZIO DE GIOVANNI

  1. Bruno Barilla' ha detto:

    Maurizio mi fa uno stranissimo effetto, mi ritrovo talmente in quello che scrive e in quello che dice che potrei aver scritto e pensato le stesse cose….mai provato un tale senso di identificazione completa.
    Sarà pericoloso?

  2. libroguerriero ha detto:

    positivamente pericoloso, sì! 😉

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