RAUL MONTANARI

Attività: Principalmente due. Una è la scrittura.
Segni Particolari: Occhi disturbanti anche per lui.
Lo trovate su:
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“L’esordiente” (Baldini Castoldi Dalai, 2011) è una giovane donna non particolarmente talentuosa ma determinata nel perseguire il lavoro di scrittrice. È bella e affascinante e corteggiata. È il ritratto di alcuni fenomeni d’esordio di oggi? A un certo punto mi sono chiesta se sarebbe stato possibile sostituirla con un’altra tipologia di esordiente: non bella, anziana, ma molto, molto brava. Sarebbe stato fattibile o le novità editoriali, quando riguardano il femminile, sono limitate da esigenze di mercato?
Una cosa divertente di questo libro è che è un libro profetico. Quando l’ho scritto non immaginavo che avrei partecipato (con il romanzo precedente) al premio Strega. Quindi non sapevo di avere imbroccato una coincidenza impressionante fra Veronica Markus, la giovane autrice che il protagonista ama come donna ma non stima come scrittrice, e un personaggio come la Avallone. Perfino l’editore era quello giusto: Rizzoli! Per tornare alla tua domanda, la bellezza non dovrebbe avere niente a che fare con il merito letterario, però è un fattore che dà vantaggi in tutti i campi. È inutile far finta che non sia così. Comunque esempi della controtipologia che tu proponi ce ne sono parecchi, sia per femmine che per maschi, e tutto sommato lo Strega l’ha vinto Pennacchi.


“L’esordiente” e i retroscena della scrittura. Tu quando hai finito di sentirti esordiente?
E’ chiaro che la rispostona sarebbe: Mai! In realtà direi che dopo il secondo romanzo, “La perfezione”, che venne pubblicato da Feltrinelli nel 1994 ed è a tutt’oggi quello che ha venduto di più, ho sentito che la storia era davvero cominciata. Soprattutto per la risposta della critica, che nell’interfaccia con l’autore  esordiente o quasi esordiente svolge un ruolo importantissimo; forse più che nel rapporto con il lettore. Anche il fatto che diversi registi – mi pare cinque in tutto – si siano interessati negli anni al progetto di farne un film, alcuni con molta passione e tenacia, mi ha convinto che avevo scritto qualcosa che aveva una qualità narrativa reale.

Livio Aragona evoca reminescenze latine e storico/letterarie nel nome e un rimando spagnoleggiante e regale, nel cognome. Ha la tua età e ha vissuto esperienze simili, in primis la scrittura: un tuo alter-ego? In cosa in particolare ti assomiglia?
Be’, come sempre ho preso dalla mia vita quello che serviva per la storia e il personaggio. Ci sono moltissimi dettagli reali, selezionati perché erano efficaci e non per il capriccio di parlare di me stesso. La differenza fra uno che fa narrativa e uno che si fa le pippe è questa. Diciamo che fra le coincidenze più evidenti ci sono il mestiere, il fastidio per la folle etichettatura di giallista, l’insegnamento della scrittura creativa, la partecipazione a un talk show pomeridiano della Rai, le telefonate mattutine alla madre, gli ambienti milanesi. Molte altre cose non mi appartengono. Per esempio non mi fotografo nudo davanti allo specchio al mattino di ogni primo gennaio, come fa lui da trent’anni. Non ho avuto una storia d’amore con una mia allieva che fosse più brava di me a scrivere. Il mio editore non è quello ritratto nel romanzo. Non sono sposato e separato. Mio padre non ha lasciato mia mamma ed è ancora vivo e vegeto. Le mie origini sono lacustri e non montane.

Estrapolando le molte citazioni sulla scrittura si potrebbe comporre un piccolo ma sostanzioso vademecum sul mestiere dello scrittore: ma alla fine, chi è lo scrittore?
Alla fine nessuno ha sintetizzato il mestiere dello scrittore meglio di Pessoa, nella famosa lirica in cui dice che il poeta è un fingitore che arriva al punto di fingere di provare il dolore che davvero sente. Tu parti dal tuo dolore e lo fai diventare una storia, cioè crei un’intelaiatura narrativa che non coincide con la tua vita, con le tue giornate, ma dentro la quale metti le emozioni che stanno davvero nella tua vita e nelle tue giornate. In particolare quelle più intense e spesso, bisogna dirlo, quelle più negative: il dolore, la paura, la nostalgia di un passato irrecuperabile, il senso di scacco. In questo senso “fingi”: presti ai tuoi personaggi cose che ti appartengono. Questo mettere pezzi consistenti di te stesso nelle tue pagine provoca un’anormale vicinanza fra produttore e prodotto, scrittore e scrittura, che è la vera maledizione di questo lavoro.

In “Strane cose, domani”(Baldini Castoldi Dalai) Danio, il protagonista, ritrova un diario in un parco. L’ha abbandonato una ragazzina, lui fa in modo di ritrovarla e la vicenda si mescola a quella personale e intricata di Danio. Storia che prende avvio dalla realtà: tu hai davvero ritrovato un diario e l’hai restituito. Ce lo racconti?
Io giro in bici per Milano, pratica molto pericolosa che però consente uno sguardo sulle cose che non ha eguali. Non lo puoi avere con i mezzi motorizzati, ma nemmeno andando a piedi perché sei troppo lento. Tre primavere fa, in una giornata di pioggia ho davvero trovato su una panchina in parco Sempione un diario, che si stava inzuppando. L’ho sfogliato e ho visto che era di una diciottenne, una liceale all’ultimo anno. Visto che in giro non c’era anima viva, l’ho preso e portato a casa. La lettura è stata molto emotiva, perché nel diario c’erano frammenti di un’esistenza difficile. Malesseri adolescenziali estremi, chiamiamoli così. Ho cercato la ragazza, che si chiama Federica, e sono riuscito a mettermi in contatto con lei. Ci siamo incontrati e Federica mi ha detto due cose che mi hanno sbalordito. La prima, che il diario non era stato perduto come immaginavo io, ma deliberatamente abbandonato; la seconda, che quel giorno Federica aveva disseminato per il parco non uno ma sette diari! Da qui l’idea della trama, che mi è venuta proprio in quel momento: io trovo il diario di Federica e mi innamoro di lei, ma un altro uomo trova uno dei sei diari rimanenti, e anche in lui nasce un sentimento per questa ragazza incantevole e infelice. A questo punto inizia una specie di partita a scacchi fra due giocatori che non sanno neanche di giocarla, non sospettano nemmeno di avere un avversario… finché il gioco non diventa più duro e drammatico.

Hai mai tenuto un diario?
Sì, ho un diario dal ’77. Non potrei vivere senza. Lo uso come una specie di libro mastro: raramente trascrivo opinioni o emozioni, mi limito ai fatti. Ogni giornata è divisa in quattro parti, mattina, pomeriggio, sera, notte. Descrivo quello che mi succede. Quando vivevo in famiglia era considerato una referenza essenziale per dispute su date e cose simili. “Controlliamo sul diario di Raul!” E il diario era effettivamente sempre a disposizione di tutti.

Parliamo ancora di “Strane cose, domani”. Danio è un assassino per caso. Come convive con questa parte omicida?
Danio ci convive malissimo, perché il più antico dei due delitti lo visita sotto forma di un incubo particolarmente pauroso, mentre il secondo si concretizzerà, nel corso della vicenda, nella persecuzione di un uomo misterioso ai suoi danni. Il lettore invece è incline a perdonare Danio perché entrambi gli omicidi sono avvenuti in circostanze che li hanno giustificati. Casomai, agli occhi del lettore Danio è colpevole di ben altro. E’ un bugiardo, un traditore, un sex addicted, una persona deontologicamente disastrosa e completamente inaffidabile… benché molto simpatica e affascinante.

Il primo capitolo comincia con una scena familiare padre-figlio. É descritta così verosimilmente che sembra quasi vissuta, anche se non è possibile (tu non hai figli maschi incazzati col mondo, che suonano musica neogrunge in una band…)
Non ho figli, infatti. Però non ho nessuna difficoltà a rappresentare il rapporto padre-figlio, dato che ho un padre. Non c’è niente che si neghi alla scrittura, nemmeno la morte che a ben vedere non è neppure un’esperienza. Eppure gli scrittori hanno sempre raccontato la morte, anche dal punto di vista di chi muore. La prima dote di uno che fa questo mestiere è l’immedesimazione.

 Cosa cerchi in un libro, quando leggi?
Una grande storia e uno stile che la sappia raccontare.

 Cosa ti fa chiudere un libro e cosa ti fa proseguire?
Cerco onestamente di finire tutti i libri che comincio. Quando li scelgo io non capita mai che ne sia deluso, anche perché fra i circa 70-80 titoli che leggo ogni anno una buona parte sono classici. Quando mi succede di essere obbligato a leggere, magari perché l’autore del libro ha insistito, allora è più facile che mi tocchi di annoiarmi o di essere infastidito dall’assenza delle due cose di cui parlavo nella risposta precedente, e lascio lì.

Hai lanciato sulla rivista letteraria Satisfiction il dibattito del post-noir. Da cosa è partita questa definizione?
Da un fatto semplice: che noto in me stesso e in molti autori un superamento evidente del genere noir. Questo superamento avviene, in poche parole, scrivendo storie lontane – a volte lontanissime – dai codici del genere, ma mantenendo di solito due elementi: la tensione e la presenza della morte violenta come ingrediente narrativo. Però la molla delle storie, il loro fulcro, non è più noir. Per quando mi riguarda personalmente, poi, anche se è vero che ho scritto alcuni libri che con molta buona volontà si potrebbero definire dei noir psicologici, protesto contro questa definizione per due motivi. Il primo è che nell’insieme della mia produzione letteraria (che comprende anche teatro, poesia, traduzioni di autori per nulla noir dal greco, dal latino, dall’inglese, dal tedesco…) il noir occupa forse il 20%, facendo proprio la conta delle pagine. Il secondo è che dicendo che io sono un autore noir si ha come risultato che i veri lettori del genere rimangono delusi dai miei libri perché li trovano troppo introspettivi; al contrario, moltissime lettrici potenziali, interessate proprio ai contenuti che interessano me (le persone e le loro relazioni) non li prendono nemmeno in mano, perché temono di trovarci quello che non c’è e non sperano di poterci trovare quello che invece c’è. Infatti, la cosa che più spesso mi sento dire dalle lettrici è: Avevo un pregiudizio verso di te, poi per caso ho letto un tuo romanzo e adesso mi vado a comprare gli altri!

 Sintetizzaci in una frase la peculiarità del post-noir.
Racconta una storia d’amore con la stessa tensione con cui racconteresti una storia di morte.

Nel cosmo letterario italiano si avverte qualche novità, in questo momento?
Sai, è strano vivere dall’interno quello che poi finirà nelle storie della letteratura, nelle antologie. Ti accorgi che in pochi anni cambia tutto, e guardando al passato ti domandi se aveva senso considerare “contemporanei” due autori il cui momento creativo più genuino era distanziato anche di dieci o vent’anni… A parte questo, io non ho visto niente di nuovo a livello letterario dopo l’ondata pulp di metà anni ’90. Cominciano a essere quasi due decenni e forse c’è da preoccuparsi. Questo, ripeto, a livello letterario; se si mette a fuoco non tanto l’aspetto letterario dello scrivere libri ma quello editoriale del pubblicarli, è ovvio che certe cose sono cambiate, e sicuramente in peggio. Lo spazio per la narrativa di ricerca è sempre più angusto, e imperano i diktat di quelli che giustamente un mio geniale allievo, Giovanni Cocco, chiama gli “editor buonisti”: quelli che a tutti i costi vogliono smussare, arrotondare, mettere nella storia quell’ingrediente giusto che hai tralasciato perché non era affatto nello spirito di ciò che stavi raccontando, togliere invece quella scenaccia troppo dura, e così via. Insomma, la ricerca del prodotto medio.

Se tu avessi una bacchetta magica che ti consentisse di eliminare/modificare una tendenza editoriale, quale sceglieresti?
Quella che ho appena descritto. Ce n’è un’altra vistosissima, ossia la pubblicazione di una gran massa di libri inutili scritti da personaggi la cui notorietà mediatica assicura buone vendite; però questo in fondo è un fenomeno sempre esistito, e io non sono sicuro che faccia danni quanto l’altro. L’altro ti corrompe dall’interno.

Pensi che il dibattito letterario in Italia sia in fermento?
Per niente. Stagnazione assoluta. Lo dimostra, fra l’altro, la reazione inorridita alla proposta del post noir. I noiristi erano stizziti, gli editori terrorizzati. Solo critici e lettori hanno mostrato interesse, ma i critici hanno un’influenza minima sulle decisioni d’acquisto (al massimo il 5%; per il 70% avvengono d’impulso, sul luogo di vendita, e per il restante 25% sono legate al passaparola ecc.) e dei lettori non importa niente a nessuno. Si vuole che comprino, non che leggano.

Com’è la critica oggi?
Premetto che nessun critico è mai stato offensivo con me, anzi molti hanno detto cose intelligenti e interessanti. Lo spazio della critica si sta sempre più riducendo, e questa è una cosa che sa chiunque lavori nel mondo dei libri. Firme autorevoli vedono le loro recensioni strette in spazi in cui non è più possibile sviluppare un discorso, e spesso le vedono pure pubblicate mesi dopo che le hanno scritte. Come tutti, io ho un mio panel di critici preferiti e seguo con attenzione il loro lavoro.

Scrivi per un dizionario la voce del lessema: SCRITTORE
Professionista della scrittura, ovvero chiunque viva del mestiere della scrittura, con particolare riferimento alla narrativa.

Due tuoi pregi e due difetti
I pregi sono l’obiettività spietata verso me stesso e la bontà. Fa ridere, ma io sono un uomo buono. I difetti: l’intolleranza rabbiosa verso chi non condivide la mia ricerca di obiettività, e il delirio sessuale in cui vivo da quando avevo mi pare dieci anni.

L’ultima volta che ti sei arrabbiato
Mi incazzo costantemente, ostinatamente, ogni volta che vedo una persona che abusa del suo potere. Può essere un politico, un automobilista, un portinaio, un professore, un taxista, il tizio più grosso di te che incontri al bar o in qualsiasi altro posto. Questo comportamento umano è così ripetitivo, così odioso, che ogni volta mi fa digrignare i denti e mi induce a reazioni violente. E’ successo anche oggi. Succede tutti i giorni.

L’ultima volta che hai pensato: “Questa non ci voleva!”
Quando ho dato una gomitata a un bicchiere a stelo pieno di birra, quella volta che la ragazza aveva insistito per mangiare a letto.

 L’ultima volta che hai pensato: “Fantastico!”
Sempre quella volta lì, ma per altri motivi. Scherzo, lo penso spessissimo quando leggo o vedo una cosa bella. Sono molto entusiasta della bellezza.

L’ultimo bacio
Oggi.

Un libro che avresti voluto scrivere
Tutta l’opera di Shakespeare.

Un libro che non scriveresti nemmeno se ti pagassero 10 milioni di euro
Qualunque libro mi richiedesse di sacrificare il bene più grande di un autore, ossia la libertà di scegliere contenuti e linguaggio delle storie che racconta. Infatti è capitato che me li proponessero e li ho sempre rifiutati. Tutti ci invidiano questa libertà, e più di tutti le persone che fanno altri mestieri creativi. E’ folle rinunciarvi.

Com’è il rapporto coi tuoi lettori in generale?
É ottimo. Io non sono un autore di vendite esorbitanti (anche se i miei editori hanno sempre guadagnato con me), ma di solito quelli che mi leggono mi amano e molti trovano il modo di farmelo sapere.

E con le tue ammiratrici in particolare?
Eh, appunto. Varie situazioni divertenti, fra cui la più curiosa è stata, nel 2008, con una diciannovenne adorabile che mi ha detto che le piaceva l’idea di andare a letto con uno che aveva studiato nei libri del liceo. Eravamo tutti e due molto contenti.

Progetti?
A marzo esce una raccolta dei miei testi teatrali, per la bella collana Inaudita Big di Transeuropa. A settembre il prossimo romanzo, che sarà il dodicesimo. Quando ho cominciato mi sono prefisso l’obiettivo di scriverne venti, e se non mi succede qualcosa di brutto ci riuscirò. Il problema è che già adesso faccio confusione fra i nomi dei personaggi.

Di’ qualcosa di sciocco
A volte penso che vorrei scoparvi tutte.

Di’ qualcosa di saggio
Poi però mi rendo conto che non è possibile.

Salutaci dopo aver passato “La prima notte” (Baldini Castoldi Dalai, 2008)
Questo non è stato un racconto. É stato il primo capitolo di un romanzo.

Adesso salutaci con una verità bugiarda (“La verità bugiarda”, Baldini Castoldi Dalai, 2005)
Il mondo è meraviglioso, la vita è orribile.

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