Scrittura: perché le donne sono meno? (parte seconda)

Oggi ritorno su un argomento che ho più volte affrontato: il divario (a diversi livelli) tra gli scrittori e le scrittrici ovvero lo svantaggio numerico, retributivo, critico che pesa sulle colleghe già scrittrici e le minori possibilità con cui (eventualmente) devono fare i conti le aspiranti rispetto agli aspiranti, se è vero che ai corsi di scrittura si rileva un numero consistente di iscritte rispetto agli iscritti (da una ricerca condotta con la collega Laura Costantini, i cui parametri sono confrontabili qui).

La questione rasenta le sfere del tabù: a parlarne, si ha il timore di passare per rompiscatole o si viene accusate di autocommiserazione, tanto più se a sollevare il problema sono le donne, perché, per dirla alla maniera di Lara Manni, “la possibilità di essere fraintese è altissima”. Proprio dal blog di Lara Manni vorrei riprendere una domanda posta a Gaja Cenciarelli: «Esiste o no una minore considerazione delle scrittrici, per quanto riguarda l’Italia? Certo, esistono molte scrittrici di grande autorevolezza e, certo, esistono moltissime scrittrici pubblicate.»
Dall’esauriente risposta della Cenciarelli che condivido in toto e che vi invito a leggere qui, prendo provocatoriamente a prestito solo qualche riga: «Ancora, è questa la mia impressione, per essere definita scrittrice una donna deve faticare il quadruplo di un uomo. Ancora, per costruirsi una reputazione, per essere presa seriamente in considerazione in questo ambito (e non solo in questo ambito), una donna deve sudare sangue. a parità di talento, in genere è più difficile per lei che per lui.»

(nella foto Elsa Morante)

Il tabù di cui parlavo prima mi costringere a mettere le mani avanti e specificare alcuni punti:
– occorre indagare evitando di mettersi in una posizione vittimistica. Ciò non toglie che, qualora venissero registrate delle incongruenze, queste andrebbero comunque sottolineate.
– vorrei evitare l’utilizzo di alcuni termini a mio avviso anacronistici, quali “maschilismo” e “femminismo” e sostituirli con un’espressione più aderente allo stato delle cose, quale semmai “svalutazione del lavoro delle donne”

Esiste un gap, dunque?

Sì, esiste, ma ciò non significa che non ci siano possibilità per le donne. Nel nostro paese vengono pubblicate diverse brave scrittrici e diverse hanno un discreto successo. Alcune hanno faticato, per altre la strada è stata più lineare.

Il gap resta e ora lo dimostro.

Partiamo dai dati generali, quelli più banali sullo stato di occupazione. Nel 2010 il 37,6% delle giovani donne segue un percorso di istruzione, contro il 30,7% dei maschi. Il tasso di occupazione femminile, però, è pari al 35,4%, contro il 48,6% dei maschi, 13 punti in meno.
Ora vediamo se esiste, sempre a livello generale, una differenza tra ruolo rivestito e stipendio. I dati della Presidenza del Consiglio dicono che una dirigente guadagna il 26,3 per cento in meno di un collega maschio. Lo chiamano “differenziale retributivo di genere“, è pari al 23,3 per cento: una donna percepisce, a parità di posizione professionale, tre quarti di uno stipendio di un uomo. E questo nel pubblico. Nel privato la situazione peggiora. Nel testo messo a disposizione dalla Presidenza del Consiglio si legge che “nel 63,1 per cento delle aziende quotate, escluse banche e assicurazioni, non c’è una donna nel consiglio di amministrazione”. Su 2.217 consiglieri solo 110 sono donne, il 5%. Va ancora peggio nelle banche dove su un campione di 133 istituti di credito, il 72,2 per cento dei consigli di amministrazione non conta neppure una donna.

Il mondo della scrittura non sfugge a questi meccanismi.

Vediamo ad esempio cosa accade nei giornali. Loredana Lipperini dice: «Le direttrici di giornale (fatti salvi i femminili) si contano sulle dita di una mano (al momento, temo che bisognerebbe chiudere addirittura la mano a pugno). Anche quando arrivano, ce la fanno e sfondano quel benedetto “tetto di cristallo”, alle donne è comunque destinato uno stipendio inferiore di un quarto di quello del collega maschio».
E la scrittrice Mariangela Camocardi: «Basta fare un giro in qualsiasi libreria e dare un’occhiata ai nomi stampati in copertina per rendersi conto che la donna/autrice è molto penalizzata in editoria. Mi sono chiesta perché e non sono sicura delle risposte. Forse le motivazioni potrebbero essere più di una. Forse c’entra il fatto che gli editor che hanno potere decisionale sui libri da pubblicare sono appunto uomini, perciò propensi a leggere con “occhio diverso” il testo di un uomo da quella di una donna. L’autrice è valutata in modo diverso, non se ne capisce la ragione.  Un interrogativo per me inquietante è: le donne sono forse più introspettive e sentimentali? Va detto che tra editor/uomo e autore/uomo si stabilisce comunque un rapporto di cameratismo che difficilmente si crea con un’autrice. Mentre nel campo della lettura le donne battono di gran lunga gli uomini, gli autori pubblicati in Italia sono a larga maggioranza maschi.  I dati  Istat dimostrano che la prevalenza di autori maschi è netta nelle opere di Varia per adulti (74%) e nelle opere per Ragazzi (70%)»

(nella foto Maria Bellonci)

In cosa si evidenzierebbe questo divario per le donne italiane, nel mondo della scrittura?

Io credo in ogni passaggio, fin dalla partenza:

–    la difficoltà a farsi pubblicare (tale difficoltà è direttamente proporzionale all’età anagrafica, nel senso che un’aspirante trentenne avrà molte più opportunità di un’aspirante cinquantenne e non si può dire la stessa cosa degli uomini). cfr. Indagine Istat http://www.calamandrei.it/editoria.htm o siti delle più importanti case editrici.
–    la difficoltà a trovare un pubblico (come ha dichiarato Diana Lama: «Non credo che nel panorama editoriale odierno italiano una scrittrice donna abbia le stesse chance di un maschio, tenendo anche conto che la maggioranza dei lettori è di sesso femminile. Mi sembra che ancora oggi in molti casi quello della donna che scrive sia considerato un piccolo hobby, a differenza della più consistente professionalità e serietà maschile. Allo stesso modo secondo me vengono valutati i manoscritti, i piani di lancio pubblicitario, le strategie x lanciare un nuovo autore»).
–    la difficoltà a farsi prendere in considerazione dalla critica
–    la difficoltà a ricevere nuove opportunità
–    la difficoltà a ricevere compensi alti quanto i colleghi maschi

A queste si aggiunga la difficoltà a essere ascoltate seriamente quando si solleva il problema. C’è sempre qualcuno – anche donna –  che lo tratta come un “falso-problema”. C’è sempre qualcuno che sottintende: ma con tutte le questioni importanti che il mondo offre, ti devi occupare proprio di tali bazzecole? Non sono d’accordo con questi atteggiamenti un po’ snobistici. È come un ragazzino andasse dalla sua professoressa a denunciare di essere stato vittima di bullismo e lei rispondesse svalutando l’episodio: «Ma come, in alcune zone dell’Africa i bambini non hanno neppure la scuola e tu ti lamenti di essere stato picchiato? Non hai niente di meglio da fare?».

(nella foto Dacia Maraini)

Non solo. Prevale il vecchio e comodo adagio per cui si tende a svilire chi resta indietro sostenendo che «se uno vale prima o poi ce la fa». Grazie. Ma perché spendere tante energie per essere prese in considerazione, energie che altrimenti spenderemmo in affetti, creazioni, sane distrazioni?

I video che seguiranno sono in tal senso indicativi.

Nel primo parlo io.
Nella rassegna Politicamente Scorretto, invitata da Carlo Lucarelli a parlare sulla situazione delle scrittrici in Italia, espongo i dati della mia ricerca, cercando semplicemente di aprire un dibattito senza arrivare a soluzioni affrettate:

Video uno

Nel secondo e terzo diverse scrittrici (non tutte), sempre a seguito della domanda di Lucarelli, minimizzano il problema. La Oggero, ad esempio, parla di “fase transitoria” e ammette che “in molte professioni la donna non è ancora arrivata ad avere la stessa partecipazione numerica degli uomini” e sostiene che nelle case editrici molti dei posti al vertice sono occupati da donne (dato errato, però).

Video due

Video tre

L’indagine prosegue e vorrei arricchirla anche sulla base delle vostre testimonianze.

Le mie domande sono:

La questione sussiste, sono i dati a denunciarla. Come mai? Perché infastidisce tanto?
E perché sono le donne stesse, a volte, a negare l’evidenza?

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13 risposte a Scrittura: perché le donne sono meno? (parte seconda)

  1. Laura Costantini ha detto:

    Parto da un assunto di base: le donne sono una minoranza dappertutto. Non numerica, sono una minoranza per come vengono considerate in tutti gli ambiti lavorativi. Ma se lo fai notare sei la solita vetero-femminista che vuole fare polemica per coprire la propria incapacita’ a farsi strada nella vita. Il discorso che Marilu’ affronta per quanto riguarda l’ambito editoriale potrebbe essere esteso altrove e, spesso, vede colpevoli quelle pochissime donne che sono giunte a una posizione di potere. In Rai il direttore generale oggi e’ Lorenza Lei la quale, prima di varare un piano d’emergenza per sanare i bilanci, ha pensato bene di aumentarsi lo stipendio di 250mila euro per portarlo a livello dei precedenti direttori (maschi). A suo modo deve aver pensato di lavorare per la causa delle donne. Salvo pero’ lasciare che le donne in televisione siano inviate (meglio se decorative) e giornaliste, conduttrici, qualche volta autrici, ma mai con veri poteri decisionali. E torniamo alla scrittura. Lo vivo sulla mia pelle e lo vivo come una ferita soprattutto quando tra i miei lettori trovo donne che, chiuso il romanzo, dicono commentano: “bello, scritto bene, certo il genere rosa non e’ il mio genere”. Perche’ quando una donna scrive, scrive rosa. E le prime a pensarlo sono proprio le lettrici. Tu ti sbatti per ricreare la New York del 1920 ed affrontare al meglio il discorso su quanto patito dall’emigrazione italiana in quegli anni? Si’, ma e’ un libro incentrato sul sentimento. Tu affronti il genere noir inventando un serial killer che resta nella memoria per malvagita’ e mistero? Va beh, ma la storia d’amore ce l’hai messa. E pure la scena di sesso a dirla tutta. Sono incappata in lettori (maschi) che molto candidamente mi hanno chiesto: “Perche’ voi donne dovete sempre metterci l’amore? Non riuscite a raccontare una storia senza che ci siano un uomo e una donna che si piacciono?”. Ho risposto di no ed ho aggiunto di sentirmi in buonissima compagnia, visto che un tipo talentuoso che mi pare si chiamasse Omero ha messo al centro di un’opera come l’Iliade l’amore proibito tra Paride ed Elena di Troia. Certo, poi ha contornato il tutto con il piu’ grande poema che l’umanita’ abbia partorito e nessuno mai si sognerebbe di metterlo nella categoria degli scrittori di rosa. C’e’ un preconcetto, questo preconcetto, cui credo sottostiano tutti gli editor quando prendono in mano un manoscritto con una firma femminile. E allora vorrei finire con una provocazione: firmiamoci Arturo Tuzzibanchi, Mario Rossi, Filippo Filippi e vediamo che succede. Magari niente, ma io non una scommessa non ce la farei.

    • libroguerriero ha detto:

      vero, se firmassimo con uno pseudonimo al maschile lieviterebbero i lettori, aumenterebbero le indulgenze e calerebbero i pregiudizi. non solo. sono straconvinta che anche se i manoscritti arrivassero anonimi alle case editrici, ci sarebbero altre combinazioni di pubblicazione.
      come dici tu, questa situazione riflette realtà ben più estese e una concezione stereotipata della donna nei vari settori lavorativi. (a proposito del tocco rosa…)

  2. antonella fabrizio ha detto:

    chiamiamolo pure: ‘maschilismo’…

  3. Maria Teresa Valle ha detto:

    E’ difficile cambiare mentalità. Passato il momento in cui era di moda il femminismo, che è stato un po’ come un’ubriacatura, abbiamo creduto, sbagliando, che il più fosse fatto. E invece il lavoro vero era ancora da fare. Bisognava consolidare i progressi raggiunti scoprendo un modo per essere donne in mezzo agli uomini. Invece , credo, le poche donne che sono arrivate ai posti chiave non hanno saputo fare altro che imitare il modello maschile o ricalcare un modello femminile deteriore che sfrutta la seduzione come modalità. Due modelli perdenti, poichè nel primo caso in concorrenza diretta con il maschio, nel secondo in evidente svilimento del ruolo. Di fronte a questi due modelli le poche donne che se ne discostano vengono guardate con sospetto, hanno vita difficile, sono ostacolate e, se possibile sminuite. Non si tratta di vittimismo. Facciamo un esempio, per capirci. Avete mai osservato nella trasmissione televisiva Ballarò, quanto sia difficile per una donna intelligente e già affermata come Concita De Gregorio, farsi ascoltare da un parterre di uomini? La soverchiano, minimizzano le sue osservazioni. E non si può certo dire che racconti stupidaggini.
    I dati parlano chiaro. I numeri non si possono contestare. E le donne che negano queste evidenze mentono a sè stesse. Perché lo fanno? Credo che i motivi siano tanti. Snobismo? Sì. Paura di essere noiose? Anche. E poi una certa rassegnazione a ricalcare il ruolo che la società ci destina in questo momento. In fondo è meno faticoso adattarsi che cercare di cambiare noi stesse e gli altri. La lotta è per chi se la sente. Colpevolizzo le donne? In parte sì. Se Il cambiamento non parte da noi come possiamo pensare che avvenga negli altri? Dobbiamo essere di più a cercare una strada, a sostenerci tra noi. Non dobbiamo abbandonare il dibattito e il confronto. Per questo l’iniziativa di Marilù di tenere la palla al centro (esempio preso dal mondo tipicamente maschile del calcio) ha tutta la mia approvazione.

  4. libroguerriero ha detto:

    grazie Maria Teresa. Io credo che sia come dici tu. Le scrittrici che negano l’evidenza (ad esempio quelle nel video due e video tre che propongo sopra) manifestano anche in questo tutta la loro debolezza.

  5. aquanive ha detto:

    Reblogged this on Scarabocchi and commented:
    Anche questo, bel post!

  6. Riflessioni pienamente condivisibili, le vostre. Ho pubblicato il link sul gruppo di Fb “Labor limae”.

  7. libroguerriero ha detto:

    Serena: grazie!
    Alessandro: il tuo essere controcorrente spicca anche in questo gradito contributo. non per fare sempre delle distinzioni però… sarà un caso che sei l’unico scrittorE intervenuto? 😉

  8. Ho la brutta sensazione che le donne che ce la fanno a pubblicare ci riescano unicamente perchè rientrano nelle “quota rosa”, slogan che detesto. Ho constatato, anche dalle lettere che ricevo, che coniugata al femminile la scrittura incontra molti più ostacoli di un uomo nell’accedere come professionista a un mestiere mai come ora prettamente in calzoni. Va ovviamente considerato il presupposto che la donna ha sulle spalle tutta una serie di doveri dai quali per natura “non deroga mai”, vedi alle voci mogli, madri, badanti, anche se rispetto alle generazioni passate le donne hanno comunque conquistato qualcosa in più in campo lavorativo. Va inoltre rimarcato che le regole del mercato editoriale privilegiano determinati “prodotti letterari”, e che le case editrici rifuggono dal cercare nuovi talenti, salvo il filone dei romanzi erotici, che oggi va per la maggiore e che vede in campo quasi solo donne. Resta il fatto che il problema c’è, macroscopico, e non so dire se si tratta di una scelta deliberata o casuale quando una casa editrice opta per il manoscritto di un uomo anzichè viceversa. Forse nell’editore uomo c’è un’istintiva salvaguardia della specie, passatemi la battuta, e se è così immagino che sarà ostico abbattere un simile atteggiamento, così come non si riesce a circoscrivere il razzismo e ogni altra forma di discriminazione per colore, fede e quant’altro abbia una diversità. Gioca un ruolo determinante, e che fa la differenza, la disponibilità di tempo che una donna può dedicare esclusivametne alla professione, quale che sia: salta agli occhi che non esistono iniziative per ‘favorire’ le donne in questo senso. Il problema potrebbe essere risolto dal ‘merito’, se il merito fosse ovviamente premiato in una società in cui la raccomandazione prevale a oltranza, e oltretutto gestita quasi in prevalenza da maschi. Naturalmente questa è solo la mia opinione.
    Mariangela Camocardi

    • libroguerriero ha detto:

      vero Mariangela, sottoscrivo! 😉 “Resta il fatto che il problema c’è, macroscopico, e non so dire se si tratta di una scelta deliberata o casuale quando una casa editrice opta per il manoscritto di un uomo anzichè viceversa” più che salvaguardia della specie, secondo me tende a prevalere l’adagio (a volte inconscio) che il manoscritto di un uomo presenti meno fregature (anche commerciali) rispetto a quello di una donna.

  9. Paola Lei ha detto:

    sono allibita dagli interventi delle signore nei video due e tre. come si può migliorare la situazione se sono le donne stesse a negare di essere svantaggiate?

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