CRISTINA ZAGARIA

ATTIVITA’: SCRITTRICE/GIORNALISTA/BLOGGER
SEGNI PARTICOLARI: UN TATUAGGIO A FORMA DI LIBELLULA
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Malanova(con Anna Maria Scarfò) Sperling & Kupfer è la storia vera di una doppia violenza subita da una ragazza: l’abuso del branco prima e poi l’omertà e le minacce dei paesani che hanno fatto scudo al branco. Come nasce l’intenzione di raccontare questa storia?
Credo che per me sia stata la storia più difficile da raccontare, per il coinvolgimento emotivo. Ma l’ho scelta per il coraggio e la forza di Anna Maria e perché spesso storie come queste se non finiscono in tragedia, se non c’è il caso-mediatico, sono velocemente dimenticate. E invece sono storie che scattano crudeli e attualissime fotografie della nostra Italia, del nostro Meridione, della condizione della donna oggi. Ed è importante raccontarle, anche se non è facile, perché il silenzio è il primo complice della violenza. Un romanzo invece raggiunge un pubblico vasto e variegato e può essere un primo piccolo stimolo per un cambiamento culturale.
La crudezza/verità in letteratura può servire a sensibilizzare/smuovere le coscienze?
Parlerei di verità, in tutte le sue sfumature, anche romantiche o commoventi. Non amo la crudezza esibita. La verità ha già una forza travolgente e inimmaginabile.

Hai curato insieme a Carmen Pellegrino un’antologia dal titolo “Non è un paese per donne” (Mondadori), composta da racconti di 14 autrici che fotografano la condizione femminile nell’Italia del Duemila. Se ti chiedessi, sulla base del tuo contributo, di condensare in tre parole la condizione della donna oggi, cosa risponderesti?
“Ci vogliono due palle così a fare la donna. Ma noi non piace essere donne con le palle. Le tette ci bastano e avanzano. Tra l’altro sono due anche loro”. Sono più di tre parole, ma è la frase che Luciana Littizzetto ha scritto per la nostra antologia e la trovo geniale.

Sei giornalista per la redazione napoletana di Repubblica. Cosa ami del giornalismo?
Non avere un luogo di lavoro fisso, ma essere sempre in strada. A caccia. Mi piace girare. Cercare. Parlare. Conoscere nuovi posti e la gente. Mi piace arrivare sempre in prima linea e poi raccontare quello che vivo. Mi piace non sapere mai come inizia la mia giornata o come finisce.

Un pezzo che ricordi con piacere.
Il pezzo scritto per denunciare il censimento dei rom con le impronte digitali prese anche ai bambini. Sono riuscita ad entrare in un campo di Scampia e a raccontare tutto in diretta.

Un pezzo che ricordi con amarezza.
Tutti i pezzi scritti sui funerali. Ognuno porta in sé un ricordo di dolore assorbito dalle parole. I funerali sono l’ultimo atto. Anche un giornalista, dopo aver seguito magari una storia per mesi, dopo il funerale, l’archivia e passa avanti. Ma resta il dolore, l’amarezza.

Cosa pensi della stampa oggi in Italia?
Purtroppo nelle redazioni la squadra si riduce sempre di più. Siamo sempre di meno e scriviamo sempre di più… e sempre un po’ più velocemente. Stiamo perdendo qualità  e attenzione. E questo fa rabbia.

La tua vita è stata vissuta tra Emilia, Lombardia, Puglia, Campania. Senti di appartenere a un luogo in particolare?
Mi sono sempre sentita una nomade. Alla Puglia e all’Emilia, anche se per motivi diversi, sono profondamente legata. Ma se dovessi indicare un luogo dove mi sento a casa, questo è Napoli, anche se ci vivo da soli due anni. Ma è così. Non soperchè. É istinto.

Ma perché ti sei fermata proprio a Napoli? C’è un sospetto romantico…
No, o forse sì. A Napoli ci sono arrivata per caso. Anzi sono stata “mandata” dal mio giornale. Ma è stato amore a prima vista. Con la città, non pensare a male. Ti dico solo che quando torno a Napoli, dopo un viaggio o una trasferta, e arrivo in stazione o in aeroporto, io sento un abbraccio… è una sensazione che non avevo mai provato.

“Perché no”, collana Babele Suite di Perdisa Pop, dalla cronaca vera alla narrazione. Tu hai a che fare quotidianamente con notizie cronachistiche. Perché hai scelto di prendere spunto proprio da quel fatto?
Perché era una storia piccola (vista l’età dei protagonisti e la durata di una sola giornata), ma con l’energia di un pugno nello stomaco, proprio come i libri Babele Suite. Era la storia perfetta nella collana giusta.

Il complimento più bello ricevuto su “Perché no”
Un mio amico qualche sera fa mi ha detto: “Quando l’ho letto sono rimasto impressionato, facevo fatica a ricordare a me stesso che non sei di Napoli. Questa città l’hai assorbita completamente”.

Le emozioni provate durante la stesura.
La scrittura di Perché no è stata molto concentrata, poco più di un mese. Un mese in cui tutte le mattine andavo alla Sanità, per scoprire e vivere i luoghi dei miei personaggi. È stata una scrittura elettrica, densa, piena, proprio come il quartiere, che è quello che in molti avranno visto qualche giorno fa nell’omicidio di Mariano Bacioterracino filmato in diretta e che ha fatto il giro del mondo.

Tra i personaggi spiccano alcuni ragazzini emblema molto concreto di un’umanità indigente, abbandonata. Ci potrebbe essere una soluzione a queste realtà sociali?
Perché no è un libro duro, che non fa sconti. Ma non cerca soluzioni. Racconta. Provoca. Apre la discussione.
Daniele, l’io narrante, è un ragazzino che va a scuola e ha alle spalle una famiglia solida e onesta, eppure diventa un criminale… nell’arco di una giornata. Soluzioni? Certo non quelle banali: deve intervenire la scuola o ci vogliono servizi sociali efficienti. Una soluzione sarebbe il non accettare una Napoli grigia, ma ribellarsi, rischiare, reagire, smuovere il sottofondo… di una cultura che per secoli ha imparato l’arte di arrangiarsi, ma anche quella di rassegnarsi agli eventi.

“Miserere. Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato”, è un libro-documento uscito per Flaccovio nel 2006 che tratta la storia di Armida Miserere, una direttrice di carcere. Qual è la tua opinione sulla situazione delle detenzioni odierne?
È un mondo fermo. Un mondo che non si evolve con la società, diventato parcheggio di uomini e anime, senza (tranne casi di eccellenza come, per esempio, il carcere di Bollate, diretto da Lucia Castellano) nessuna vera finalità se non l’attesa del fine pena.

Nel 2007 hai pubblicato per Dedalo “Processo all’Università. Cronache dagli atenei italiani.” Ci riporti un dato per darci un’idea degli scandali universitari?
Più che un dato, per darti un’idea, ti cito una frase, scritta per un’inchiesta sugli scandali avvenuti a Bari dal giudice Giuseppe De Benectis: “I concorsi universitari erano dunque celebrati, discussi e decisi molto prima di quanto la loro effettuazione facesse pensare, a cura di commissari che sembravano simili a pochi ’associati’ a una ’cosca’ di sapore mafioso”.

Ne “L’osso di Dio” (Flaccovio, 2007) tratti ancora una storia al femminile: Angela Donato, mamma disperata, e il suo comportamento rivoluzionario contro la ‘ndrangheta. Ma la sua scelta non è data dal coraggio, bensì dalla rabbia… è un motore potente, la rabbia?
La rabbia d’amore, porta a imprese inimmaginabili.

Hai notato che quasi tutte le tue protagoniste hanno un nome che comincia per A? Armida, Angela, Adriana, Anna…
Sì, me ne sono accorta. Ma è un caso. Forse e la mia ricerca continua dell’opposto, dell’altro… visto che il mio cognome comincia per Z… buffo però…

L’ultimo bacio che hai dato.
Un bacio lontano, come il paese in cui l’ho dato: in Giappone, quest’estate.

L’ultima canzone che hai ascoltato.
Ho appena comprato l’ultimo cd di Carmen Consoli, Electra, che sto ascoltando mentre ti rispondo.

L’ultima notte che non hai dormito
Una notte di settembre, in cui a Napoli c’è stata una tempesta di lampi.

Ci racconti un aneddoto dei tuoi viaggi?
Nei viaggi sono come il coniglietto della Duracell, non mi stancherei mai.

Se vieni corteggiata galantemente ma con delicatezza, che fai? Fuggi o giochi?
Gioco. E mi diverte molto, of course.

Un progetto in cantiere.
Un racconto su una giornata all’interno alla Fiat di Pomigliano d’Arco, mega fabbrica, sogno di tutti gli operi meridionali,  in cassa integrazione da oltre un anno.

Salutaci come uno scugnizzo
C’ò verimm

E adesso salutaci come se questo paese fosse diventato, all’improvviso, un paese anche per donne.
Ok, io vado … aspetto un figlio e la mia azienda non mi licenzia, il mio collega guadagna quanto guadagno io, mio marito a casa mi aiuta a cucinare e a accudire i bambini, il mio capo mi ha dato una promozione perché ho fatto un buon lavoro, il mio vicino di casa che picchiava la moglie stasera le porterà un mazzo di tulipani, mi vesto come mi pare e nessuno pensa di poter essere un “utilizzatore finale”, mia figlia quindicenne sogna di diventare una regista e non una velina, il parlamento del mio paese non si batte più per le quote rosa, c’è un premier donna.

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