DANILO ARONA

ATTIVITA’: SCRITTORE/CRITICO CINEMATOGRAFICO E LETTERARIO
SEGNI PARTICOLARI:  UNA “VOGLIA” COLOR CAFFÈ SUL COLLO, CAUSA NEGLI ANNI DELL’INFANZIA DI FALSE ACCUSE SU UNA PRESUNTA SCARSA IGIENE
LO TROVATE SU: WWW.DANILOARONA.COM

Se tu non fossi diventato quello che sei, che lavoro faresti oggi?
Temo, l’insegnante. C’è stato un momento della mia vita – il classico “bivio”– in cui stavo per compiere il salto nel mondo della scuola. Mi ero appena “abilitato” come professore, poi è successo qualcosa d’importante che mi ha fatto deviare. Non sto a raccontare perché è lunga, ma come sempre c’entrava una donna. Ovvio che oggi però né la scrittura né la critica mi danno da mangiare, ma restano le passioni fondamentali   – con la musica –  senza le quali mi sarebbe difficile vivere.

Sei anche critico cinematografico. Il film più bello e il più brutto che hai visto.
Premesso che a me piacciono – per capirci – i film “brutti” e che non ritengo “bello” e “brutto” categorie estetiche entro le quali inscatolare un film, il film che più mi ha emozionato – quanto meno quello che ricordo con più emozione – è ancora L’esorcista di Friedkin. Il più brutto? Boh, faccio fatica, giuro. A parte gli horror straight to video che sono quasi tutti inguardabili (ma che per loro natura produttiva probabilmente esulano dall’eventuale risposta), non ricordo film tanto brutti da meritarsi una palma del genere, neppure in quelli di Ed Wood (che peraltro a loro modo erano perle di poetica…). Non so proprio… Gli uccelli 2 di René Cardona Jr.? L’ossessa di Mario Gariazzo? Il macellaio di Grimaldi? Però a volte capita che nel film più brutto del mondo si possano trovare tre minuti sublimi… Mah, sospendo il giudizio. Però il film americano tratto dal fumetto di Sclavi Dylan Dog potrebbe veramente stare sul podio.

L’estate di Montebuio è un tuo romanzo horror. Presentalo in non più di due righe.
Una riflessione in chiave horror sull’Apocalisse in atto, sul processo creativo della scrittura, sulle manipolazioni del potere (ecclesiastico). Ma anche una satira dell’ambiente in cui si muovono gli scrittori “di genere”. Tre righe, me le passi?

Malapunta (Edizioni XII), un total fake che non esiste se non nella dimensione immaginaria de L’estate di Montebuio. Un libro intrinsecamente collegato alla sostanza delle leggende metropolitane. Come si crea quest’atmosfera, nella scrittura?
Con un’operazione un po’ complessa, forse percorribile dagli scrittori seriamente schizoidi (e su quest’aspetto non mi soffermo a riflettere…): tentare di variare con mano leggera (ma evidente) il proprio stile perché in quel momento non stai scrivendo tu, ma un Altro (la maiuscola ha un suo ovvio perché). Nella prima parte di Malapunta l’approccio in questo senso è ancor più stravolgente, in quanto Perdinka interpone come io narrante il personaggio che si chiama Nico Marcalli che è un mediocre. fatuo e ricchissimo, alla ricerca di un riscatto, perché con la sua condotta scriteriata di guida ha ucciso la moglie Gabry di cui era innamoratissimo. Qui lo stile deve cambiar pelle alla grande, farsi a volte retoricamente banale perché non sta parlando Arona, ma un soggetto che Arona e Perdinka sostanzialmente disprezzano, perché lo considerano un mezzo deficiente. Questo è il primo passo alla ricerca di un effetto “straniante” della scrittura. Poi ci sarebbe l’Isola che non c’è che è un altro, ottimo step. E quella confusione tra Reale vero e Reale inscenato che, mai come in questo caso, è il leit-motiv in sottotraccia del libro. Appunto, come nelle urban legend. Sembrano vere, ma…

Qual è la leggenda metropolitana che ti inquieta di più?
Non una in particolare, ma quelle che poi in qualche modo si avverano. Guarda, in un antichissimo libro del ’94, “Tutte storie” elencai e classificai come leggende metropolitane una serie di piccoli plot provenienti dalla cronaca che battezzai come “incantatori di cassieri”, “i pesci siluro” o “il marito distratto” (uno che si dimenticava la moglie in autogrill e se ne accorgeva solo dopo aver percorso trecento chilometri). Ebbene, oggi quei plot sono ufficialmente usciti dal novero delle leggende perché sono stati “ribattuti” dalla cronaca: esistono – ed è inconfutabile – ipnotizzatori, forse di origine orientale, in grado di far perdere a un commerciante per pochi minuti i contatti con la realtà e così derubarlo: ho visto con i miei occhi dei mostruosi e lunghissimi pesci siluro pescati nel fiume Tanaro, robe di alcuni metri che hanno svuotato il fiume di ogni altra forma di vita ittica; infine, l’amico ricercatore Paolo Toselli ha compiuto una serissima indagine su uno degli ultimi casi ferragostiani di “moglie dimenticata all’autogrill”, arrivando a conoscere i protagonisti, abitanti in Lombardia. Ebbene, non inquieta un po’ che questi fatti “veri” siano stati anticipati anni e anni prima da speculari leggende contemporanee? Temo, ma qui parlano in contemporanea lo scrittore e il filosofo che coabitano dentro di me, che per capirne qualcosa, dobbiamo infilarci in altre discipline: i campi unificati, il Quantum Leap, la fisica quantistica.

“Rock – I delitti dell’uomo nero”. Horror e rock’n’roll hanno inaugurato questa nuova collana di Edizioni della sera. Quanto c’è del tuo passato (e presente) di musicista, in questo romanzo?
Tutta la prima parte intitolata “Gli anni del Serpente” è autobiografica al 90%. So che è difficile crederlo, ma alla fine degli anni Sessanta – “ridatemeli quegli anni”, come diceva un personaggio de L’ombra dello scorpione di King – quelle vicissitudini alla Blues Brothers potevano accadere. Soprattutto, nel basso Piemonte (non  a caso oggi serbatoio di voti leghisti) erano all’ordine del giorno. Quando un gruppo genuinamente rock come il nostro, i Privilege, arrivava in certi paesi con il suo carico di chitarre, capelli lunghi, pantaloni a zampa di elefante e camicie variopinte, da lì a pochi minuti si sembrava di vivere il climax finale del film Easy Rider, quando Fonda e Hopper stanno per essere uccisi a fucilate da due bravi contadini che non amano alcun tipo di trasgressione. Poi ci sentivamo suonare e in genere, non sempre, arrivavano anche gli applausi. Ma era l’ostilità preconcetta che non si dissipava mai. Se il termine “reazionario” ha ancora un senso (ma presumo di no), lo dovremmo affibbiare a quella moltitudine di villici che non accettava il confronto con le culture giovanili di allora. Ancora oggi ci sono queste sacche… ma è anche normale. Nel 2011 la cultura contadina non può far altro che difendersi. Ma questo è già un altro discorso.

Hai curato per Urania Mondadori un’antologia sugli onryo, “Onryo, avatar di morte”. Si tratta do spiriti spaventosi e malefici che non trapassano all’altro mondo ma restano qui  per vendicarsi, alimentati dalla loro rabbia cieca. Ne hai mai incontrato uno? Se ti capitasse, cosa faresti?
Per fortuna mia nessun Onryo mi ha mai degnato delle sue attenzioni. Se mi capitasse, uscirebbe allo scoperto immediatamente il ricercatore del paranormale (attività che per un po’ ho anche praticato negli anni Novanta…), quanto meno per dimostrare al mondo, magari scientificamente, che certi fantasmi esistono. Di sicuro, l’odio e l’aura di maledizione che ancora impregnano certi luoghi, neppure troppo distanti da dove vivo, sono argomenti ben più concreti di quel che si possa immaginare. Esistono case – in Piemonte e nella provincia di Alessandria – dove non solo è difficile andarci a vivere, ma persino soggiornarci per qualche ora. E alla base di questo meccanismo vibrazionale, che provoca malesseri e qualche volta il vomito da parte di autentici sensitivi, c’è sempre nella storia passata di quella casa un episodio  oscuro e sanguinoso. Lo so, sembra un horror. Ma la realtà qualche volta è un horror.

Cosa, in un’opera, dà la dimensione dell’horror?
Con buona pace degli splattermaniaci, l’allusione e l’attesa. In altri termini, l’invisibilità del Male che è sempre accanto a noi. É anche uno dei tanti temi de L’estate di Montebuio. Peraltro l’ostentazione a tutto campo è momento non meno fondamentale nell’horror, ma dovrebbe essere il risultato finale di un meccanismo il più possibile oliato.

Milano, Bassavilla (ovvero la tua Alessandria e i suoi dintorni)… parlaci del legame tra narrativa e territorio.
Esplora bene un territorio che sia quanto mai “ricco” dal punto di vista antropologico e folclorico e avrai cento storie da raccontare, mille spunti da sviluppare… Piemonte e Liguria, sotto questo profilo, mi paiono eccezionali. Ma presumo lo siano anche molte altre regioni d’Italia. Eraldo Baldini ce ne offre conferma con i suoi stupendi racconti di “bassa romagnola”. Magari gradisci un esempio… Un capitolo di Cronache di Bassavilla è tutto basato su una storiaccia, a metà strada fra leggenda e cronaca vera, che è iniziata in Val Cerrina negli anni Ottanta. Me ne raccontò un giornalista del luogo, fornendomi dati, cifre, racconti… A farla breve, si tratta di  una sorta di maledizione riferentesi a una ristrettissima zona comprendente le frazioni di Pozzo, Odalengo, Torre San Quirico, Cicengo e Murisengo interessata  sin dalla fine degli anni Settanta, a una serie di morti non naturali, quasi tutte violente e tutte di persone alquanto giovani. Inutile  qui l’elenco anagrafico di coloro che hanno perso la vita. Però il mistero, dal punto di vista statistico, era – ed è – sbalorditivo: sino a una decina di anni fa (poi ho lasciato perdere perché non volevo farmi “intossicare” da tanta energia negativa…) si conteggiavano non meno di una ventina di morti, “per disgrazia” o presunta tale, avvenute in un lembo di territorio in cui sono disperse poche decine di famiglie. Quasi tutti sepolti assieme nello stesso, piccolo cimitero di campagna. Su ogni episodio l’identico alone di mistero e di stranezza: giovani uccisi dal phon, dall’auto e dalla moto, suicidi sopra un treno o all’interno di una macchina che brucia, annegati in piscina o in un laghetto. Disgrazie, sicuro, ma incidenti nei quali l’innaturalità di una morte ingiusta si accompagnava sempre al dubbio dell’inspiegabile, o quanto meno del poco chiaro. Quasi come in un trito sequel di Final Destination …All’inizio degli anni Novanta ricordo che i giornali locali si occuparono a lungo di un celebre caso di poltergeist avvenuto in frazione Sorina di Murisengo. Chi provò a indagarne, colleghi della “Stampa” e del “Piccolo”, riferì di un ovvio quadro di bocche cucite e di gente impaurita, di case infestate e di alzate di spalle, di un parroco nottetempo chiamato a impartire benedizioni per liberare le cascine da anime terribilmente inquiete. C’è forse un collegamento? É la Val Cerrina una zona particolare dove il parafisico si presenta alla luce del sole con i connotati familiari di un quotidiano oltre il quale non si scorge nulla di pericoloso? Chi lo sa… Una cosa la si può affermare: in un caso del genere, proveniente in diretta dal “territorio”, la letteratura può divenire un ottimo strumento d’indagine. Forse l’unico. E qui posso sbilanciarmi in un aggiornamento che mi piace… Da parecchi mesi si è fatta avanti una ragazza che abita proprio lì, da quelle parti. Si chiama Sara e mi ha fornito al proposito dei materiali clamorosi. Intanto le morti sono molte di più di quelle che sono finite sui giornali. E non si contano le stranezze e gli incidenti, anche in epoche molto lontane dalla nostra. Non so che uso ne faremo… C’è sempre il particolare che puoi fare incazzare un sacco di gente che lì ci vive. E Sara abita lì. Vedremo. L’intenzione, come accennavo poc’anzi, è di farci un libro. Ma non riusciamo a partire. Non vedo ancora la chiave: se fiction o inchiesta giornalistica, o un mix delle due alla Cronache di Bassavilla. Sara dice che non riusciamo a partire perché “la sua terra non lo vuole… questa maledetta terra che non vuole farti andare via”. E’ una frase pesante, rabbrividente: tante vittime della presunta maledizione, soprattutto tra i giovani, volevano andarsene altrove. Non ce l’hanno mai fatta.

Sei d’accordo con chi fa gerarchie tra i generi letterari?
No. Qualcuno ancora le fa?… Scherzo. Le seguo, quando posso, queste diatribe tanto stucchevoli… É come se gli anni non fossero mai trascorsi da Shining in poi. Sino a Una splendida festa di morte, King era un “autore di romanzacci”. Poi Kubrick ne fece un film e, grazie soprattutto a Oreste Del Buono, la “cultura alta” lo sdoganò. Oggi nessuno rinfaccerebbe a King di scrivere romanzi horror anche se quello fa… Ci troviamo ancora da quelle parti? Mi auguro di no. Un capolavoro è un capolavoro, anche se horror… O noir… O thriller.

Raccontaci il tuo essere musicista/chitarrista.
La prima volta che ho suonato in pubblico era il dicembre del ’65. Da allora, con qualche periodo alterno di riposo forzato, non ho quasi mai smesso. Faccio parte di quell’oscuro esercito di musicisti sconosciuti che si manifestano nottetempo nelle peggio balere e nelle feste meno innocue. Oggi, che ho 61 anni, mi definisco un “turnista”. Vado con chi mi chiama. Pop & rock, ovvio. Senza offesa per nessuno, il liscio non lo reggo. Ho militato però in grandi gruppi, il più famoso dei quali era “Quel pazzo mondo” che iniziò accompagnando I Computers, un duo che attraversò negli anni Settanta un discreto momento di notorietà per avere fatto la cover italiana di Space Oddity di Bowie (Ragazzo solo, ragazza sola- qualcuno dovrebbe ricordarsela – e infatti il nome iniziale completo dell’organico era “Quel pazzo mondo dei computers”…). Il mio strumento è la chitarra, Fender Stratocaster. Di come suono, non è mio compito riferire, ma posso dire che la chitarra è la mia palestra e il mio sport preferito. I miei modelli di riferimento, francamente troppi, spaziano da Wes Montgomery, George Benson, Hendrix, Eric Clapton… Modelli inarrivabili. Ma l’importante è l’intenzione.

Con quale artista ti piacerebbe suonare, perché e cosa?
Mi piacerebbe suonare con Vittorio De Scalzi e Nico Di Palo, i New Trolls, i veri New Trolls…  Perché sono – tuttora – il gruppo della mia vita. Li ho rivisti la scorsa estate ad Asti e garantisco che, sul palco, in Italia come loro ce ne sono pochissimi. Cosa? Boh, un piccolo assolo su Shadows, il pezzo che composero nel 1970 in morte di Jimi Hendrix e che ancora oggi ripropongono dal vivo. In ogni caso, l’anno scorso, i miei amici della Beggar’s Farm – la tribute band italiana dei Jethro Tull – mi hanno chiamato sul palco e mi hanno fatto suonare un pezzo con Clive Bunker, fondatore storico della mitica band di Ian Anderson… Che ti devo dire? É stato un pieno di energia vitale che ancora adesso mi gira dentro, una di quelle storie che ti fanno pensare: “Ecco, ne è valsa la pena di imparare a suonare.”

Cosa ti rilassa?
L’altrimenti detto “riposo del guerriero”. Ma, data l’età, anche un buon film horror visto sul divano di casa sul mio megaschermo con 12 casse dolby.

Cosa ti irrita?
Il recensore che si capisce lontano un miglio che non ha letto una parola di un libro e che entra nel merito. É una delle ipocrisie culturali più praticate oggi in Italia. Vero è che escono troppi libri – anche molto lunghi – e che qualche volta lo sfortunato proprio non ce la fa… Ma usare un libro per attaccare l’autore solo perché non è simpatico, allineato, ha una faccia sgradevole e via sciocchezzando, è veramente riprovevole. I libri vanno letti e dopo, condannati, ovviamente spiegandone le ragioni.

In cosa credi?
Come energia primaria e terrena, nell’erotismo. Sono agnostico e non riesco proprio a immaginarmi un’entità superiore, un Dio che scrivo pure maiuscolo e che sta contemplando indifferente l’orrore quotidiano di questo pianeta. Però sul Male (anche lui maiuscolo) nutro un sacco di dubbi… C’è in giro una forza spaventosa che è in grado di entrare dentro la gente e far commettere atti spaventosi con assenza totale della coscienza. Da dove viene? Cosa la genera? Siamo solo noi a essere mostri, chi più chi meno chi niente? Ne L’estate di Montebuio tento di dare una risposta… Magari più di una, così da poter scegliere.

Riallacciandomi alle tue ultime frasi, a che punto sei arrivato riflettendo sul male?
Ho smesso di riflettere. E’ il male che ha cominciato a farlo, alzando la sua frequenza vibrazionale e facendosi udire, e spesso vedere, in più parti del mondo. E’ un bel paradosso per l’agnostico che ho dichiarato di essere, me ne rendo conto. Ma voglio pure dire che nel rapporto con il male – o con il Male – occorrerebbe un atteggiamento scientifico, il più possibile serio. Ancora una volta dovrebbe essere la letteratura a soccorrerci. Chi lo sa?… Forse questo libro sulla Val Cerrina, che non riesce a concretizzarsi, potrebbe essere il mio estremo tentativo, con l’aiuto di Sara (se ne ha voglia e coraggio), di svelare l’essenza dell’avversario. Ti tengo informata. Anche sei tu una Rabdomante, per dirla con Tullio Avoledo.

Una situazione in cui ti sei spaventato molto.
Quando a dodici anni mi sono trovato non so come su un precipizio con mio nonno cercatore di funghi e non eravamo più capaci a tornare indietro. E avanti non si poteva andare perché c’era il vuoto. Ci ho fatto un capitolo ne L’estate di Montebuio… anche perché quella cosa mi capitò proprio sul Monte Maggio, ovvero la reale cornice della storia. Me la feci addosso, alla lettera. Mi aggrappai al potere salvifico del cinema, pensando intensamente a James Stewart di Vertigo.

Cos’è la paura?
La vita, l’esistenza, ogni nuova alba… Questa è la paura. Bisogna conoscerla, affrontarla, guardarla in faccia. Tutti i giorni.

La si combatte o ci si abbandona?
La si combatte. Purtroppo è uno slogan strausato negli ultimi mesi… Non bisogna avere paura della paura, ma è vero.

Sei sognatore o pragmatico?
Cinquanta e cinquanta. Una perfetta convivenza. Per scrivere di quel che scrivo, devi essere in grado di sognare a occhi aperti e di poter gestire tali “fughe” dalla realtà. Però devi essere altrettanto pragmatico per non schiantarti in macchina mentre stai sognando…

Ti piacerebbe entrare in un tuo libro? Cosa faresti?
Stai scherzando? L’ho appena fatto. Chi credi che sia Morgan Perdinka, lo scrittore de L’estate di Montebuio? Se avrai voglia di metterti comoda e leggerlo, ti renderai conto che mi sono tolto – bonariamente perché sono un pacifista – un bel po’ di sassolini dalle scarpe.

Due tuoi difetti.
Sono dispersivo e non mi concentro a sufficienza sull’obiettivo primario. Poi non ho ancora capito cosa farò da grande – e data la mia età è un difetto mostruoso.

Due tuoi pregi.
Un amico di me si può fidare (ne ho almeno 20 facenti parte della famosa categoria “quelli che ti possono chiamare alle cinque del mattino”…). Poi, come Dylan Dog, raccatto gli animali abbandonati per strada. Le mie più grandi amicizie, feline o canine, sono nate quasi tutte così.

Sei uno scrittore molto prolifico. Cosa provi quando finisci un libro?
Se mi sembra ben riuscito, provo gioia, ovviamente. Ma uno scrittore autentico è pervaso pure da molti dubbi. Ci sono lavori più lineari e convenzionali, più “da mercato” per capirci, e allora la gioia persiste nella speranza di condividerla con l’editore… ma io di tanto in tanto amo “sbroccare” con lavori un po’ più sperimentali, alla ricerca di quel “Novum” che dovrebbe essere la mission di ogni autore sincero con sé stesso… Allora la gioia si trasforma parzialmente in timore. Perché so bene che lo sperimentalismo in letteratura è un cammino impervio. Però, insomma, il tutto fa sempre parte di quella paura quotidiana di cui si parlava prima… Bisogna lottare, che altro c’è da fare? E’ vero che gli esami non finiscono mai…

Salutaci facendoci molta paura
Non lo so se fa paura. Ma ci sono scrittori in Italia – che neppure si conoscono – che da anni dicono sostanzialmente le stesse cose in forme diverse, informandoci alla loro maniera – che va decriptata – sulle progressioni dell’Orologio dell’Apocalisse. Se attingono tutti quanti allo stesso serbatoio idee, un luogo invisibile ma concreto piazzato da qualche parte nella sfera psichica planetaria, occorre iniziare a capire il da farsi per salvare la pellaccia.

Adesso, però, salutaci tranquillizzandoci!
Ho naturalmente scherzato. Quella è una delle tante trame che mi passano per la mente alla ricerca di quel Novum famoso…

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