TITO MENZANI

ATTIVITA’: STORICO DELL’ECONOMIA
SEGNI PARTICOLARI: “PRECARIO”
LO TROVATE SU:
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Visto che ti occupi di economia, non posso esimermi dal rivolgerti alcune domande sulla crisi. Partiamo da quella più banale: perché è cominciata?
In breve, direi che sullo sfondo di una società globale sempre meno attenta all’etica, ai valori e all’impegno morale, sono prevalsi meccanismi di creazione della ricchezza di carattere finanziario. In questa maniera si bypassava completamente un elemento cardine: il lavoro inteso come elemento alla base della produzione di beni o servizi. Finché questa anomalia ha retto, tutto filava apparentemente bene. Poi la cosiddetta “bolla” è scoppiata, e una buona parte della finanza si è rivelata per quello che era: speculazione che prescindeva dal lavoro e dalla creazione di ricchezza reale. E il crollo si è inevitabilmente ripercosso in maniera negativa anche su quella parte di economia “sana”.

Quali settori ha investito violentemente?
Il settore finanziario innanzi tutto: a partire dalle banche e società di intermediazione più aggressive e spregiudicate, soprattutto americane. In seconda battuta la grande impresa, dato che vari consigli di amministrazione avevano varato forti investimenti finanziari, lusingati da margini di utile molto più alti di quelli del proprio core-business. Infine, dato che l’esito della crisi è stato una contrazione dei consumi e il rischio di recessione, i contraccolpi si sono avuti su quei prodotti considerati non indispensabili e il cui acquisto – in tempo di vacche magre – può essere rinviato senza troppi problemi. L’esempio principale è l’automobile. Non a caso, i primi provvedimenti anti-crisi hanno riguardato proprio il mercato dell’auto.

Quali fasce sociali sono state più penalizzate e quali non sono state toccate?
Innanzi tutto la crisi non ha colpito allo stesso modo tutti i paesi. L’Italia, ad esempio, che ha un sistema finanziario meno pregnante e pervasivo di quelli anglosassone e americano, e un’economia fondata principalmente sulle piccole e medie imprese ha subito effetti molto minori di altre nazioni. Per il resto, è difficile dire chi è stato più colpito, anche perché bisogna intendersi sul significato di questo concetto. Un esempio banale: un manager di una banca d’affari americana ha perso il lavoro e milioni di dollari investiti in titoli che sono crollati, ma magari ne ha altrettanti in beni mobili o immobili considerati sicuri; di contro, l’operaio del Nordest di una azienda che lavora su commessa è stato messo in cassa integrazione, e percepisce quindi l’80% dello stipendio. Tra i due chi è stato quello più colpito?

Cosa l’ha alimentata?
A dire il vero, appena il tema della crisi è diventato di dominio pubblico, si è corsi ai ripari in tempi abbastanza rapidi e con effetti tutto sommato convincenti. Quindi, si è arrivati rapidamente a prevedere un superamento della crisi, con un relativo contenimento della recessione.

Come prevedi si evolverà?
Sono abbastanza ottimista. Le nuove “regole” che hanno messo un freno alla finanza speculativa e ridimensionato notevolmente la precedente ottica neoliberista sembrano garantire che in futuro fenomeni di questo genere non si ripeteranno. Resta, però, sullo sfondo, il grande e grave problema di una carenza di etica nell’economia.

Se tu fossi ministro dell’economia, quali misure prenderesti per tamponarla o risolverla?
Innanzi tutto – oltre all’aspetto che ho citato prima delle nuove “regole” – occorre sostenere e incentivare i consumi, e con essi la fiducia di risparmiatori e investitori. Si tratta di provvedimenti indispensabili per evitare la degenerazione della crisi in una fase recessiva di più lungo periodo. Inoltre – e questo per l’Italia è un tasto dolente – bisogna investire in ricerca e sviluppo. Innovare è indispensabile se si vuole uscire dalle pastoie della recessione.

Ci parli della tua ultima ricerca e della tua ultima pubblicazione?
È da pochi mesi in libreria La macchina nel tempo. Storia della meccanica strumentale italiana dalle origini all’affermazione in campo internazionale (Bologna, Clueb, 2011). Si tratta di un libro che ho scritto dopo circa due anni di ricerche sul campo e che va a colmare un vuoto storiografico. La meccanica strumentale, infatti, è un settore che fino ad oggi è stato abbastanza trascurato, ma che ha contribuito a rendere più ricca l’Italia. Sia perché varie imprese di medie e grandi dimensioni e una complessa rete di subfornitura hanno rappresentato una delle eccellenze produttive del nostro paese, sia perché la meccanica ha una serie di legami con i settori “a valle”, e dunque ha contribuito a valorizzare altri segmenti merceologici. Le macchine per l’industria alimentare, gli impianti per il settore farmaceutico, o le automazioni per il comparto tessile sono solo alcuni esempi di dialogo tra tecnologie che dall’ambito propriamente meccanico si compenetrano con i saperi dei contesti in cui operano; di qui, l’importanza per il made in Italy nel suo complesso. Il volume chiarisce gli snodi storici del settore, ossia i percorsi di sviluppo che hanno contraddistinto le imprese che operano in questo ambito. Emergono in chiaroscuro dalle pagine del libro i vari protagonisti di questo interessante spaccato di storia: i grandi capitani d’industria degli anni fra le due guerre, i diplomati delle scuole tecniche, le masse operaie degli anni del boom, i manager altamente qualificati della fase a noi più vicina.

Insegni all’università. Com’è oggi la carriera universitaria?
È un percorso ad ostacoli, con poche certezze e molte incognite. Mi sono laureato nel luglio del 2001 e il giorno dopo ho firmato il mio primo contratto di collaborazione con un dipartimento. Siamo nel 2012 e sono ancora “precario”. Nel frattempo ho fatto il dottorato e il post-dottorato, ho avuto l’assegno di ricerca, varie borse da contrattista, un incarico da tutor, un incarico per insegnare storia dell’impresa e uno per storia economica. Eppure non si vede ancora all’orizzonte una stabilizzazione del mio ruolo. Questo è il lato negativo. Quello positivo riguarda la possibilità di stare a contatto con la ricerca, di fare quello per cui ho voluto studiare, di gestirmi il mio tempo con flessibilità. Quest’ultimo aspetto è molto importante perché, nel mio caso, l’impegno in università non è full-time e dunque posso “arrotondare” con attività di ricerca, consulenza e formazione rivolte a imprese, fondazioni, istituti e simili. Con alcuni colleghi ho anche creato un network che promuove le nostre professionalità. Per i curiosi, http://www.clionet.it

Cosa rende uno storico tale?
Sono solito definire lo storico colui che studia “l’uomo nel tempo”. Ossia chi indaga il passato con una particolare attenzione alla dimensione umana. Per fare questo occorre un metodo preciso, un utilizzo rigoroso delle fonti, abbinato all’adozione di categorie e teorie interpretative mutuate da altre dispiline come l’economia o la sociologia. In questo senso, la storia non è solo racconto e descrizione, ma diventa una spiegazione argomentata, che si fonda su documenti e teorie. A partire dalla messa in discussione di questi ultimi due elementi si crea il dibattito storiografico.

Nel 2006 hai conseguito il Dottorato di ricerca in «Storia dell’impresa, dei sistemi d’impresa e finanza aziendale» presso l’Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Storia della Società e delle Istituzioni con una tesi dal titolo: “La cooperazione in Emilia-Romagna fra la Resistenza e la fine degli anni settanta. Percorsi di maturazione nelle campagne e nei cantieri”. Qual è la tesi di fondo?
L’idea che sostengo nella mia tesi (che poi è diventata un libro: La cooperazione in Emilia-Romagna. Dalla Resistenza alla svolta degli anni settanta, Bologna, Il Mulino, 2007) è che lo straordinario sviluppo del movimento cooperativo nella nostra regione si debba alla sua abilità di cambiare per adattarsi a scenari differenti e alla sua capacità di agire in “rete”, così da giovarsi di fusioni fra cooperative omologhe o di network di vario genere (consorzi, filiere, gruppi, centrali, ecc.). Rigetto, poi, sia l’ipotesi dei detrattori della cooperazione, i quali sostengono che sia forte in Emilia-Romagna perché fu aiutata dal partito comunista, che quella degli apologeti del movimento, i quali tendono a ricondurre la sua crescita e affermazione ad un’epopea operaista e bracciantilista, fatta di sacrifici, rinunce e abnegazione.

Si può dire che la cooperazione sia il tuo territorio privilegiato d’indagine? Qual è la molla che spinge una comunità alla cooperazione?
Mi sono occupato anche di altro – storia delle bonifiche, dell’industria meccanica, della pallacanestro – ma indubbiamente la storia del movimento cooperativo è il tema che mi ha maggiormente assorbito. Credo che il “fare insieme” sia un concetto consustanziale a quello di civiltà. Nell’800 si è riusciti a valorizzare questo tratto all’interno di una originale formula imprenditoriale strutturalmente differente da quella di carattere capitalistico. E’ allora che si è passati dal semplice cooperare all’impresa cooperativa.

Di cooperazione tratta anche il tuo ultimo lavoro, “Il movimento cooperativo fra le due guerre. Il caso italiano nel contesto europeo”, Roma, Carocci. Il secondo capitolo è dedicato al modello di cooperazione anglosassone. Mentre lo studiavi, quali differenze riscontravi rispetto al modello cooperativo italiano?
Le differenze sono moltemplici; ne sottolineo due. Innanzi tutto il movimento cooperativo inglese, pur se composto da istanze differenti, ha un carattere “unitario”, nel senso di un’unica organizzazione che fa riferimento ad una sola centrale. In Italia, invece, si è storicamente proposta una sovrapposizione fra tre movimenti cooperativi differenti: uno socialista, uno cattolico e uno repubblicano. Ciò non significa che il movimento inglese sia stato scevro di legami con la politica, anzi negli anni fra le due guerre raggiunse una grande popolarità il Cooperative Party, ossia il Partito dei Cooperatori, che contava su deputati e amministratori locali, e che rappresentava idealmente il “braccio politico del movimento cooperativo”. Inoltre, mentre in Gran Bretagna hanno un ruolo centrale le cooperative di consumo, con queste ultime che sono anche proprietarie di attività manifatturiere, agricole, o di credito, in Italia la cooperazione ha investito – dal basso e in maniera maggiormente pregnante – più settori merceologici. E questo fa sì che oggi il movimento italiano abbia un peso specifico molto più importante di quello inglese.

Gli anni Venti e Trenta furono in Italia contraddistinti da una crescita della cooperazione. Quali settori riguardò?
Da un punto di vista strettamente quantitativo, il periodo fra le due guerre vide un incremento del numero di cooperative e dei soci. Il boom più evidente fu in ambito agricolo e agroalimentare, con la grande fioritura della cooperazione contadina. Crescite più contenute furono registrate nel settore del consumo e della produzione e lavoro, mentre per la cooperazione di credito si ebbe un certo ridimensionamento. Un altro discorso è, invece, quello “qualitativo”, che riguarda lo “snaturamento” della cooperazione operato dal fascismo, il quale non poteva certo tollerare l’anima democratica di questo genere d’impresa.

Come hai proceduto metodologicamente e su quali fonti hai maggiormente lavorato per la stesura di questo libro?
Il libro esamina il caso italiano da due punti di vista principali: quello quantitativo e quello qualitativo. Il tutto è calato in un contesto internazionale, per fare un confronto con i movimenti cooperativi di altri paesi europei: in primis l’Inghilterra, ma anche la Francia, la Spagna, la Germania, il Belgio, i Paesi Bassi, la Scozia, il Galles, l’Irlanda, l’Austria, la Danimarca, la Norvegia, la Svezia e la Finlandia.
Per tutti questi paesi ho usato la storiografia esistente (in lingua italiana, inglese, francese e spagnola), e per il caso inglese ho recuperato fonti di prima mano in archivi anglosassoni: dalla “letteratura grigia” alle riviste dell’epoca, fino ai verbali di alcune importanti cooperative. Il caso italiano, invece, è stato analizzato a partire da quei materiali dell’Ente nazionale fascista sulla cooperazione (Enfc) che erano stati ereditati da Legacoop e successivamente versati al Centro italiano di documentazione sulla cooperazione e l’economia sociale. Purtroppo non si tratta dell’archivio completo dell’Enfc, ma è comunque la sua parte principale ad oggi conosciuta. Si tratta di materiali di vario genere, molti dei quali inediti e di assoluto interesse: prevale, in ogni caso, la “letteratura grigia”, fatta di bolletini, relazioni tecniche, pubblicazioni interne, ecc.

Sei Direttore dell’Istituto storico della Resistenza di Bologna (Isrebo). Quali sono le impostazioni dell’Istituto in merito alla ricerca?
Sì, tra le varie cose che faccio sono molto contento di collaborare con l’Isrebo, che è un soggetto particolarmente attivo e dinamico nel panorama bolognese. Negli ultimi tre anni ha pubblicato una decina di volumi dedicati alla storia del Novecento in differenti aree del nostro territorio. E questo nonostante un bilancio particolarmente “risicato”. Per cui, con una punta di orgoglio, mi sento di dire che l’Isrebo è anche una organizzazione efficiente, che – nel campo della ricerca – è in grado di “fare tanto, con poco”. Non siamo certo i soli ad occuparci di storia locale – cito, fra gli altri, l’Istituto Parri e l’Istituto Gramsci – ma siamo gli unici ad avere una collana editoriale dedicata alla storia dei Comuni della nostra Provincia.

Sei stato assegnista presso il Dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Bologna, con una ricerca in corso di svolgimento dal titolo: “Italia meccanica. Il settore della meccanica strumentale dalle origini all’affermazione in campo internazionale”. Ce ne parli?
Ho ultimato il lavoro di scavo sui dati Istat e ho costruito delle serie che danno conto dell’evoluzione di questo settore dal 1911 al 2001. Ora sto completando la ricerca sulle fonti qualitative (riviste specializzate, pubblicazioni tecniche, manualistica, ecc). Ho anticipato parte dei risultati della ricerca in un articolo che ho proposto alla Rivista di Storia Economica. Sono in attesa di risposta. Conto di concludere la parte relativa alle fonti entro l’inverno, per poi avere sei mesi da dedicare alla stesura di una monografia che raccolga i risultati complessivi della ricerca.

La storia si ripete?
Quando ci approcciamo alla storia dobbiamo considerare due distinte componenti: i fatti e le teorie. I fatti, evidentemente, non si ripetono: ad esempio, l’assassinio di Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, si è verificato solamente il 28 giugno del 1914. É un episodio nel tempo e nello spazio. Le teorie, invece, che ci consentono di passare dalla storia descritta a quella spiegata, trovano un’applicazione molteplice, se non altro perché sono astrazioni e come tali hanno una valenza ampia. Questo – attenzione! – non vuol dire che siano applicabili in tutti i contesti temporali e geografici! Una teoria economica banalissima come la “legge della domanda e dell’offerta”, che ci aiuta a spiegare la dinamica dei prezzi nel corso del tempo, non troverebbe alcuna applicazione i quelle comunità tribali dove l’economia è fondata soprattutto sul dono. Non solo, ma le teorie – economiche, sociologiche, ecc. – che utilizziamo per comprendere e spiegare la storia non sono certo immortali e definitive. Anzi si aggiornano o addirittura cambiano radicalmente. E’ anche per questo che la storia deve essere continuamente riscritta: perché cambiano gli strumenti a disposizione dello studioso. Detto ciò, quindi, la storia si ripete limitatamente ai casi in cui un determinato fenomeno – spiegato da una teoria – ricorre in maniera evidente in più di una occasione. É il caso dell’aumento delle tensioni sociali durante le crisi economiche, della crescita tecnologica a seguito di investimenti pubblici e privati nella ricerca, dell’aumento della vita media sull’onda del miglioramento del benessere materiale e delle conoscenze mediche. Più in generale, dato che la storia si compone di fatti e teorie, preferisco dire che non si ripete. Credo sia intellettualmente più corretto, anche se – forse – meno affascinante come concetto.

Se ti proponessero un salto nel tempo, in un luogo ben preciso, che epoca e che luogo sceglieresti?
Risposta non facile… Beh, diciamo che sono sicuramente molto in sintonia con il Novecento: un secolo contraddittorio ma ricco di svolte, trasformazioni, benessere, passioni. Non mi sentirei certo a mio agio in epoche preindustriali, né in un Ottocento in buona parte conservatore e perbenista. La generazione dei nostri genitori, che ha vissuto il miracolo economico e tutto ciò che è venuto dopo ha avuto il privilegio di un’epoca densa di fiducia e ottimismo, cui è seguita, però, una certa disillusione. Un processo simile, ma ancora in parabola ascendente, appartiene alla Spagna post-franchista. Dato che amo i climi caldi e la cultura latina sarei orientato per questa soluzione. E visto che apprezzo pure l’efficienza e mi piace la città – meglio se grande – direi che Barcellona mi andrebbe benissimo.

Quanto tempo hai vissuto all’estero, dove e di cosa ti sei occupato?
Anche se nella mia vita ho avuto la fortuna di viaggiare parecchio – una ventina di paesi in tre continenti – purtroppo ho vissuto solo una volta all’estero: tre mesi e mezzo a Londra a fine 2007. Un’esperienza incredibile che mi ha aiutato a crescere, professionalmente e non solo. Ero visiting fellow alla London School of Economics, in particolare all’interno della Business History Unit, a contatto, quindi, con un centro di eccellenza mondiale riguardo alla storia d’impresa. Ho imparato molto e sono rientrato a Bologna con un poco di nostalgia. Da quel momento in avanti la mia città è diventata d’un tratto molto provinciale, incapace di reggere qualsiasi confronto con Londra. In quei mesi, poi, ho raccolto la maggior parte della documentazione estera che mi è servita nel volume “Il movimento cooperativo fra le due guerre. Il caso italiano nel contesto europeo.”

Progetti?
Tantissimi! In casa ho uno scaffale riservato a ciò che ho scritto io: libri, saggi, articoli, ecc. Ebbene, il resto della libreria è idealmente occupato da ciò che vorrei scrivere o che avrei voluto scrivere. Ma per fare un lavoro accurato e rigoroso occorre tempo. E purtroppo non si può dilatare quello che abbiamo a disposizione. Possiamo solo ottimizzarlo. Svelo solo un progetto che – un domani – mi piacerebbe poter portare avanti, e che nella mia mente ha il titolo di “chiare fresche dolci acque”. É una ricerca storica sull’acqua minerale italiana: da prodotto elitario a bene di consumo (e consumismo) di massa. L’Italia è il paese al mondo che produce e utilizza maggiori quantità di acqua minerale pro capite, nonostante quella di rubinetto abbia una buona qualità e – in confronto – un prezzo stracciato. Addirittura esportiamo acqua minerale in tutto il mondo! Indagare le radici culturali di questo business e la sua evoluzione storica è sicuramente affascinante e stimolante.

Salutaci salutaci come se fossi appena uscito dalla Borsa di Wall Street, il famoso giovedì nero del 1929.
Non posso, sono tra coloro che si suicidarono.

Ora salutaci in positivo, con una citazione estrapolata dal tuo libro edito da Carocci “Il movimento cooperativo fra le due guerre. Il caso italiano nel contesto europeo”.
“E’ curioso come ogni cooperativa tenda ad imitare il sistema che essa ha proprio la missione di distruggere”. Ma la frase non è mia, bensì di W.E. Mercer, grande cooperatore inglese.

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