LO SCRITTORE & PULP FICTION

Capita a volte di sentire frasi del tipo: “Gli scrittori non devono scrivere recensioni”. Che noia. O anche: “Gli scrittori non devono scrivere sceneggiature” o perfino “Gli scrittori non devono organizzare festival letterari”. Certo. Anche nell’Italia medioevale gli ebrei non potevano essere proprietari terrieri. Son due ragionamenti differenti, senza dubbio, ma accomunati da un’unica matrice: il pregiudizio.

E perché mai gli scrittori non potrebbero recensire o dedicarsi ad altre arti attigue alla scrittura? Perché bandire questa compenetrazione tra le discipline, ma, soprattutto, perché bandirla a priori?

Se un autore è abituato a maneggiare una determinata tipologia di scrittura, quale grande misfatto sarà se tenta altre forme di espressione collegate con quella prescelta?

Raramente ho conosciuto una categoria conservatrice come quella degli artisti in generale e degli scrittori in particolare. Non parlo di tutti, per fortuna. Mi riferisco a coloro la cui massima preoccupazione è conservare un fazzolettino di terra (ben piccolo, solitamente – si badi – e la preoccupazione tanto più è inacidita quanto più il pezzettino di terra è minimo), quelli che subito si alzano a puntare l’indice contro le novità, i tentativi altrui, quelli che, insomma, sono infastiditi (meglio dire: preoccupati) dal pluralismo.


Se questi moralizzatori fossero coerenti, alle frasi tipo “Gli scrittori non devono scrivere recensioni”. O anche: “Gli scrittori non devono scrivere sceneggiature” o  “Gli scrittori non devono organizzare festival letterari” aggiungerebbero anche che: “Gli scrittori non possono lavorare nelle case editrici come direttori editoriali per conflitto di interessi” o che: “Gli scrittori non possono scrivere sui giornali” o “non devono andare in televisione a parlare di scrittura e crimini”. Che cagate pazzesche.
Di scrittori che appaiono in televisione a parlare dei loro libri, collegati all’attualità e alla cronaca, ne ho visti parecchi: alcuni con serietà, altri da cialtroni. Di direttori editoriali che pubblicano romanzi ce ne sono: alcuni lo fanno egregiamente, altri no. E con ciò? Perché a uno che scrive dovrebbero essere precluse esperienze parallele, come parlare, studiare, promuovere, analizzare il loro e altri libri, sperimentare altre espressioni? Io penso che sia il contrario, che anzi: chi conosce bene i ferri del mestiere ha una visuale a tutto tondo della questione e la può affrontare con competenza (competenza che non è detto sia preclusa ad altri al di fuori della scrittura).
La questione non è quindi di incompatibilità disciplinare, quanto piuttosto di onestà.
Vuoi recensire? Fallo seriamente, solo dopo molte letture e studi di critica, e fallo perché ami parlare di letteratura, non per sfogarti dello scrittore antipatico o della casa editrice che non ti ha pubblicato. Il problema è a monte: chiunque affronti senza serietà qualsiasi disciplina non fa altro che imbrattarla. Se Tarantino avesse ascoltato quegli imbecilli che pontificavano che un videonoleggiatore non può fare il regista, non avremmo uno dei più bei film dei nostri anni (parentesi: allo scrittore moralizzatore non piace Pulp Fiction: è troppo popolare per i suoi gusti).

Ma lo scrittore moralizzatore, che fa?

– scrive e si contempla l’ombelico. Spesso non fa nient’altro.
– è moralizzatore nei confronti degli altri, ma lui si dichiara senza morale perché fa più figo.
– legge solo libri chic (ovviamente è lui l’arbiter che decide quali siano i libri chic).
– trascorre le giornate sui blog o su facebook inventando frasi spaccone e salaci, esibendo il suo anticonformismo (il trucco è fare il bastian contrario: negare, negare allo stremo quello che sostengono tutti. Ovvero: se tutti dicono che fuori nevica, lo scrittore moralizzatore uscirà in costume, per dimostrare che lui è alternativo e pubblicherà la sua foto da malato ricoverato per bronchite, gongolando del suo status di diverso)
– butta merda addosso agli altri, soprattutto in prossimità dei loro successi (anche qui c’è il trucco. Parlando male di alcuni colleghi e sentenziando sulle verità che crede di custodire in tasca, lo scrittore moralizzatore otterrà l’effetto di colpire alcuni allocchi che pendono dalle sue labbra e che penseranno: ohhh, ma com’è intelligente costui!)

Perché tutto ciò?

Alcuni sostengono che il problema degli scrittori moralizzatori sia l’invidia, altri parlano di frustrazioni. Io credo che il loro sia sintomo di una mancanza più grave: non hanno molto altro da dire.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

4 risposte a LO SCRITTORE & PULP FICTION

  1. Giacomo Brunoro ha detto:

    Mamma mia devo stare zitto se no qua si apre un buco nero… Sappi solo che hai ragione da vendere Marilù!

  2. libroguerriero ha detto:

    sai che io potrei rispondere solo: “parla, parla!” 😉

  3. Matteo Righetto ha detto:

    Sono d’accordo con te, Marilù.

  4. Maria Teresa Valle ha detto:

    Credo che la tua conclusione sia esatta. Aggiungerei solo che lo scrittore moralizzatore, ma più genericamente lo scrittore che appunto non ha nulla da dire, tenta di sembrare grande cercando di far sembrare piccoli gli altri. E’ un espediente meschino che ho visto usare in tutti i campi. Non bisogna cascarci.

    MTV

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...