Scrittura: perché le donne sono meno?

a cura di Marilù Oliva e Laura Costantini

Questa ricerca nasce da un confronto privato durante il quale sono emerse alcune riflessioni sull’editoria e la scrittura al femminile. Volendo approfondire l’argomento, abbiamo interpellato alcune donne (scrittrici,  giornaliste, blogger, studiose di storia delle donne) e abbiamo posto loro una domanda. Avvertiamo senza ricorrere a troppe statistiche (comunque essenziali) che gli autori sono in sovrannumero rispetto alle autrici, ma non crediamo che questo fenomeno si riesca a spiegare con una risposta univoca o ricorrendo al vittimismo. Grazie ai contributi che seguono è stata evidenziata una pluralità di punti di vista che rendono la risposta complessa e ci portano a considerare diversi fattori.

 

La domanda posta è la seguente:

Pensi che nell’ambito editoriale ci siano le stesse possibilità e gli stessi trattamenti per un uomo e per una donna o pensi che questo, come molti altri ambiti, sia contraddistinto da una forma di differenza (preferiamo non chiamarla discriminazione)?

Come si spiega allora, la presenza consistente di autori maschi in libreria (cfr. Indagine Istat http://www.calamandrei.it/editoria.htm o siti delle più importanti case editrici – ma anche quelle minori – alla pagina “autori”), in contrasto con la tendenza che vede prevalere le donne tra gli aspiranti scrittori (dato emerso da un sondaggio effettuato tra 10 scuole di scrittura italiana e seminari) e tra i lettori (cfr. Indagine Istat e tabella p. 48 di “Libri e Riviste d’Italia”: http://www.bv.ipzs.it/bv-pdf/007/MOD-BP-07-4-12_542_1.pdf)?

Risposte

Grazia Verasani

Non mi piace il vittimismo, ma credo che in questo paese irrimediabilmente maschilista le discriminazioni fatte contro le donne imperversino in ogni campo, a maggior ragione in questi tempi politicamente umilianti… eppure so fare le dovute differenze e ho conosciuto, anche in campo letterario, uomini meravigliosi e altamente paritari.

Mi è a tutt’oggi incomprensibile il fatto che seppur siano le donne le maggiori lettrici, ci sia una preferenza per la letteratura maschile. Forse perché sono più gli scrittori delle scrittrici? Può darsi. Del resto, la storia insegna che abbiamo dovuto faticare per ritagliarci certi spazi… e la strada è ancora lunga. O è perché vige il luogo comune, a volte legittimo, che le scrittrici siano dispensatrici di intimismo, svenevolezze, leggerezze, erotismi, shopping, gialli rosa, eccetera eccetera? Ecco, io credo che ci siano anche in questo paese penne femminili molto scaltre, molto dure, molto asciutte e molto brave, ma sono più rare, e in genere disdegnano la vecchia solfa della scrittura al femminile… (e meno male!) In questo paese, più che in altri, c’è la tendenza a credere che il libro di uno scrittore maschio darà meno fregature, sia cioè più interessante, o perlomeno che ci sia dentro una storia, una storia che esula dall’autobiografismo in senso stretto. Ma è solo un pregiudizio, perché i brutti libri, come i belli, non hanno sesso.

Le operazioni fatte intorno al successo di un libro o un autore, (mi riferisco ai giovani, alla moda dei giovani) concernono la brillantezza del personaggio, quella dello spirito e quella dell’aspetto, e uomo o donna non c’è differenza, i parametri usati per la scelta sono identici. Ma ripeto, alle donne viene sempre richiesto uno sforzo maggiore per dimostrare le loro capacità. E’ come se dovessimo sempre dimostrare qualcosa in più. E questo accade in ogni ambito. Se la scrittrice è donna, e di bella presenza, questo aiuta. E questa è sicuramente una discriminante che tocca meno gli uomini. Ma credo anche che attualmente le difficoltà di emergere  riguardino entrambi i sessi, e con la diminuzione delle opportunità aumenta il rischio di un arrivismo che fa sbandare sia le une che gli altri…

Nadia Terranova

Non so quanto io possa essere utile perché sono a) distratta, b) troppo abituata a pensare in termini di persona al di là del genere. Ci provo: non riscontro disparità sessiste in libreria, solo un prevalere di libri brutti sui libri belli. Forse gli uomini scrivono più libri brutti delle donne.

Floriana Tursi

Certo una riflessione interessante. Nel mio caso, e premetto sono solo agli inizi, non ho avuto difficoltà a pubblicare, anche se mi occupo principalmente di scrittura umoristica, le umoriste donne non sono tantissime. Penso che il problema si aggravi quando si parla di giallo, o peggio di horror, in quest’ambito c’è certamente una sorta di diffidenza per le autrici e quindi una certa forma di discriminazione, so che ad alcune colleghe è stato proposto di pubblicare con uno pseudonimo maschile (sic). L’approdo alle case editrici di livello nazionale e di grande diffusione e distribuzione, immagino prescinda da logiche sessistiche, non fosse altro perché si basa molto su logiche di profitto: pubblico solo chi presumibilmente mi farà guadagnare dei soldi…

Resta il mero dato numerico, se la presenza degli autori maschi in libreria è davvero così preponderante allora, evidentemente, una forma di attenzione diversa ai due generi c’è.

Adele Marini

Non penso affatto che in editoria le autrici siano discriminate rispetto agli autori. Se ci sono meno autrici che autori è perché le donne hanno meno tempo per stare sedute e dedicarsi alle ricerche e alla scrittura.

I carichi familiari incombono e  se c’è anche un lavoro a tempo pieno o part time (oggi è impensabile vivere di scrittura) è facile capire come mai gli uomini siano avvantaggiati.

Scrivono e pubblicano di più perché hanno più tempo per dedicarsi al loro  hobby preferito.

Ho lavorato tantissimo in editoria e ho visto accettare e respingere libri seguendo criteri a volte bizzarri, modaioli, commerciali. Mai in base al sesso di chi li aveva scritti.

Mavie Parisi

La mia esperienza sia personale che trasversale è davvero troppo misera per potere esprimere un parere che sia sensato.

Ma quanto voi dite corrisponde al vero. Le aspiranti scrittrici, così come le donne che frequentano i corsi di scrittura creativa, sono decisamente molte più di quelle che poi effettivamente pubblicano o peggio ancora di quelle che poi hanno un certo successo riuscendo a fare della scrittura una professione.
Facile viene alla mente il paragone con la cucina. Migliaia di donne cucinano, ma poi gli chef sono per la maggior parte maschi.

Che gli uomini, nella nostra società godano di più credito rispetto alle donne è cosa risaputa. Che ai vertici dell’editoria, con potere decisionale, ci siano più uomini che donne è altrettanto vero.

Leggevo un’intervista di un mio amico scrittore che diceva che per scrivere il suo ultimo romanzo aveva impiegato 13 mesi durante i quali si era auto recluso. Per mettere insieme 13 mesi pieni di scrittura io, tra impegni familiari di vario tipo e necessità di sbarcare il lunario, devo impiegare 13 anni.
Che dirti? Mi sono sentita discriminata? Sì, parecchie volte. Ma purtroppo non è stata solo una discriminazione di genere ma anche anagrafica.

Patrizia Debicke

Se si parla del panorama editoriale italiano, vedo una certa presenza femminile di buon livello.

Ma non ho fatto i conti con il bilancino e…

Comunque se devo parlare in prima persona vediamo.

Indubbiamente da  donna che lavora e ha sempre lavorato in tanti campi diversi ho  dovuto dimostrare di saperlo fare bene se non meglio degli uomini…

Passiamo alla scrittura! Gli editori stampano sul venduto.

E in Italia in questo momento si pubblicano prevalentemente romanzi nordici, quindi

o ti muovi in motoslitta… o parti subito svantaggiata.  Poi  vengono le opere prime di esordienti…

Poi gli scrittori di cassetta CERTA! Lo spazio che resta è poco e nell’arena è probabile che i gladiatori abbiano miglior gioco delle vestali…

Temo si parta del principio che una donna scrive stupidaggini o meravigliosi libri di cucina e là tanto di cappello alla  Benedetta Parodi, ma deve buona parte di fama e successo di vendite alla televisione.

Non discuto sulla qualità della aspiranti scrittrici, uscite da ottimi corsi  di scrittura  e che presumo abbiano anche storie valide e intriganti da raccontare.

Ehhh sì, forse si pensa, magari a ragione, che anche a parità di valori uno scrittore uomo faccia più cassetta.

Certo verrebbe la tentazione di provare a firmasi Germund Skoklun, maahh…

Maria Giovanna Luini

Credo che la donna abbia molti più vincoli, più necessità di “dovere essere”. Le scrittrici per essere note o famose o avere i propri libri in vista in libreria devono essere profonde e impegnate, serie e senza troppi vezzi, oppure (apparentemente) leggere e dedite alla scrittura chick lit. Prestazioni maggiori, o caratterizzate da ciò che è di moda. In questo gli uomini sono più liberi. Il punto vero è che la discriminazione esiste in ogni ambito: ciò che ho visto nell’ambiente editoriale quando ho deciso di inventare il videoromanzo in LIS per sordi è che si discrimina l’idea che potrebbe avvicinare, favorire, aiutare chi ha una disabilità in nome dei numeri e dei conti da fare quadrare. Per questo, ho deciso di percorrere la strada della comunicazione in LIS in video dei miei romanzi aiutandomi da sola, ma mi sono anche parzialmente consolata sulla differenza donna-uomo nella scrittura… C’è qualcosa di peggio, a quanto pare.

Diana Lama

No, non credo che nel panorama editoriale odierno italiano una scrittrice donna abbia le stesse chance di un maschio, tenendo anche conto che la maggioranza dei lettori è di sesso femminile.

Mi sembra che ancora oggi in molti casi quello della donna che scrive sia considerato un piccolo hobby, a differenza della più consistente professionalità e serietà maschile. Allo stesso modo secondo me vengono valutati i manoscritti, i piani di lancio pubblicitario, le strategie per lanciare un nuovo autore.

Mi dispiace molto arrivare a questa constatazione. Vengo da un ambito di lavoro considerato tradizionalmente di appannaggio maschile (sono specialista in cardiochirurgia e ho fatto il cardiochirurgo per vari anni all’inizio della mia carriera universitaria). Ero consapevole allora che per emergere, io unica donna in un mondo di uomini, avrei dovuto essere come loro, o anche più tosta e più brava di loro. Mi stava bene, e ho giocato a questo gioco finché ne ho avuto voglia.

Non credevo di ritrovare le stesse dinamiche in ambito editoriale, anche perché di contro non penso proprio esista una scrittura al femminile o al maschile, e mi irritano molto le domande di questo tipo, non mi va di considerarmi una quota rosa. Credo invece che i libri possano avere un sesso, essere cioè scritti al maschile o al femminile, ma questo non sia legato al sesso di appartenenza dello scrittore.

Il perché della stitichezza del mondo editoriale verso le donne? Boh! Mi sembra una cosa tutta italiana, come pure le piccole consorterie di maschietti dove se hai l’infelice combinazione di tette & cervello è difficile riuscire a entrare. Lo trovo irritante, perché ho sempre avuto amici e colleghi maschi, e quando non devono difendere il loro territorio trovo facile e gradevole collaborare, nonché divertente. Di contro tra noi donne la solidarietà mi sembra esista, ma con una tendenza a sentici vittime che pure mi fa rabbia.

Che dire di più? Speriamo di evolverci presto!

Monica Mazzitelli

Io credo che sia vero come lo è in molti altri campi, in modo anche surrettizio. La cosa è ancora più strana nella narrativa dato che il rapporto maschile/femminile per la lettura di narrativa la proporzione è 30%/70% (numeri invertiti per la saggistica con 70%/30%) nell’ultima statistica che ho letto, e quindi non c’è davvero ragione per una predilezione del maschile sul femminile. In effetti spesso alle donne piacciono storie raccontate da donne (concetto ben diverso di “narrazione femminile”, che cmq ha un suo mercato). Devo però dire che nei miei lunghi anni di direzione del gruppo di lettura dei Quindici c’era una predominanza di manoscritti scritti da uomini rispetto a quelli scritti da donne, ma credo che la situazione stia effettivamente un po’ cambiando ultimamente. Nella mia percezione di quell’esperienza posso dire che la qualità media della scrittura (facendone proprio un’analisi spassionata e non di parte) era migliore nei manoscritti al femminile.

Margherita Oggero

Per quel che ne so io, nell’editoria lavorano molte donne, alcune delle quali in posizioni di rilievo. In questo particolare settore, non credo che esistano discriminazioni pregiudiziali forti (ho scritto FORTI, il che non significa che non esistano, ma soltanto che sono meno massicce).

In quanto al fatto che gli autori siano prevalentemente maschi, mi sembra che il fenomeno sia in netta diminuzione.

Per non piangerci sempre addosso: non sarà che le aspiranti scrittrici indulgono troppo all’autobiografia più o meno abilmente camuffata o all’eterna storia, anch’essa rivestita con una patina di modernità, del principe azzurro?

Eva Clesis

Parto con una precisazione, e cioè che se dovessi pensare solo alla mia esperienza allora dovrei dire che sì, essere scrittrici ed essere scrittori in Italia oggi è molto diverso, tant’è che quando in passato mi hanno chiesto se scrivessi rispondevo che ambivo a essere uno scrittore più che una scrittrice. La mia era una provocazione e non un vizio linguistico: semplicemente mi rendo conto che esiste una differenza non tanto nel numero di autrici pubblicate (che pure c’è, ma alcune case editrici hanno anche più autrici che autori) quanto nella differenza di considerazione culturale tra uomo e donna. Considerazione che riflette il nostro contesto sociale. La donna rimane donna anche quando scrive, insomma, ma è come se questa femminilità costituisse il recinto della sua arte e non il punto di forza.

Le si imputano dei limiti dovuti al gender, e non alla sua scrittura, ma le due cose purtroppo si confondono in maniera tale che la scrittrice stessa non ha gli strumenti per rovesciare la situazione: preferisce subire o addirittura non se ne rende conto.

Faccio qualche esempio: la scrittrice e la fiction. Quante scrittrici inventano o rielaborano una storia e per quante si insinua il dubbio del filone autobiografico? Perché, una scrittrice non può inventare i suoi personaggi e le sue storie? Deve per forza rientrare in un filone diaristico? Un altro esempio ha a che fare con il genere. Sono ancora poche infatti le scrittrici che si occupano di noir o di science-fiction e peggio ancora quando si passa dalla narrativa alla saggistica: quanti sono i saggi scritti da filosofe, sociologhe, storiche, politologhe, economiste di cui sentiamo parlare? Sono le donne a essere incapaci di scrivere in alcuni ambiti o a monte sono gli editori a preferire la pubblicazione di scrittori? Una donna può essere pubblicata solo quando rientra in una tendenza/moda? Negli ultimi tempi sembra che le cose stiano cambiando e che le voci di autrici nuove si stiano affacciando con più forza sul panorama letterario italiano. Non abbastanza però da fare la differenza.

Eliselle

Trovo che le disuguaglianze e le discriminazioni ci siano nel mondo dell’editoria, basti pensare al recente trend su cui puntano le case editrici: non scrittrici, bensì modelle/attrici/ballerine/escort che scrivono (o piuttosto, si fanno scrivere) libri, sulla cui immagine gli editori puntano in fase di promozione. Questa è l’ultima moda in fatto di lanci editoriali di autrici e di scrittura “al femminile”: se allo scrittore (o aspirante tale) non si chiede nulla, se non scrivere (bene), alla scrittrice si chiede di vendersi. E l’immagine è la prima base su cui viene giudicata. Se scrive bene o male, o se ha del talento, chissenefrega.

Grazia Negrini

I maschi pubblicano di più. Sarebbe interessante capire dalle case editrici quanti manoscritti di donne ricevono e quante ne scartano. Poi è vero che il premio Scerbanenco viene vinto da una donna, ma è un miraggio per allodole?

Io rimango dell’idea che le donne siano in parte discriminate e sia più difficile per loro poter arrivare a case editrici importanti, o anche alle case editrici più piccole. Forse anche in questo campo le donne sono meno coraggiose, eppure alcune di loro che riescono a pubblicare scrivono cose egregie. Poi naturalmente esiste tutta una parte di editoria che raccoglie saggi, che sono quelli che poi leggo, sul mondo delle donne e del femminismo molto belle, ma che hanno una distribuzione legate a quello specifico. Oppure le donne raccontano della loro vita, della loro storia, del loro passato, dei vecchi ricordi, cosa non facile, perché molto spesso si  trasformano in cliché letti e riletti! Ti potrei fare la storia di mezza Romagna o Emilia dalla metà dell’ottocento ad oggi. Ma anche queste, al di là del bello stile (quando c’è) non ci vanno.

Mariangela Camocardi

Basta fare un giro in qualsiasi libreria e dare un’occhiata ai nomi stampati in copertina per rendersi conto che la donna/autrice è molto penalizzata in editoria. Mi sono chiesta perché e non sono sicura delle risposte. Forse le motivazioni potrebbero essere più di una. Forse c’entra il fatto che gli editor che hanno potere decisionale sui libri da pubblicare sono appunto uomini, perciò propensi a leggere con “occhio diverso” il testo di un uomo da quella di una donna. L’autrice è valutata in modo diverso, non se ne capisce la ragione.  Un interrogativo per me inquietante è: le donne sono forse più introspettive e sentimentali? Va detto che tra editor/uomo e autore/uomo si stabilisce comunque un rapporto di cameratismo che difficilmente si crea con un’autrice. Mentre nel campo della lettura le donne battono di gran lunga gli uomini, gli autori pubblicati in Italia sono a larga maggioranza maschi.  I dati  Istat dimostrano che la prevalenza di autori maschi è netta nelle opere di Varia per adulti (74%) e nelle opere per Ragazzi (70%). Solo nella Scolastica la situazione si riequilibra (51% di autori maschi) con le donne che riescono a superare gli uomini se si considerano solo le Prime edizioni della Scolastica (dove le donne firmano il 51% delle opere). Se ne evince che le maestre hanno maggiori possibilità di pubblicazione di chi vorrebbe farlo per mestiere. Gli autori maschi rappresentano dunque ben il 72% del totale, con le donne che rimangono sotto al 30%. Esse superano questa barriera, arrivando al 31%, se si tiene conto solo delle Prime edizioni. Infatti il dato globale risente del notevole peso maschile nelle Ristampe, che arriva al 78%. Quindi, come in talaltri altri ambiti, il predominio maschile resta netto e le pari opportunità sono ancora un’utopia, temo. Viene spontaneo chiedersi come mai le donne, che sono in assoluto quelle che leggono di più, preferiscano acquistare libri scritti da maschi. Forse sono attirate da stile ed espressività diversi, e forse (quanti forse) è questa la ragione per cui gli editori pubblicano più facilmente uomini.  Anche nell’assegnazione del Nobel  per la letteratura femminile le scrittrici sono numericamente scarse: solo il 10% per cento, rispetto agli scrittori premiati.

Paola Ronco

Risponderò nella maniera più onesta possibile: non lo so.

Non so se le donne facciano più fatica a essere pubblicate rispetto agli uomini, non so dire se ci sia una disparità di trattamento talmente diffusa da rendere questa cosa comune.

Come autrice pubblicata replicherei di no; le cose che ho scritto sono state respinte oppure approvate in base a un criterio di leggibilità e/o mercato e/o qualità, come da sempre avviene nelle case editrici. Nel senso, non credo che alcuni miei lavori siano stati rifiutati perché sono una donna.

Come donna immersa nell’attuale contesto storico italiano, beh, confesso di avere qualche reazione viscerale in proposito, e di chiedermi se alla fine il panorama editoriale non rispecchi, seppure in parte, l’ambiente lavorativo globale di questo paese, con tutto il suo contorno di minori possibilità, meno soldi e meno considerazione.

Sono pensieri istintivi, però; non ho dati statistici reali o informazioni per poter dare una risposta più o meno attendibile.

Quello di cui sono convinta, d’altro canto, è che sia differente lo sguardo riservato alle donne che scrivono, rispetto ai colleghi uomini. Quante di noi, quante volte, hanno sentito pettegolezzi e allusioni feroci sulle altre autrici? (E anche, tristemente, quante sono quelle che partecipano attivamente ai linciaggi, per invidia, per frustrazione, per abitudine, per favorire un clima da giungla?) Quando mai si sente parlare allo stesso modo di uno scrittore maschio?

Forse, se si riuscisse a scoprire in che punto preciso comincia questo sguardo diverso, si potrebbe avere una risposta attendibile.

Vittoria A

‘Ritengo che purtroppo, nel nostro paese, anche nell’ambito della scrittura, si tenda a far prevalere il lavoro al maschile. Questo e’ tutt’altro che un caso isolato. La difficoltà a conquistare un posto paritario nella società da parte delle donne si riflette anche nell’editoria dove la scrittura femminile fatica ancora a farsi ascoltare. Mi viene in mente un aneddoto che potrebbe far luce su questa tematica. Tempo fa mi trovavo in una libreria, cercavo un Noir che parlasse anche di storia, un libro ambientato nella Germania degli anni ’40. Quando andai alla cassa per pagare, il commesso lesse il titolo del libro che avevo scelto e, con stupore, mi disse “Lei ha scelto questo? Ma questa e’ una lettura maschile!”.

Temo che in Italia la donna sia ancora ammorbata dal ruolo sociale decorativo, basta guardare i programmi televisivi dalle sette alle nove di sera per averne la conferma. Si può essere abbastanza indipendenti ma non troppo, forti ma non troppo, risolute senza però stonare con l’ambiente circostante, decise e libere ma senza distinguersi eccessivamente in modo da attirare critiche (sia da parte degli uomini ma purtroppo anche da parte delle altre donne).

E proprio su quest’ultima affermazione vorrei soffermarmi. Chi è il vero e più grande nemico dell’affermazione femminile?’

Maria Teresa Valle

Ho svolto una piccola indagine sul catalogo della mia casa editrice, Frilli, limitatamente alla collana “Tascabili noir”, quella in cui sono pubblicati i miei libri (tanto per parlare di cose che conosco) e per l’anno 2009. I risultati sono i seguenti: scrittori uomini pubblicati con 1 o più opere 79%, scrittori donne  pubblicati con 1 o più opere 21%.

Per riuscire ad interpretare il fenomeno, secondo me, manca un dato intermedio: la percentuale di  manoscritti inviati rispettivamente dai maschi e dalle femmine.

Mi sono tolta la soddisfazione di fare una telefonata al mio editore (Marco Frilli). Alla mia domanda se arrivino sul suo tavolo più manoscritti di uomini o di donne mi ha risposto senza alcuna incertezza: “Di uomini”. Ha poi aggiunto che però le donne secondo lui sono più brave e più costanti. Sarà!

A questo punto secondo me si possono fare due ipotesi:

1. Le donne sono più modeste, credono  meno in sé stesse, finiscono per rinunciare a scrivere o, se scrivono tengono i loro lavori nel cassetto.

2. Le donne hanno meno tempo, sono meno libere di muoversi. Hanno più difficoltà oggettive e alla fine rinunciano a scrivere. (Io sono riuscita a farlo solo dopo che ho raggiunto il pensionamento).

Avverto  l’oggettiva difficoltà di potermi dedicare come e quanto vorrei alla scrittura perché mille impegni familiari mi sottraggono tempo ed energia. Credo che sempre e comunque l’uomo riesca a scrollarsi di dosso molti impicci e responsabilità che in una famiglia gravano sulle spalle delle donne.  E penso sia lo stesso motivo per cui è più difficile per noi dedicarci a lavori impegnativi, a carriere che richiedono di trascorrere molto tempo fuori casa. Abbiamo ancora difficoltà e siamo assalite da terribili sensi di colpa a trascurare la famiglia, cosa che sembra invece normale se la fa un uomo. Queste sono le motivazioni che frenano le donne dall’interno, diciamo così.

Per molti lavori in cui la presenza maschile è preponderante e dà un taglio “maschile” all’ambiente, vedi la politica, gli ostacoli  vengono dall’esterno.

Flavia Piccinni

Le donne, più o meno consciamente, sono quotidianamente vittime di “trattamenti differenziati”. Non credo che l’editoria presenti una casistica diversa. Sono però convinta che il sesso non pregiudichi o meno la pubblicazione; se è questo che mi chiedete.

Per motivi storici le donne sono arrivate tardi a conquistare spazio in territori, comprese le arti, che erano principalmente occupati da uomini. Sono i numeri a raccontarcelo. Le scrittrici donne passate alla storia sono degli solo sporadici nomi in fitti elenchi tutti al maschile. Non è un caso che i Nobel consegnati a scrittrici siano decisamente meno numerosi rispetto a quelli vinti da uomini. E non è neppure un caso che in Italia l’ultimo (e primo) premio Nobel per la letteratura assegnato a una donna sia stato vinto da Grazia Deledda nel 1926.

Il gap fra le donne che provano a scrivere, che sognano di pubblicare e che partecipano ai corsi di scrittura, animano i circoli letterari, si incontrano su internet e di persona, è notevole. Mi pare, fortunatamente, che la situazione stia però cambiando. Sempre più editori puntano su opere (non solo romanzi, ma anche saggi e manuali) scritti da donne. Un esempio è offerto dalla classifica, dove le donne raggiungono i primi posti e dove conquistano con sempre maggiore frequenza anche “generi” che non sono storicamente femminili. Penso a Lorenza Ghinelli e “Il divoratore” o a “L’allieva” di Alessia Gazzola.

Bea Buozzi

Non so dare una risposta precisa alla domanda se non facendo riferimento alla mia personale esperienza. Avevo raccolto il diario di una storiaccia vissuta in prima persona nella rete di facebook. Le alternative erano, proporla come case study a uno psicologo barattando in cambio una sessione da almeno sei sedute oppure, tradurla in un libro (senza andare in perdita con la dipendenza da sedute che sarebbe emersa dopo). A parte gli scherzi, credo sia la componente narcisistica a fare la differenza. Tendenzialmente le donne leggendo di più, arrivano a scrivere meglio. Poi manca il coraggio di mettere la propria storia sotto gli occhi di un lettore. Forse è quello. Che poi il retaggio di una letteratura prevalentemente maschile non aiuti, è altrettanto vero ma spesso manca la sfrontatezza e la sfacciataggine che in un uomo fanno la differenza.

Lilli Luini

Per rispondere, devo scindere il problema. Infatti, non ho mai notato una prevalenza maschile nell’ambito degli esordienti pubblicati, e io stessa non posso dire di essermi sentita “differenziata” dal punto di vista ti pubblico/non ti pubblico. Nel trattamento personale sì, ma questo è un altro discorso e si entra in un altro campo.

Invece questa prevalenza maschile l’ho sempre notata in libreria, almeno fino a qualche anno fa.

Io l’ho sempre attribuita a un fattore di psico-marketing: le lettrici leggono indifferentemente scrittori maschi e scrittori femmine, guardano solo all’interesse per la trama, mentre i lettori no. I lettori maschi si fidano poco di un libro scritto da una donna, pensano che per forza sarà una menata rosa, con poca azione eccetera. I patiti di Clive Cussler, per fare un esempio, difficilmente compreranno il libro di una donna.

Adesso, secondo me, le cose stanno cambiando. Ciò è dovuto in parte all’utilizzo delle ricerche di mercato, che hanno dimostrato una maggior propensione alla lettura da parte delle donne.

Ma in parte è dovuto alle autrici di giallo-noir. Teniamo presente che qui abbiamo un grosso retroterra: Agatha Christie era una donna. Magari uno non ci pensa, ma nell’immaginario collettivo la frase “le donne sanno scrivere i gialli” è ben presente, grazie a lei. Una tradizione che Patricia Highsmith ha tenuto in vita nella seconda metà del secolo scorso, praticamente da sola in una roccaforte maschile. Fino agli anni ‘90, in cui le donne hanno assaltato la cittadella, dimostrando ai lettori maschi che la Christie non era un caso. Ora, gli uomini comprano un giallo a prescindere dal sesso dello scrittore. Sugli altri generi, e soprattutto sul mainstream, c’è ancora da lavorare.

Simonetta Santamaria

La differenza c’è, soprattutto in alcuni generi storicamente di dominio maschile come il giallo, il thriller, l’horror, il noir. Ancora oggi si tende a credere che un uomo sia maggiormente in grado di trasmettere quei “brividi” che molti non riconoscono in una donna, ancora legata alla letteratura rosa e a quella introspettiva in genere. Un’ulteriore discriminazione è operata nei confronti degli scrittori italiani: si tende infatti ad acquistare bestseller di autori stranieri che hanno già “sfondato” nel loro paese, e si guarda ancora con sospetto a quelli italiani che, a quanto pare, per essere presi in considerazione dalla massa devono essere passati dal Mauriziocostanzosciò di turno, dal Grande Fratello almeno aver fatto il tronista ad Amici. Le donne devono faticare il triplo per confermarsi in un campo maschilista, ritagliarsi un proprio spicchio di territorio è cosa ardua. In più, una nota “di colore”: fateci caso, uno scrittore ha, in genere, molti più fans di una scrittrice, e la maggioranza sono donne. Perché la donna vede a tutto tondo, giudica su varie sfaccettature, non si ferma all’apparenza; nel’uomo invece spesso domina il senso estetico, se hai un bel paio di tette o un culo brasiliano allora magari sarai pure una brava scrittrice…

Gaja Cenciarelli

Mentirei se dicessi di non aver avuto l’impressione – sulla mia pelle – che essere donna talvolta sia coinciso con una minore attenzione alla mia scrittura. Me lo sono spiegato nel modo più scontato, attingendo anche ai miei studi su ciò che è [e, a maggior ragione, è stato nei secoli scorsi] il canone in letteratura.

È molto più “semplice” – forse più spontaneo? – attribuire la definizione di scrittore che di scrittrice.

L’aggettivo “femminile” è connotante – e, ora come ora, spesso ghettizzante, usato in modo dispregiativo o come diminutivo. Esiste, infatti, l’espressione “letteratura femminile”, ma fa sorridere anche solo pensare a una “letteratura maschile”. C’è stato un tempo in cui era giusto insistere sul femminino in letteratura, perché la donna era considerata comunque e sempre “The Angel in the House” – come sottolineò a suo tempo Virginia Woolf, prendendo a prestito la definizione di Coventry Patmore.
Personalmente sono dell’opinione che la letteratura debba essere di qualità. Il problema è il talento. Sia ben chiaro, però, che – sosteneva Lady Morgan, altra paladina [irlandese] dell’emancipazione femminile: il genio, come l’anima, non ha sesso.

In calce a questa riflessione, devo comunque ammettere che le cose, nell’editoria, non sembrano andare propriamente così. A parità di talento e di meriti, la scrittrice dovrà faticare il doppio [se non il triplo] per essere anche soltanto presa in considerazione. La triste verità è che, perlomeno in Italia, questo accade in ogni ambito della vita di una donna.

Uno degli aspetti che più mi disturba e mi inquieta è che, talvolta, sono le stesse lettrici o, peggio ancora, sedicenti scrittrici, a riconoscere uno status diverso agli scrittori. Li leggono di più, li ritengono “canonici”, gli danno più importanza, li lusingano, cercando di accaparrarsene gli scritti con atteggiamenti di riguardo che non riservano, per esempio, a donne addirittura più competenti. Sudditanza psicologica o meramente invidia? In entrambi i casi, gli consiglio caldamente di rileggere [anzi, di *leggere*, ché evidentemente non lo hanno mai fatto] “L’eunuco femmina”, di Germaine Greer.
Se insistere su una letteratura femminile significa insistere sulla qualità e sulla parità di opportunità [mi si perdonino le rime cacofoniche], allora insisto anch’io, nella speranza, però, che alla fine vinca sempre il merito.

Milvia Comastri

Non ho una esperienza personale esemplificativa da portare come contributo a questa indagine, se non quella di visitatrice quotidiana di librerie e assidua partecipante alle manifestazioni letterarie che si svolgono nel nostro paese. Mi piace leggere i cataloghi delle case editrici ed è indubbio che sia nelle librerie, nelle fiere e nei festival letterari, sia nei cataloghi, la presenza di nomi femminili è di gran lunga inferiore a quella maschile. D’altra parte questa “differenza” è presente in molti altri campi lavorativi, in Italia, e quindi la cosa non mi meraviglia. Forse molti editori (anche loro sono maschi, per la maggior parte) davanti a un manoscritto di un’autrice inedita, assumono un’aria di sufficienza ancora prima di sfogliarne una pagina. Forse pensano che un uomo abbia cose più interessanti da raccontare. Ecco, io credo che sia proprio questo il pregiudizio che ci penalizza. La convinzione che una donna possa raramente avere sul mondo uno sguardo non banale. Che quel manoscritto conterrà la solita storia d’amore. E questo mi fa pensare che siano proprio loro, gli editori, ad avere uno sguardo banale e miope. A mio parere non esiste una differenza fondamentale fra la scrittura femminile e quella maschile: esistono buoni scrittori e buone scrittrici. E mi viene da pensare che se i manoscritti arrivassero anonimi, chissà, forse la “differenza” di cui stiamo parlando non esisterebbe più. E magari, nel cestino finirebbero indiscriminatamente lavori di autori già pluripubblicati e osannati dalla critica e gratificati dalle classifiche di vendita. Ma questo è un altro discorso.

Per quanto riguarda l’elevata presenza femminile ai corsi di scrittura non posso far altro che confermare, avendone frequentati diversi. Un uomo su dieci iscritti, più o meno. Il motivo è chiaro: le donne non hanno paura di confrontarsi, di mettersi in gioco. E a molte delle compagne che ho conosciuto in queste mie esperienze non interessava pubblicare, ma scrivere. Tante si iscrivono per quella feconda curiosità intellettuale che mi sembra appartenga più alle donne che agli uomini. Che non c’entra niente con il raggiungimento del successo, tanto caro al sesso maschile

Silvia Mango  

Prima di rispondere ho voluto fare la prova del nove e sono entrata in diverse librerie. Tutte le volte ho chiuso gli occhi, fatto un profondo respiro e quando li ho riaperti, cos’ho trovato? Grattacieli di tomi dell’ultimo Eco contendersi la vetta con piramidi dell’ultima scrittrice nostrana dei salotti buoni? Gigantografie del redivivo ormai onnipresente Faletti occhieggiare a una nuova trascinante regina del noir all’italiana?

Se pensate di sì, francamente mi tocca dirvi che non siete Alice e che questo non è il paese delle meraviglie. Davvero, siamo realiste. Sarebbe troppo politically correct.  Voglio dire, non è un caso se ci tocca di nuovo scendere in piazza per rivendicare la dignità di tutte noi quando nel resto del mondo ci guardano con un misto di orrore e incredulità come solo un gruppo sparuto di rozzi preistorici. Eppure l’Italia è il paese delle buone intenzioni. Nessuna donna è lasciata da parte. Se non ce la facciamo a salire su quell’unico treno è perché in fondo mica lo volevamo. Noi studiamo, ci prepariamo, anche per anni, così, per sport, siamo talmente confuse da non capire cosa effettivamente vogliamo (e quando lo reclamiamo a gran voce, sono tutti diritti legittimi tranne che quando si tratta dei nostri).

Esiste, dunque, una presenza consistente di autrici donne in libreria, almeno pari a quella degli uomini? Ovviamente no. E per tale iniquo trattamento è facile nascondersi dietro a un dito. Ci sarà sempre qualcuno disposto a spergiurare che non è vero, che oggi tutti scrivono, uomini e donne, che tutti pubblicano, e che non pubblicare, in Italia, è raro quasi quanto non aver fatto i provini per il Grande Fratello, e soprattutto, che una scrittrice donna italiana può scrivere un best seller così come essere il nuovo emergente caso da dibattito culturale. Peccato che fatte salve preziose eccezioni, a scalare le classifiche siano i consigli di Nonna Papera e il caso letterario stia mettendo adesso i denti da latte.  Perché, vedete, oltre che delle buone intenzioni l’Italia è il paese dove un libro di ricette è capace di rimanere il libro più venduto per mesi.

Donatella di Pietrantonio

Immagino che possano esserci delle differenze di genere nella probabilità che un testo venga pubblicato da una casa editrice, ce ne sono in tutti i settori, basta guardare la politica! Però la mia esperienza personale non è stata questa, alla Elliot non mi è capitato di sentirmi svantaggiata in quanto donna. Sarà che sono donne l’editrice, l’editor, le redattrici, la responsabile dell’ufficio stampa, insomma una squadra prevalentemente al femminile, da cui mi sono sentita subito accolta.

Non ho motivo di metterne in dubbio i risultati dei sondaggi. Sono dati che comunque mi meravigliano un po’, con l’ingenuità dell’esordiente m’illudevo che questa fosse una specie di isola felice, in cui la qualità del prodotto letterario proposto dall’autore fosse l’unico o quasi criterio di scelta delle opere da destinare alla pubblicazione. Se così non è, resta solo da concludere che le logiche spartitorie dei poteri, storicamente a vantaggio dei maschi, pervadono il tessuto sociale con una distribuzione così capillare da lasciare poco spazio anche in quegli ambiti, come la cultura, che dovrebbero essere territori privilegiati per il perseguimento degli obiettivi di pari opportunità.

Assunta Altieri

Penso ad Oriana Fallaci e Alda Merini: lo scrittore e il poeta. Sostantivi maschili? Affatto. Sono sostantivi neutri se non si consente alla grammatica di impadronirsi delle nostre suggestioni e di spadroneggiare nel retaggio culturale sessista. Si può forse sostenere che non abbiano scritto di donne? L’hanno fatto eccome, con una differenza: hanno scritto per tutti, senza auto-circoscriversi in contesti cromatici a sfumatura rosa. La fregatura della scrittura al femminile è proprio quel rosa di cui troppo spesso non si riesce a fare a meno, che lo si chiami cuore, amore, passione e via dicendo. Perché, sovente, le donne che scrivono sono convinte (come del resto molte fra le poche donne che non scrivono) di avere il dovere di spiegare al mondo come ama una donna, come articola i pensieri una donna. Il meglio che possa capitare è 101 motivi per cui le donne ragionano con la testa e gli uomini con il pisello, non vi fa rabbrividire?

Non ci dimentichiamo ( sarebbe grave in un’inchiesta sull’editoria) che i meccanismi editoriali sono ovviamente legati a motivazioni di tipo imprenditoriale: pubblicare un libro costa (editing, impaginazione, grafica, distribuzione, media relations) e pertanto il libro deve garantire un ritorno: copertura delle spese e mark up (guadagno). Gli editori pubblicano ciò che è vendibile. Che piaccia o no riconoscerlo, si tratta di una misura super partes definita dalle logiche di vendita (e quindi di lettura) e non da discriminazioni sessiste.

Il problema, ahinoi, sta molto più a valle, dove dovrebbe regnare l’amore per la cultura, la letteratura, la lettura. Sta nella dispersione del lettore, ma anche nella convinzione di ogni scribacchino di avere fra le mani un’unica grande opera: la propria.

La discriminazione femminile sta in quella valle, dove sovente ogni donna è sola a sgomitare fra uomini e donne. Bisognerebbe, invece, mantenere viva la fiamma della speranza di condivisione accesa il 13 febbraio. Ne gioverebbe anche la scrittura e l’editoria, ne sono certa.

Liviana Rose

Di scrittura non si vive, per scrivere un romanzo bisogna (oltre ad avere le capacità) avere tempo e, spesso, le donne che lavorano e poi si trovano una casa da mandare avanti, di tempo né hanno davvero poco. Prima di tutto bisognerebbe avere tempo per noi stesse. Nel mio caso io non ho trovato difficoltà ad essere pubblicata forse perché non lo cercavo espressamente, però devo dire che è stata una donna a scegliere il mio manoscritto. In casa sono le mamme che fanno da mangiare nella maggior parte delle famiglie ma i cuochi famosi sono soprattutto uomini, probabilmente qualcosa vorrà dire.

Carmen Iarrera

Per prima cosa devo dire che quel “come si spiega allora” al secondo capoverso della domanda che viene rivolta è un chiaro segno di pregiudizio: si dà per scontato che la risposta debba certificare una discriminazione e questo, in un sondaggio, lascia piuttosto perplessi.
Rispondo comunque, in base alla mia esperienza.
Nel 1991, e quindi a ben contare venti anni fa, quando il panorama delle scrittrici e soprattutto delle scrittrici di giallo era veramente esiguo, la Mondadori ha pubblicato nella collana “Segretissimo” un mio romanzo, “Guantanamera”, facendo di me la prima scrittrice di spionaggio italiana e, credo, la seconda in Europa.
Con “Jihad 1999”, pubblicato nel 1995 sempre da “Segretissimo”, ho raddoppiato, e avrei potuto continuare. Per anni e anni ho mantenuto il lustro di questo strano primato, poi mi sono stancata anche di ricordarlo e comunque mi ero già dedicata al giallo.
Perché nessun’altra donna si è fatta avanti né prima né dopo? Alla Mondadori nessuno ha mai saputo rispondere.
Da questa esperienza e da tante altre simili posso dire di non aver mai subito discriminazioni di genere e di essere sempre stata trattata, così come sempre mi sono proposta, come un “autore” e basta.
Se poi volete una mia opinione sul perché ci sono più uomini pubblicati che donne eccetera, posso solamente dire, conoscendo moltissimi autori di ambedue i sessi, che ho l’impressione che i maschi considerino molto più delle femmine la scrittura come un lavoro vero e proprio; un impegno totale cui dedicarsi con un rigore simile a quello di chi vuole sfondare e fare carriera in qualunque altro campo.
Sono anche convinta che le femmine che ce la mettono tutta ce la fanno senza problemi, ovvero con i tanti problemi che hanno tutti.
E quindi: forza, ragazze!

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2 risposte a Scrittura: perché le donne sono meno?

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