CARLO OLIVA

Attività: ex insegnante, critico, traduttore, saggista.  Mi occupo di narrativa popolare (specialmente gialli) e di problemi dell’ideologia del linguaggio.

Segni particolari: Sciupacchiato dagli anni. Corportaura massiccia.  Orecchie a sventola.

Lo trovate su:

www.carlo-oliva.it

Si è occupato, tra le altre cose, di problemi dell’insegnamento e dell’istituzione scolastica. Com’è la situazione della scuola italiana, oggi, per gli allievi?

È da parecchio che non ho rapporti diretti con la scuola.  Gli studenti, da quel poco che ci capisco, mi sembrano abbastanza frastornati, come è normale per chi cresce in un mondo scombinato come quello che gli abbiamo preparato noi.

E per i docenti?

Poveretti, devono tirare avanti in una situazione insostenibile, maneggiando una realtà didattica vetusta che i politici fanno solo finta di riformare.

Lei è uno studioso/osservatore delle realtà editoriali. In un appello pubblicato sul suo blog http://www.carlo-oliva.it/carlo-oliva/sito.nsf/appello!openform scrive, rivolgendosi ai nuovi scrittori italiani di giallo e noir: «C’è il fatto, ragazzi miei, che exceptis (i pochi) excipiendis, voi non siete poi bravi come pensate di essere. Lo sa chi, come me, è tenuto a tener d’occhio le novità e per fortuna che l’Einaudi Stile Libero non mi manda mai niente, per cui la galera ne risulta un poco ridotta. Scrivete tutti le stesse cose. […] Di thriller metropolitani (che rappresentano poi l’espressione moderna del genere) ne tirate fuori davvero pochini: sono più difficili da scrivere di quanto non sembri e poi, che volete che vi dica, questo tipo di romanzi ambientato nelle prospere cittadine della Toscana e dell’Emilia, per quanto vi sforziate di dipingerle come sentine di nequizia, suona un po’ farlocco. Al contrario, di esangui mistery di provincia, tutti con il loro bravo commissario dal volto umano, sempre di mezza età, magari con l’ulcera o la psoriasi, o qualsiasi altro fastidio di livello medio alto, meglio se afflitto da qualche casino in famiglia e uso a scazzi ripetuti con i superiori, ne scrivete davvero troppi.» Quali sono state le reazioni al suo appello? Crede che sia stato letto con interesse, curiosità, fastidio?

A dire il vero quel testo non è serissimo: è stato il frutto più che altro di un accesso di malumore dovuto alla constatazione che la produzione di narrativa di genere nel nostro paese si stava facendo davvero un po’ troppo ripetitiva.  E non ha suscitato grandissime reazioni, anche perché la rivista che doveva pubblicarlo ha smesso di uscire e il mio sito non lo frequentano in molti.  Vale la pena di notare, tuttavia, che tra i pochi autori che mi hanno dichiarato di averlo letto e vivamente apprezzato, ce n’erano erano un paio di quelli cui pensavo scrivendolo.

Ritiene che la gente sia ben disposta all’ascolto anche quando si tratta di mettersi in discussione? O è diffusa la pretesa di una perfezione ottenuta senza fatica e nell’immediato?

No, a mettersi in discussione sono disposti veramente in pochi.  E tra la critica costruttiva e la bassa adulazione, la tendenza è quella a preferire la bassa adulazione.  Da tale tendenza, peraltro, temo di non essere immune.

Più avanti scrive: «C’è, in compenso, tanta, troppa Letteratura. Non nel senso della letteratura italiana, che è una cosa seria, ed è ovvio che la narrativa di genere ne faccia parte, non siamo fermi a quelle polemiche lì. No, io dico la Letteratura con la maiuscola e, magari, le virgolette: quella di cui il vecchio De Sanctis deprecava con tanta energia la presenza nella produzione nazionale dal XVI secolo in poi. Dico l’insopprimibile pulsione verso la bella pagina, la passione per i valori formali, per il gioco di parole, per il mix linguistico dialettale, per la citazione dotta abilmente nascosta, per la descrizione a catalogo dei tratti boschivi, per il gusto dei termini tecnici e rari e quello della variazione raffinata su temi già noti, insomma, tutto quell’apparato da poetae novi che con la narrativa – e voi siete narratori, no? – stride sempre un poco.» Il fatto che ci sia troppa letteratura (con la l minuscola) non è anche una risposta ad un’esigenza di mercato (ovvero lettori di basso livello)?

No, direi che si può farlo risalire piuttosto a una caratteristica della cultura letteraria nazionale: la diffidenza accademica per la narrativa di genere, e forse per la narrativa tout court.  La poesia, in questa prospettiva, è roba che attiene allo Spirito, non al basso intrattenimento, e in quanto tale va perseguita e incrementata, anche da chi non è in grado di farlo.  Diciamo che è un residuo di elitarismo.

La cultura ha un ruolo? Chi “maneggia la cultura” ha dei compiti o deve solo rispondere della propria arte?

Chiunque maneggi delle idee ha il compito (e il dovere) di tenere sott’occhio gli effetti che producono nel corpo sociale.  In caso contrario la sua “arte” sarà soltanto un eufemismo per qualcosa d’altro.

Ha pubblicato Quattro lezioni dal giallo al noir, Sistema bibliotecario dell’Alta Valtellina, 2005, con Massimo Bonfantini. La differenza in minimi termini tra giallo e noir.

Diversamente dal mio amico Massimo, non credo che ci sia una vera differenza.  Sono termini di origine editoriale, derivanti dai nomi delle collane che pubblicavano, in Italia e in Francia, le opere di questo genere.  Infatti, in altre lingue la contrapposizione non ha senso.

Ha scritto diversi saggi sul giallo (Storia sociale del giallo, Todaro 2003, ma anche I maestri del giallo con Massimo Bonfantini, Lucchetti, 1990). Tre autori che hanno fatto la storia del giallo in Italia.

Giorgio Scerbanenco, Loriano Macchiavelli, Sergio Altieri.  Non è tanto un giudizio di eccellenza, per cui non mi sento qualificato, quanto di rilevanza storica.

Tre giallisti che stanno dando oggi un contributo significativo alla letteratura gialla.

Michael Connelly, Robert Crais, Petros Markaris.

Ci condensa in una frase la sua attività per Radio Popolare?

Seminare igienici dubbi.

Le chiedo di scrivere per un dizionario la voce: SCRITTORE.

“Colui che scrive, ma non per obbligo né per diletto privato”.

Due suoi pregi e due difetti

Sono pigro e goloso.  In compenso mi considero curioso e ostinato.

L’ultima volta che si è arrabbiato

L’ultima volta che ho letto o sentito una dichiarazione dell’on. Cicchitto (ma è stato parecchio tempo fa, perché in genere cerco di risparmiarmele).

L’ultima volta che ha pensato: “Questa non ci voleva!”

Quando mi è stata proposta questa intervista, naturalmente.

L’ultima volta che ha avuto paura

Giorni fa, quando ho visto in televisione la faccia di Berlusconi dopo il battibecco con Fini.

Un commento al suo lavoro che l’ha colpito

Be’, credo sia stato quando Oreste Del Buono ha riassunto la direzione di “Linus” e ha deciso che non gli interessava più la mia collaborazione.  Non mi ha mai detto perché, però.

Progetti?

Sto cercando di conciliare la mia formazione nel campo della filologia classica con i miei più recenti interessi per la narrativa popolare.  Mi rendo conto che è un po’ oscuro, ma neanch’io ho le idee troppo chiare.

Un saluto da “La Caccia”, la rubrica che tiene da venticinque anni su “Radio Popolare” con Felice Accam. 

Suo scopo è l’individuazione e la denuncia dell’ “ideologico quotidiano”, cioè di quei valori non dichiarati di cui ci si serve surrettiziamente per prevaricare sugli altri.  L’unico messaggio che ne può venire, più che un saluto, è l’invito a esplicitare sempre le proprie motivazioni.

Adesso un saluto con una citazione da uno dei molti libri che ha tradotto.

“I bar possono essere dei gran bei posti comodi, delle case senza la solitudine e la confusione di casa, ma nessuno, nemmeno il più convinto e il più degenerato degli ubriaconi, può passare in un bar ottanta o novanta ore alla settimana.  Avevo provato tanti di quei nuovi collaboratori che, in effetti, mi era capitato di assumere una donna così ubriaca da non ricordare che l’avevo licenziata la settimana prima”.  James Crumley, L’anatra messicana, Baldini & Castoldi, 1994.

 

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