GIUSEPPE FODERARO

ATTIVITA’: D’otto ore (il tempo che trascorro in ufficio).

SEGNI PARTICOLARI: Cappellino, occhialazzi e basettoni.

LO TROVATE SU: http://www.giuseppefoderaro.com

Le tue origini catanzaresi e l’approdo a Milano.

Sì, sono nato – e cresciuto – a Catanzaro: più che una città, una Polaroid ingiallita. Ci torno una volta l’anno, per il solo fatto che ci vivono i miei. Dal 2000 al 2003 ho vissuto a Roma, nel Rione Monti, a due passi dal Colosseo. Che bellezza! E lì sì che ho lasciato un pezzo de core! Roma è fantastica: immensa, romantica, colta, alla mano…  C’è che, però, le manca quel “ritmo Bebop” che pompa nella quotidianità delle vere metropoli, e che per me è più che fondamentale. Ho una visione futurista della vita: dinamica, veloce, moderna, anche se a volte fa a pugni col mio essere pigro. Alla fine mi sono trasferito a Milano perché è la città italiana che più assomiglia alle metropoli mitteleuropee.

La tua formazione è legata alla frequentazione degli ambienti underground londinesi e newyorchesi: cosa si combinava là?

Da calabrese anomalo quale sono, odio il sole e tutti i suoi derivati. Odio l’estate più di Bruno Martino. Odio persino l’estate di San Martino. Finché ho potuto – e lo faccio tutt’ora, nei limiti del possibile – ho sempre trascorso le vacanze e i miei periodi sabbatici a Londra, che mi ha sempre garantito arabeschi di nuvole di pregiata fattura. Londra è il mio rifugio, la mia culla, la mia più grande fonte di ispirazione. Ed è pure l’unico rimpianto che ho, se avessi anche solo dieci anni in meno andrei a vivere lì. Riguardo a New York… be’, ti rispondo citando un altro occhialuto: “Adorava New York. La idolatrava smisuratamente […] per lui era una metafora della decadenza della cultura contemporanea” (Manhattan, di Woody Allen, N.d.A.). Nella Grande Mela ci vado ogni anno, è energia allo stato puro, il centro del mondo… nonché il miglior posto dove andare a mangiare cheeseburger giganti e ascoltare jazz: due mie passioni. Ecco, lì ti senti davvero invulnerabile. Nell’East Village ci viveva Howard, il mio migliore amico, scomparso improvvisamente a ottobre 2010. A lui ho dedicato Torre di controllo.

“TORRE DI CONTROLLO” (Sangel Edizioni) è il tuo primo romanzo. Raccontaci la genesi dell’opera.

Un giorno, sopraffatto dalla cronaca nera locale, ho avvertito l’esigenza di accodarmi alla scia di quegli scrittori che prima di me hanno raccontato Milano e il suo contesto metropolitano duro, che rispecchia una realtà non edulcorata. Ho voluto anch’io esplorare quell’area di ambivalenza tra il bene e il male che condiziona la vita in una città noir come la mia, che tutto sa e tutto nasconde, e all’ombra delle cui mura si celano le debolezze più classiche della natura umana.

Quanto hai impiegato a scriverlo e, soprattutto, quanto hai impiegato a pubblicarlo?

In tutto, tra le varie ricerche e le innumerevoli stesure, ci ho lavorato quasi un anno. Poi ho dovuto attendere un altro anno e quattro mesi prima di ottenere un contratto di edizione, un periodo durante il quale i miei personaggi hanno continuato a vivere nei numerosi racconti che ho scritto su diverse testate di genere. Comunque in questo mondo ci vuole pazienza, tanta pazienza.

Sempre per gli aspiranti scrittori: qualche consiglio pratico…

Leggere tantissimo (cominciando proprio dai libri di grammatica italiana), scrivere qualcosa tutti i giorni, e non omologarsi mai. Bisogna solo crederci fino in fondo e farlo seriamente.

Ambientazione del romanzo è Milano. Ma quale Milano hai scelto?

È la Milano occulta e subdola dei nostri giorni, una città tentacolare piena di gente, rifiuti e confusione che tutto sa nascondere, finanche i corpi…

Se ti chiedessero un sottotitolo al romanzo?

Potrebbe essere “Metodi di espiazione artificiale”.

Qui c’è qualcuno nell’ombra che, protetto dal suo buon nome, uccide fanciulle a colpi di spranga. Ma prima le tiene segregate per mesi, fracassando loro le ossa una dopo l’altra, mantenendole in vita solo per il piacere di rifarlo ancora, e ancora, e ancora. È terribile e molto nero, complimenti! Classificazione del genere?

Grazie mille! Sì, nel libro do uno sguardo attento, ma acritico, alle devianze sessuali, ai giochi di ruolo, alla dominazione. Chi assaggia i sapori forti dopo fa fatica a tornare indietro. C’è gente che comincia per gioco, e che poi ci prende talmente gusto da non riuscire più a smettere. Gente che cerca qualcuno da plasmare a suo piacere, qualcuno con cui la dominazione non è solo un mero fattore di controllo cerebrale, ma anche un vero e proprio rapporto di possesso assoluto. E quale forma di possesso è più assoluta della morte? Se uccidi qualcuno ti appartiene per sempre.

Tecnicamente il mio romanzo è un noir, ovvero un giallo di denuncia sociale che non ha come obiettivo principale quello di magnificare l’eroe consolatorio. Tuttavia, detesto le etichettature, pertanto fai conto che ti abbia risposto che il genere è maschile, e il numero singolare.

I tuoi maestri

Sicuramente il mio amico Howard O’Brien. Era uno scrittore eccellente, un fine intellettuale. Ti lasciava senza fiato, veramente.

Ho iniziato a scrivere narrativa di genere, invece, “per colpa” di Andrea Carlo Cappi. I rudimenti, i primi trucchi, li ho imparati da lui: dapprima leggendo in tempi non sospetti il suo saggio Elementi di tenebra (Alacrán), poi parte della sua bibliografia, fino ad arrivare a frequentarlo di persona e a devastarmi con lui di Martini agitati alla James Bond. E non ti dico che plot ti vengono quando sei sull’alticcio andante.

Due pregi e due difetti

Pregi: simpatico e al passo coi tempi.

Difetti: impaziente e intollerante.

L’ultimo viaggio

Dublino, un viaggio da Guinness del primate.

L’ultima canzone

Io confesso di La Crus.

Tu nasci come musicista: cosa suoni/avi?

Ho studiato sax, ma suonavo le tastiere con una indie rock band.

Qualche consiglio per gli ascolti

Ascolto molto jazz, ma tra le mie canzoni preferite ci sono Il cielo in una stanza di Gino Paoli, Vedrai vedrai di Luigi Tenco, Baby can I hold you di Tracy Chapman, Aurora sogna dei Subsonica, Hey Jude dei Beatles, Io che amo solo te di Sergio Endrigo, Enjoy the silence dei Depeche Mode e Zero dei Bluvertigo.

L’ultima volta che ti sei arrabbiato

Stamattina, leggendo il giornale.

L’ultima volta che hai sorriso

Ora.

Cosa non sopporti in generale?

Le persone a temperatura ambiente;

l’invadenza;

il provincialismo;

l’uso improprio della “d” eufonica.

Cosa invece ti piace molto?

Non si può dire.

Però facciamo gli spaghetti al pomodoro, la birra, e il La minore 7/9.

Progetti?

Finire questa intervista.

Salutami da una torre. Senza controllo.

Ciao Marilù, mi scappa la pipì!

E adesso salutaci con una delle tue strepitose battute.

Sono sempre lusingato quando il mio nome viene accostato a quello di King. Burger King.

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